SALLY MORGAN.
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LA MIA AUSTRALIA.
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Parte 3.
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Titolo originale: MY PLACE. 1987.
Traduzione di: Maurizio Bartocci.
1999. Rizzoli RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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29: qualcuno come me.
La storia (1931-1983) di Gladys Corunna.
30: qualcosa di serio.
31: buone notizie.
La storia (1900-1983) di Daisy Corunna.
32: il canto dell'uccello.
Nota del traduttore.
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FINE Indice.
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Capitolo 29.
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QUALCUNO COME ME.
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Quando ritornammo a Perth, Nan fu molto felice di vederci, e pure Beryl. Nan aveva finito tutti i soldi che Mamma le aveva lasciato, e aveva fatto trottare Beryl avanti e indietro fino al negozio per farsi comprare cioccolata, biscotti e puntare scommesse al tab.
- Sapevo che vi sarebbe andato tutto bene - disse Nan quando ci vide. - Ho pregato affinch i cicloni vi stessero alla larga.
Il giorno seguente riunimmo il resto della famiglia e insistemmo per fargli vedere il video che avevamo girato durante il viaggio. Con grande sconcerto di tutti, il filmino risult piuttosto mediocre. Aveva tutti i difetti della gran parte dei filmini amatoriali. Mancanza di messa a fuoco, zoomate troppo veloci e panoramiche troppo lente.
Per tutte le riprese di Corunna tenni gli occhi su Nan. Era completamente assorbita dai vecchi edifici.
- Ecco la vecchia palma di datteri - disse. - Laggi c'era un giardino. Quella  la vecchia casa colonica, quella parte l,  l che c'era la cucina.
Quando fu finito, Nan disse - Pensa un po', ancora ci sono tutti quei vecchi edifici. Pensavo che non ce ne fosse rimasto neanche uno. E la macchina per fare i serbatoi, Sally?
- S, ma il gestore l'aveva messa via e non si poteva usare. Era preoccupato che uno dei ragazzini potesse infilarci le dita.
- Oh, s, potrebbe essere pericolosa.
Mamma disse a Nan ci che tutti i vecchietti avevano detto di Lily. Nan rise a pi non posso. - Oh, s - disse sghignazzando - Lily era proprio cos, giusto. Era il tipo
di persona che non si poteva fare a meno di amare, aveva un buon cuore, Lily, proprio cos -. Ero stupita, Nan non aveva mai parlato di Lily in quel modo prima di allora.
Nei giorni successivi, Mamma raccont a Nan, nei minimi dettagli, di tutte le varie persone che avevamo conosciuto. Nan fingeva disinteresse, ma sapevamo che era tutto un bluff. Era disperatamente interessata a tutto quello che avevamo da dire, ma non voleva mettere a nudo i propri sentimenti. Per molti versi era una persona molto riservata.
Una sera, mentre erano da sole, Mamma le disse che Annie e molti degli altri vecchi di Corunna Downs erano morti a Shaw River. - Lei aveva Lily - disse Mamma.
- Si era dedicata completamente agli anziani. Annie non era sola quando mor; con lei c'era qualcuno della sua gente -. Nan annu. Aveva le lacrime agli occhi. Le sue labbra erano ferme.
- Qualcuno di loro si ricorda di me? - chiese ansiosa.
- Tutti - disse Mamma - tutti si ricordano di te. Ti ricordi Topsy e un'altra donna che si chiama Nancy. Hanno detto che sono vissute con te e Annie a Corunna.
Nan sembr sconvolta. - Sono ancora vive? - chiese incredula. - S.
Nan scosse la testa. - Vado a letto - mormor. Mamma si sdrai e pianse fino ad addormentarsi.
Qualche settimana dopo misi alle strette Nan sul fatto che sapesse parlare due lingue; lei non aveva alcuna intenzione di affrontare l'argomento. Quando le dissi dei diversi gruppi del colore della pelle, disse arrabbiata: - So tutto, mica sono stupida -. Non voleva andare oltre. C'era stato un lieve cambiamento, si era ammorbidita, ma ancora non aveva intenzione di condividere con noi i dettagli personali della sua vita.
Quando io e Mamma ci incontrammo, non potemmo fare a meno di ricordare il nostro viaggio.
- Beh, una cosa l'abbiamo scoperta - disse Mamma.
- Sam il Maltese non era il padre di Nan.
- Esatto. Ma questo non vuol dire neanche che lo fosse per forza Howden.
- No, lo so. Forse non sapremo mai chi l'ha generata.
- Credi che Jack Grime sia tuo padre?
- Oh, non lo so, Sally - sospir Mamma. - Da piccola ho sempre pensato che Howden fosse mio padre. Che scemenza!
- Howden? Perch lo pensavi?
- Forse perch era il padre di Judy, June e Dick. Forse ero piccola e non capivo, quindi davo per scontato che fosse pure il mio. Sai com' quando sei bambina.
- S. Capisco perch potevi arrivare a pensarlo. Vivevate tutti a Ivanhoe.
- S.
- Zia Judy ha detto che per tu sei il ritratto di Jack Grime, potrebbe essere una specie di prova, no?
- Oh, non saprei, la gente si pu assomigliare, ma non significa che sono parenti.
- Gi. Ehi, lo so io. Ho una foto di Jack, una grande. Perch non gli diamo un'occhiata e vediamo se vi assomigliate?
- Non voglio farlo.
- Forza! La mettiamo vicino allo specchio grande in camera mia, tu ci metti la testa accanto e cos vediamo se gli somigli.
- Oh, va bene - ridacchi Mamma. - Perch no?
In pochi minuti io, Mamma e la foto eravamo davanti agli specchi delle ante del mio armadio.
- Beh, non  servito a niente. Non gli somigli affatto, pur considerando il fatto che tu sei ingrassata. Non c' alcuna somiglianza.
- Non somiglia neanche a nessuno dei tuoi figli, vero?
- Nooo - dissi convenendone. - Aspetta un attimo e prendo un'altra foto.
Tornai di corsa. - Okay - dissi - guarda lo specchio.
Mamma si mise di fronte allo specchio e cerc di non ridere. Si sentiva stupida.
Di colpo, accanto al suo viso, tirai su una foto di Howden da giovane. Entrambe ammutolimmo.
- Dio mio - sussurrai. - Mettigli i capelli neri e ricci e un grosso seno ed  il tuo ritratto sputato!
Mamma era scioccata. - Non posso crederci - disse lei. - Come mai non l'ho mai notato prima? Ho visto quella foto centinaia di volte.
- Credo che non ti sia mai venuto in mente - replicai.
- Non credi sia possibile che fosse mio padre?
- Tutto  possibile. Ma non potrebbe essere il tuo e pure quello di Nan. Sai, i lineamenti possono saltare una generazione. Diciamo che era il padre di Nan, e tu potresti aver ereditato in quel modo i suoi lineamenti.
- Oh, non so, Sally - sospir Mamma. - E un tale dilemma. Sai, per quasi tutta la vita ho voluto sapere disperatamente chi era mio padre. Adesso non potrebbe importarmene di meno. Perch dovrei preoccuparmi di chiunque fosse stato, quando lui non si  mai preoccupato di me.
- Ma questa  stata la storia recente delle genti aborigene, Mamma. Ragazzini sparsi da tutte le parti senza sapere chi li aveva generati. Quei primi pionieri, loro hanno molto di cui rispondere.
- S, lo so, lo so, ma adesso credo che farei meglio a lasciar perdere tutto quest'affare. Tutte quelle persone meravigliose su al nord, tutte che mi volevano. Bene,  quello che voglio. Quello mi basta, capisci. Non voglio appartenere a nessun altro.
- Anch'io.
Tornammo nel soggiorno. Dopo qualche minuto di silenzio, Mamma disse: - Sai...?
- Cosa?
- Oh... niente. Fa niente.
- Odio quando fai cos. Forza, dillo.
- Be-eh... Sai quella Daisy che Jack dice di aver conosciuto? Non credi che potrebbe essere stata Nanna?
- Boh. Gliel'ho chiesto l'altro giorno se fosse mai tornata su al nord, ma s' arrabbiata con me.
- Potrebbe essere stata lei - disse Mamma incerta. -Alice t'ha detto che lei  tornata una volta.
- Ma se era lei, era nel 1923 ed era incinta. Mamma...
pensi che forse, da qualche parte, hai un fratello o una sorella?
Lei annu.
- Ma di certo Nan te l'avrebbe detto.
- No, se non le fosse stato permesso di tenerlo.
-  terribile -. La guardai intensamente. - C' qualcosa che non mi stai dicendo, vero?
Mamma si ricompose e poi disse: - La scorsa notte mentre ero a letto, ho avuto questo breve flashback di quando ero piccola. Avevo dato il tormento a Nanna chiedendole il perch non avessi un fratello o una sorella, quando mi abbracci e sottovoce mi disse: - Hai una sorella -. Poi mi strinse forte. Quando mi lasci andare, mi accorsi che stava piangendo.
Non riuscii a dire nulla. Entrambe rimanemmo sedute in silenzio. Alla fine, Mamma disse: - Glielo chieder.
Qualche giorno dopo, Mamma tir fuori l'argomento con Nan, ma si trov di fronte solo a rabbia e insulti. Nan si chiuse nella sua stanza dicendo: - Lasciamo stare il passato.
- Adesso non lo sapr mai - mi disse Mamma in seguito. - Non lo sapr mai se non me lo dice lei.
- Non devi arrenderti ! Il tuo istinto cosa ti dice?
- Oh, Sally, tu e i tuoi istinti, sei come un dannato investigatore. Come faccio a sapere che il mio istinto non  pura fantasia?
- Che cosa ti dice? - insistei.
Lei sospir. - Mi dice che ho una sorella. Ho avuto quella sensazione per tutta la vita, da quando ero molto piccola, che da qualche parte avevo una sorella. Se solo potessi trovarla.
- Quindi credo che quello che senti sia vero.
Mamma rise. - Sei una romantica.
- Stronzate! Usa la logica, potrebbe ancora essere viva. Se  nata nel 1923, adesso avr una sessantina d'anni. Inoltre, se Nan l'ha avuta su al nord, potrebbe essere stata cresciuta dalla gente di quelle parti o una famiglia bianca potrebbe averla adottata.
- Sally, non abbiamo neanche un nome.  impossibile! Parli come se un giorno la troveremo, ma  impossibile.
- Nulla  impossibile.
- Puoi parlare con Nan?
- Certo, ma non mi dir nulla. Prima la lascio sbollire un po'.
- C' stata cos tanta tristezza nella mia vita - disse Mamma - non credo di poterne sopportare altra.
- Vuoi parlarne?
- Intendi per il libro? - S.
- Beh... - esit per un attimo. Poi con improvvisa fermezza, disse: - Perch non dovrei? Se resto in silenzio come Nanna,  come dire che tutto va bene. La gente dovrebbe sapere come  stato per una come me.
Le feci un sorriso.
- Forse mia sorella la legger.


LA STORIA (1931-1983) DI GLADYS CORUNNA.

Non ho memoria alcuna di essere stata portata via da mia madre e messa nell'Orfanotrofio di Parkerville, ma per tutta la vita ho portato con me l'immagine mentale di una ragazzina cicciotta di circa tre o quattro anni.  seduta nella veranda di Babyland Nursery, le cola il naso e piange. Credo di essere io quando all'inizio mi portarono a Parkerville.
Parkerville era un bel posto gestito dalle suore della Chiesa d'Inghilterra. Adagiato tra le colline di Darling Ranges, era circondato da boscaglia e ruscelli. A primavera c'erano fiori selvatici di ogni colore e centinaia di variet di uccelli. Ogni mattina mi svegliavo con le risa dei kookaburra e il gorgheggio delle gazze. Quello era l'aspetto di Parkerville che adoravo.
Quella fu la mia casa dal 1931, dall'et di tre anni. Mi era permesso di tornare da mia madre, a Ivanhoe, tre volte l'anno, per le vacanze.
Nell'Istituto c'erano due sezioni. La sezione dei bambini pi grandi, dove tutte le camerate portavano i nomi dei benefattori, e Babyland Nursery. Non credo che quest'ultima prendesse il nome da qualcuno.
Babyland non era che un cottage circondato da verande. All'interno c'era una cucina con una stufa a legna, qualche tavolinetto, delle sedie e dei seggioloni per i pi piccoli. C'era un solo dormitorio ed era pieno zeppo di lettini di ferro che quasi toccavano il pavimento. Erano molto puliti e ordinati a Babyland. Era consentito giocare all'interno solo nelle giornate veramente rigide. Di norma ci facevano sedere sulle verande, cos uno non metteva in disordine le camere dopo che le avevano pulite.
Ogni mattina le ragazze pi grandi venivano a farci il bagno. Eravamo sempre infreddoliti per la notte appena passata, perch ancora tutti bagnavamo il letto. Odiavo l'ora del bagno per il sapone carbolico e per le spazzole dure con cui ci strofinavano. La Madre della Casa, in piedi accanto alla porta, diceva - Strofinateli per bene, ragazze -. Noi piangevamo, quelle spazzole facevano veramente male. Sembrava sempre che il nostro pianto la facesse godere, e a quel punto se ne andava. Non appena se ne era andata, le ragazze buttavano via le spazzole e ci facevano giocare. Fu cos che cominciavamo a piangere non appena la Madre si affacciava alla porta.
I nostri abiti venivano tenuti in un grosso armadio e le ragazze ci vestivano con qualsiasi cosa fosse della misura giusta.
Credo che quella fosse una delle rarissime volte in cui fu una fortuna essere nera, infatti le ragazze aborigene pi grandi riservavano sempre ai bambini neri un bacio e un abbraccio in pi. Era una cosa che mi dava un meraviglioso senso di sicurezza. Sar sempre grata per quei giorni. Capisci, anche se non avevamo alcuna relazione di parentela, tra noi ragazzini neri c'erano dei legami molto forti. Alle ragazze bianche pi grandi sembrava che non importasse nulla di nessuno, e le nostre Madri della Casa non erano come vere madri, ci comandavano a bacchetta e basta, senza mai darci un bacio o un abbraccio.
Ogni mattina sedevo sulla veranda con la mia amica Iris, che era grassa come me. Aveva una carnagione molto bianca e le lentiggini risaltavano come se fossero state dipinte con un pennello. Era talmente pallida che le ragazze pi grandi la chiamavano Gessetto. Sembrava sempre infelice; aveva una tosse spaventosa e i piedi sempre blu. Non avevamo scarpe. Le piaceva sedersi accanto a me. Giocavamo con i giocattoli sparpagliati sulla veranda. Stavamo sempre insieme. Se si era in due, gli altri non ti facevano troppi dispetti.
Dopo la scuola tornavano le ragazze pi grandi e mi portavano in giro. Me ne stavo seduta sulla veranda e
premevo il viso sul parapetto di legno di fronte al cortile della scuola. Sembrava ci volesse un'infinit di tempo prima che arrivassero. Quando suonava la campanella, si precipitavano di corsa e litigavano per chi quella volta dovesse portarmi in braccio. Mi dispiaceva per Iris, perch nessuno voleva mai prendere in braccio lei. Avrei voluto che le ragazze grandi giocassero pure con lei, ma lei non faceva che tossire, e io ero troppo presa a godermi tutta quell'attenzione che ben presto mi dimenticavo di lei.
Dopo cena le ragazze ci vestivano per la notte. Ci mettevano un pagliaccetto con un riquadro di stoffa, che si abbottonava di dietro, che consentiva di stare sul vasetto. Ci teneva coperti anche i piedi, cos ci restavano caldi.
Ogni lettino del dormitorio aveva una coperta grigia o verde scuro e dovevamo inginocchiarci accanto al letto e recitare le preghiere. Fatto questo, si spegnevano le luci e le brandine di alcuni dei bambini pi piccoli venivano avvicinate alla stanza da letto della Madre, di modo che lei potesse sentire se stavano male durante la notte.
Ricordo che una notte sentivo Iris che non la smetteva pi di tossire. Mi riaddormentai e mi risvegliai con la luce che era stata accesa e la gente che camminava avanti e indietro. Quando mi alzai al mattino, Iris non c'era pi. Mi sentii molto sola quel giorno seduta sulla veranda. Chiesi agli altri se l'avessero vista. Dissero che stava male e che era stata portata all'Ospedale. Ero molto triste.
Qualche settimana dopo, mentre ero sola a giocare sulla veranda, lei apparve dal nulla. Era tutta ben vestita, con un abito di pizzo bianco ed era felice, non tossiva pi. Mi sorrise e io le risorrisi, poi and via. Allora mi sentii meglio; sapevo che, ovunque fosse andata, stava bene.
All'et di cinque anni fui mandata al George Turner. Era una casa davanti a Babyland, al di l di un'ampia distesa di ghiaia. Mi avevano detto di andare dalla mia
nuova Madre della Casa. Non ci fu alcun saluto con i miei amici, loro rimasero seduti a giocare sulla veranda come al solito.
Scesi le scale incespicando e lentamente cominciai ad attraversare la ghiaia con il mio fagotto di vestiti. Cercavo di camminare sulle aiuole di bocche di leone per non sporcarmi i piedi, ma quando raggiunsi la cisterna non ce n'erano pi. Da quel momento c'era solo sabbia nera.
Quando finalmente arrivai al cancello del George Turner, avevo troppa paura di aprirlo. Rimasi l impalata, timorosa. Mi preoccupavano i miei piedi. A Babyland era molto importante avere i piedi puliti, per questo motivo non ci era permesso scendere dalla veranda, e qui invece mi ritrovavo con i piedi neri di sabbia. Ero sicura che la mia nuova Madre della Casa si sarebbe infuriata con me.
All'improvviso venne al cancello una delle ragazze pi grandi. Mi sentii risollevata quando la riconobbi; era una delle mie amiche. Mi prese per mano e mi port da Miss Moore, che stava aspettando sulla veranda.
Miss Moore mi fece vedere la casa e disse che io ero una dei venticinque bambini che alloggiavano l. Mi spieg che  maschi dormivano da un lato della veranda e le ragazze dall'altro, con una tenda avvolgibile nel mezzo che creava una divisione. Ognuno di noi aveva un armadietto per i suoi oggetti personali e uno specchietto per specchiarci al mattino mentre ci pettinavamo. Mi stupiva il fatto che, per tutto il tempo che era stata a parlare con me, non avesse menzionato una sola volta i miei piedi sporchi.
Ero inoltre sorpresa di vedere che tutte le pareti dei dormitori erano ricoperte di enormi foto incorniciate dei divi del cinema. Naturalmente, all'epoca, ero troppo piccola per sapere che erano divi del cinema. Pensai che fossero le foto delle Mamme e dei Pap.
Dopo che Miss Moore ebbe finito di spiegarmi ogni cosa, mi disse di riporre le mie cose nell'armadio. Non avevo mai avuto molto, solo qualche pezzo di carta colorata delle uova di Pasqua e un orsacchiotto con una
sola gamba che avevo rubato a Babyland e avevo nascosto tra i miei vestiti. Per tutto il tragitto avevo temuto che l'orsacchiotto potesse cadrmi; loro l'avrebbero visto e se lo sarebbero ripreso. Ero contenta di avercelo ancora. Avevo anche una spazzola per capelli che mi aveva dato mia madre. A lei piaceva che fossi in ordine.
Il mio armadietto non rimase spoglio troppo a lungo; diventai una che non buttava mai niente. Adoravo raccogliere la carta argentata delle uova di Pasqua. A volte quelli pi grandi me ne davano un po' e io passavo le ore seduta a cercare di eliminarne le grinze. Poi la infilavo delicatamente in una vecchia scatola di cioccolatini. Raccoglievo tutto quello da cui i grandi erano disposti a separarsi, non ero affatto schizzinosa. Impazzivo per i nastri per i capelli. A volte una delle ragazze grandi mi aiutava a vestirmi e mi metteva un nastro tra i capelli per farmi pi carina. Ne ero molto contenta. Mi facevo bella con le ragazzine che non ce l'avevano.
Al George Turner avevo degli incubi; non mi era mai successo al Babyland. Forse era il letto grande; era molto pi sollevato da terra e quando mi ci mettevo dentro sembrava molto vuoto. Inoltre non ero abituata a dormire sulla veranda. C'erano rumori d'ogni tipo che mi spaventavano. Le vecchie tende di tela scricchiolavano contro i sostegni di corda, gli uccelli notturni si lanciavano richiami a vicenda, e spesso si sentivano le ali di qualche grosso uccello che ti sfrecciava accanto.
Il mio letto era l'ultimo sulla veranda, accanto alla tenda che divideva la sezione femminile da quella maschile. Proprio accanto al mio letto c'era una grossa finestra; guardavo attraverso il vetro e ci vedevo solo buio e strane ombre.
A volte mi svegliavo di notte con un enorme peso sul petto e la bocca completamente asciutta. Ero sicura che ci fosse qualcuno seduto in fondo al mio letto. Restavo sdraiata sotto le coperte, troppo spaventata per potermi muovere o respirare. Pensavo, se resto sdraiata, buona e ferma, per un po', forse se ne vanno. Era quello che speravo, perch essendo piccola e
non occupando troppo spazio, loro potevano credere che il letto fosse vuoto. Quando mi svegliavo la mattina, guardavo subito in fondo al letto per vedere se c'era qualcuno. Non c'era mai nessuno.
Crescendo, quella paura scomparve. Forse perch cominciai a conoscere Ges. Quando avevo veramente paura, guardavo l'alto eucalipto oltre la veranda e lo vedevo l, che mi sorvegliava. Mi sentivo molto protetta. A volte, quando ero triste, di colpo si illuminava una luce dentro di me che mi rendeva felice. Sapevo che era Dio.
A parte queste esperienze, la cosa che mi aiutava di pi era la musica che sentivo di notte. Crescendo, mi resi conto che si trattava di musica aborigena, come se alcuni blackfella stessero facendo un corroboree solo per me. Era una musica bellissima. La sentivo solo di notte quando ero depressa. Dopo che l'avevo sentita, sapevo che mi sarei addormentata. Era la stessa sensazione di protezione.
Suppongo che dormire sulla veranda in quel modo facesse bene alla salute, ma nelle notti d'inverno, con i lampi, i tuoni e la pioggia che scrosciava, faceva veramente paura. Naturalmente tiravano gi le tende tutt'intorno per darci un certo riparo, ma era comunque spaventoso. Ero convinta che una notte sarei rimasta fulminata da un lampo. Se diventava troppo bagnato, avevamo il permesso di trascinare i materassi dentro e di dormire sul pavimento.
Ci furono molte volte in cui mi sentii totalmente persa. Sapevo che non ero pi una bambina. Sapevo che ormai dovevo badare a me stessa.
Un giorno, ero ormai da circa un anno al George Turner, alcune delle ragazze grandi mi chiesero se volessi andare a fare una passeggiata. Era bellissimo nella boscaglia. Quando mi stancavo, facevano a turno per portarmi a cavalluccio.
Ci inoltrammo nella boscaglia al lato opposto della Casa. A
volte davamo fastidio ai wallabie(35) che si riposavano all'ombra degli eucalipti. Saltellavano un po' pi in l, la nostra presenza non li turbava, le loro orecchie grigie e soffici si contraevano per assicurarsi che noi non ci avvicinassimo troppo.
- Andiamo al cimitero - sugger una delle ragazze.
- E che cos'? - chiesi a Enid, che mi portava sulle spalle.
-  dove ti mettono quando muori - rispose lei - ci sono un sacco di bambini sepolti l -. Lei c'era stata spesso. A quanto pare, a tutti i ragazzini piaceva andarci. Mi dissero che gli piaceva leggere i nomi incisi sulle croci. A volte
c'era solo il nome di battesimo, come Rosie, con l'et incisa sotto.
Proprio mentre ci stavamo avvicinando al cimitero, dissi a Enid: - Pensavo che quando uno muore, andasse in cielo con Ges.
- Infatti - rispose lei. - Siamo arrivati, adesso scendi -. Mi aiut a scendere dalla sua schiena e mi mise per terra.
Osservai le piccole tombe sparse qua e l in mezzo alle macchie basse di cespugli rossi e rosa. Poi mi misi dietro a Enid mentre andava di tomba in tomba, leggendo i nomi. Di colpo mi afferr la mano.
- Guarda - disse - vedi questa,  quella tua amichetta, quella che era a Babyland. - Iris, tre anni e dieci mesi.
Guardai scioccata la montagnola di terra sotto la piccola croce bianca. Enid prosegu, camminando e leggendo i nomi di altri bambini. Rimasi impalata a fissare la tomba di Iris. Improvvisamente mi resi conto che quello era il motivo per cui non era ritornata a Babyland, era morta.
Raccolsi dei ranuncoli e li misi in cima alla tomba, come facevo sempre quando trovavo un uccello morto nella boscaglia e gli davo sepoltura. Cercai di nascondere le lacrime alle altre, ma se ne accorsero e cominciarono a cantilenare:
- Bambina piagnona! -. Enid le sent e grid: - Lasciatela in pace! Poi di corsa torn da me e mi prese in braccio. - Va tutto bene - disse - la tua amichetta  felice in cielo.
A Parkerville ogni giorno era la stessa routine. Ci svegliavano presto con il suono di una campana. L'aria era sempre fredda e non avevi mai voglia di alzarti.
Ti rifacevi il letto, ti vestivi e spazzavi le verande. Poi era ora di colazione. Nella sala da pranzo c'era un grosso tavolo con delle lunghe panche che si infilavano sotto, cos non si vedevano quando non venivano usate.
Durante l'inverno avevamo sempre un grande fal acceso; tra le colline faceva molto freddo. Ricordo che, la sera, odiavamo doverci staccare dal fuoco per andare a letto sulle verande; erano cos fredde e piene di correnti d'aria. Cercavo sempre di nascondermi dietro una sedia e speravo che Miss Moore non si accorgesse di me. cos avrei potuto stare accanto al fuoco tutta la notte. Era un trucco che non funzionava mai, ogni volta mi trascinava fuori e mi mandava via insieme agli altri.
Ogni mattina i ragazzi raccoglievano la legna per la stufa della cucina e le ragazze grandi preparavano il porridge. Non mi  mai piaciuta molto la colazione: era per via di quegli scarafaggetti, ogni mattina erano l, che mi fissavano dalla mia tazza di porridge. Li coprivo il pi possibile con latte e zucchero. A volte chiudevo gli occhi mentre li mettevo in bocca. Odiavo il pensiero di averli dentro di me. Mi sarebbe piaciuto fare a meno del porridge, ma avevo sempre troppa fame per potermi permettere quel lusso. A parte una fetta di pane e un po' di lardo, il porridge era tutto quello che ci davano.
Dopo colazione, riordinavamo e poi, prima di andare a scuola, andavamo alla messa della mattina.
All'ora di pranzo ci mettevamo in fila e marciavamo verso il grande refettorio. Di solito si trattava di un pranzo caldo, come uno stufato. La carne a volte aveva un cattivo odore, soprattutto d'estate.
Dopo la scuola ci veniva concessa una fetta di pane e lardo prima di andare alla messa del pomeriggio. La cena di solito consisteva in carne fredda e insalata e, se eravamo fortunati, gelatina e crema.
Il venerd ci facevano vedere un film. Erano vecchi film muti e noi ci andavamo pazzi. Spesso si trattava di
film con delle storie piuttosto strazianti che parlavano di zingari che rubavano un bambino a una famiglia. Naturalmente, alla fine del film erano di nuovo tutti riuniti. Mi immedesimavo tantissimo con quei film. Tutti noi lo facevamo. Avevo sempre considerato me stessa una bambina rubata. Infatti vivevo quella parte cos intensamente che per tornare alla realt, una volta che il film era finito, mi ci voleva un bel po' di tempo. Ci piaceva qualsiasi film che parlasse di famiglie. Quel genere di film ci toccava profondamente dentro. Era il desiderio segreto di ogni ragazzino quello di avere una famiglia sua. Ma non era qualcosa di cui parlassimo apertamente. Durante la settimana, poi, nei nostri giochi rimettevamo in scena quei film.
Una delle peggiori punizioni che potessero infliggerci all'Istituto era privarci della serata di cinema il venerd.
La prima cosa che facevamo il sabato mattina era metterci in fila per una dose di sale inglese lassativo. Era una cosa disgustosa. Poi era l'ora delle pulizie. Lavavamo il pavimento della cucina, lucidavamo la stufa e pulivamo il bagno con un misto di carbone e sale da cucina. Il lavoro che odiavo di pi era pulire il tavolo dove facevamo colazione. Era ricoperto di cuoio bianco e ogni segnaccio restava in evidenza. Per pulirlo dovevamo veramente strofinare forte.
Il refettorio della casa era molto grande. In realt era refettorio e soggiorno insieme. Da una parte c'era il nostro grande tavolo e dall'altra un tavolinetto con la sedia dove faceva colazione la Madre della Casa. Invidiavamo tutti Miss Moore, perch sui toast lei ci metteva vero burro e panna.
Quando si trattava di faccende, i ragazzi se la passavano liscia. Le suore consideravano la cura della casa un lavoro da donne. La pensavano ancora all'antica. I ragazzi non davano mai una mano a pulire i pavimenti. Comunque quello era un lavoro che non mi dispiaceva: adoravo passare la cera sul pavimento.
Ci davano dei grossi barattoli di cera gialla che veniva fatta
nell'Istituto; era molto densa. Ci legavamo dei vecchi maglioni ai piedi, versavamo enormi grumi di cera sul pavimento e poi sfrecciavamo per tutta la casa. Era meglio dei pattini. A volte finivamo l'una contro l'altra o addosso al muro. Miss Moore veniva a controllarci solo se una di noi cominciava a piangere. Non importava quanto male ti facessi, ma non ti mettevi mai a piangere, altrimenti venivano puniti tutti quanti.
Non conveniva fare arrabbiare Miss Moore, perch aveva un carattere terribile e quando si arrabbiava, infliggeva terribili punizioni corporali.
Le Madri della Casa non facevano mai alcun lavoro. Il loro lavoro era quello di supervisionare. Dopo che avevamo finito la casa, filavamo in lavanderia a lavare i nostri vestiti. C'erano delle signore che venivano a fare le lenzuola, ma le nostre cose ce le lavavamo da sole.
I miei momenti migliori all'Istituto erano il sabato pomeriggio. Dopo aver terminato le faccende, potevamo fare quello che volevamo. Se faceva troppo freddo per andare a nuotare, andavamo a caccia di cibo.
Io avevo sempre fame. Ero come l'orsetto Pooh, il cibo non mi bastava mai. Lo stomaco mi faceva dei rumori tutto il tempo. Impazzivamo per i mirtilli palustri selvatici che crescevano nella boscaglia, erano dolci e succosi. Anno dopo anno tornavamo sempre agli stessi cespugli, erano sempre carichi. Il problema era che piacevano pure alle iguane. Poteva capitare che tu mangiavi da una parte e un'iguana dall'altra, e non te ne accorgevi finch non ti ci incontravi nel mezzo. Non so chi si spaventasse di pi.
Dietro al refettorio c'era un capanno che veniva usato come magazzino per le mele e gli ortaggi tuberosi. La porta era sempre chiusa a chiave, ma c'era una finestrella da cui potevamo passare facilmente. Rubavamo qualche mela e qualche patata e poi sparivamo nella boscaglia e andavamo al nostro albero speciale, dove ci piaceva giocare a Mamma e Pap.
Era un grosso e vecchio eucalipto. Era morto e il tronco era spaccato, quindi dentro era come una grossa stanza. Ci
nascondevamo barattoli e bei pezzi di porcellana. Era un luogo molto felice. Accendevamo il fuoco con uno spesso frammento di vetro che tenevamo nascosto. Lo facevamo brillare contro una foglia secca di eucalipto e, in un attimo, cominciava ad alzarsi un filo di fumo. Ci aggiungevamo altre foglie secche e prima di metterci le patate aspettavamo che si avviasse per bene. Quando pensavamo che fossero pronte, le tiravamo via dalla brace infilandole su un lungo bastoncino. A volte ci bruciavamo la lingua, perch con l'acquolina in bocca che ci ritrovavamo, non ce la facevamo ad aspettare. Spesso le patate restavano crude all'interno, ma non faceva niente.
Il miglior cibo che ci fosse erano i gamberi d'acqua dolce. Ce n'erano in abbondanza nei piccoli stagni e nei torrenti intorno all'Istituto. Li prendevamo con un pezzo di carne vecchia elemosinata dalla cucina e legata a un pezzo di spago. Bastavano pochi secondi dopo aver buttato lo spago in acqua per acchiappare un gambero. Quando ne avevamo presi nove o dieci, li facevamo bollire in un vecchio barattolo. Era il miglior cibo in assoluto.
I momenti pi felici erano quelli che trascorrevo da sola nella boscaglia a osservare gli uccelli e gli animali. Se ti sedevi in silenzio, non si accorgevano della tua presenza. C'erano conigli, wallabie, iguane, lucertole, e persino gli insetti pi minuscoli erano interessanti. Io avevo grande rispetto per la loro piccola vita, tanto che stavo male persino se schiacciavo una formica. Incontravamo ogni genere di serpenti, quelli verdi, marroni, neri. Quelli verdi li tiravamo su e poi li facevamo schioccare. Adesso non ci penserei proprio a prenderli. Quelli neri o marroni non li toccavamo mai. Se incontravamo uno di quelli, ci allontanavamo. A volte i ragazzi pi grandi ammazzavano i serpenti neri veramente grossi.
Un giorno in cui ero da sola, trovai dei topi di campagna sotto una roccia accanto a una pianta di caprifoglio. Andavo spesso a quella pianta perch i fiori, quando li succhiavi, erano dolci. Erano buoni come le caramelle. Quei topolini di
campagna mi sembravano meravigliosi; erano rosa, senza peli e molto piccoli. Decisi che sarebbe stato un segreto che avrei tenuto tutto per me, casomai gli altri gli avessero poi fatto del male.
Mentre me ne stavo seduta a guardarli, improvvisamente, dalla boscaglia l vicino, sbucarono fuori dei ragazzi. Quando si accorsero di quello che guardavo, arrivarono di corsa e tirarono fuori i topi tenendoli per aria, ridendo e prendendomi in giro. Li lanciarono a dei koo-kaburra(36), che li ingoiarono avidamente. Rimasi scioccata. Distrussi il nido e sperai che la madre non ne facesse altri. In seguito tornai a controllare sotto la pianta, ma non ci trovai pi alcun topo.
Avevo un albero del pianto nella boscaglia. Era vicino al torrente, un vecchio e aggrovigliato eucalipto. I rami si curvavano fino a formare un sedile e le foglie piangenti mi ricoprivano completamente. All'Istituto non si piangeva di fronte a nessuno, non si faceva. Dovevi trovarti un posto per piangere. Molti bambini piangevano nel loro letto di notte, ma non era la stessa cosa che avere un posto tranquillo dove andare e poter fare tutto il rumore che volevi.
Mi sedevo per ore sotto quell'eucalipto e guardavo l'acqua che gorgogliava sulle rocce e ascoltavo gli uccelli. Poco dopo la pace di quel posto mi entrava in profondit e non ero pi triste. Anzi, cominciavo a contare le infinite libellule dai colori dell'arcobaleno che sfioravano la superficie dell'acqua. E poi mi addormentavo. Quando infine ritornavo all'Istituto, mi sentivo del tutto contenta.
Il sabato sera lo passavamo a preparare i vestiti per andare in chiesa la domenica. Stiravamo tutto con quei pesanti ferri piatti che si mettevano a riscaldare sulla stufa. Era un lavoraccio, specialmente se eri piccolo. I nostri vestiti erano sempre stirati e inamidati. Dovevi stirarli all'infinito finch non era sparita ogni grinza; ci volevano ore.
Ricordo che, una notte, stavo entrando di corsa in cucina proprio nel momento in cui Miss Moore stava uscendo dalla porta con un ferro infuocato. Mi fin dritto sul braccio. Devo essere svenuta, perch quando mi risvegliai, mi trovavo nell'Ospedale dell'Istituto con il braccio bendato e la caposala seduta accanto a me.
Avevano fatto venire il vecchio dottore del distretto di Mundaring per farmi dare un'occhiata. Veniva all'Istituto solo in casi di emergenza. Quando mi tolse le bende dal braccio, tutto quello che riuscivo a vedere era carne viva, la pelle era sparita.
Mi tennero all'Ospedale per quattro giorni. Mi sentivo molto sola, nessun altro era malato. Credo che gli facessi pena, perch mi lasciavano sedere sulla veranda con il braccio in una benda al collo. Gli altri bambini venivano alla chetichella per parlare con me. L'Ospedale era oltre il confine dell'Istituto, quindi dovevano sgattaiolare attraverso il grosso campo di piselli che gli stava di fronte. Mi arrabbiavo con loro perch ci mettevano un sacco di tempo ad attraversare il campo. Sapevo che si mettevano sdraiati sulla schiena a mangiare i piselli e che di me si dimenticavano.
Ero fortunata a non ammalarmi seriamente troppo spesso. Non te la cavavi troppo bene a Parkerville se avevi qualcosa che non andava e non eri in grado di badare a te stessa. I ragazzini pi deboli venivano calpestati, i grandi gli facevano i dispetti. All'Istituto c'erano molti ragazzini colpiti dalla polio. Per loro provavo una gran pena. E per non andare a scuola bisognava essere in punto di morte. Se restavi a casa, ti davano una dose di sale inglese o di olio di ricino. A quei tempi era il rimedio contro tutti i mali.
Uno dei momenti peggiori della mia infanzia fu quando mi portarono al Princess Margaret Hospital per farmi togliere le tonsille. Avevo una gran paura. Ero tutta sola e pensavo di morire.
Dovevo indossare una camicia da notte con un'apertura sul retro. Tutto puzzava di sapone carbolico, persino le lenzuola.
Odiavo quell'odore. Mi misero in un letto alto di ferro e non c'era nessuno che mi rivolgesse la parola. Era come essere in un obitorio.
Dopo l'operazione stetti molto male. Non c'era nessuno con cui potessi parlare e non feci altro che piangere. Non riuscivo a capire perch mia madre non fosse venuta a trovarmi; pensai che forse non le avevano detto che stavo male. Mi disse che non era riuscita a prendere un permesso al lavoro e che la sera non poteva venire a causa del coprifuoco, che impediva agli aborigeni di viaggiare dopo il tramonto.
Era difficile per lei, ed era difficile anche per me. Anche quando stavo male, appartenevo al Native Welfare Department. Non mi era permesso neanche il lusso di avere mia madre.
Ma subito dopo questo fatto, accadde qualcosa che veramente mi tir su il morale. Mio Zio Arthur venne a trovarmi. Era gi venuto una volta a Parkerville quando ero molto piccola. Il ricordo che avevo di lui era molto sfocato, ma era importante. Io gli volevo bene e sapevo che lui ne voleva a me. Sapevo, inoltre, che se avesse potuto portarmi via di l, l'avrebbe fatto. Lui era davvero importante per me. Mi ricordava mia madre e la mia casa. A volte pensavo che se lui e Mamma fossero vissuti insieme, allora avrei avuto una famiglia. Ma non era cos.
Dopo quella volta venne a trovarmi ancora una volta, e poi non torn pi. Lui aveva gi troppo da fare per tirare avanti con la sua famiglia.
La domenica pomeriggio erano consentite le visite. Noi non facevamo che aspettare, sapevamo che dalla stazione la strada era lunga e in salita, e non sapevamo mai se qualcuno veniva a trovarci oppure no. Quella era la parte peggiore. Uno sperava fino all'ultimo minuto. Io pensavo, beh, Mamma sar qui a momenti, devo solo aspettare ancora un po'. Si arrabbier se non mi trover qui ad aspettarla. Mi ricordo di certi anni in cui la vidi solo due volte all'Istituto.
Se non veniva nessuno, ti facevi coraggio e non piangevi. Facevi finta che non ti importava, facevi spallucce
e te ne andavi. Ed eri tremendamente invidioso se qualcuno andava a trovare i tuoi amichetti. Naturalmente, quando vedevi che da oltre la collina stava arrivando qualcuno per te, allora cominciavi a correre dall'eccitazione. Molti dei bambini a Parkerville avevano i genitori. Alcuni avevano la madre, alcuni il padre. Per quei ragazzini l facevi qualsiasi cosa, perch speravi sempre che ti invitassero a stare con i loro visitatori.
Per i bambini aborigeni era pi difficile. Noi non avevamo nessuno. Alcuni dei bambini che erano l, erano stati portati via dalle loro famiglie che vivevano a centinaia di miglia di distanza. Era troppo lontano perch qualcuno venisse a trovarli. E, comunque, per poter viaggiare, gli aborigeni dovevano ottenere un permesso. A volte non glielo rilasciavano. Mica gliene importava niente se loro volevano vedere i propri figli.
Ogni volta che Mamma veniva a trovarmi aveva sempre con s un pezzo di carta che diceva che poteva viaggiare. In qualsiasi momento poteva essere fermata da un poliziotto che voleva vedere quel documento. Se non l'aveva con s, allora era nei guai.
Quando Mamma non veniva a trovarmi per molto tempo, mi chiedevo se mi avesse dimenticata. L'unico giorno libero che aveva era la domenica, ma prima doveva preparare l'arrosto. A differenza degli altri servi, lei non aveva mai ferie. Mi ricordo di varie volte in cui mi disse che non era venuta perch non poteva permettersi il biglietto del treno. L'unica occasione in cui aveva tutta la domenica libera era se i Drake-Brockmans andavano via per tutta la giornata.
Quando ero ancora abbastanza piccola, Suor Kate(37) lasci Parkerville e port con s molti bambini aborigeni. Ero molto triste, perch persi un mucchio di amichetti. C'erano rimasti alcuni ragazzi dal colore chiaro e
loro mi tenevano d'occhio. Non so perch non mi mandarono con Suor Kate, forse fu a causa dei Drake-Brockmans, non lo so.
Credo che Alice Drake-Brockmans pensasse di fare una buona azione mandandomi a Parkerville. A volte veniva e portava con s Judy, June e Dick per un picnic. Succedeva sempre a primavera, quando fiorivano i fiori selvatici. Io e Dick andavamo d'accordo, eravamo molto vicini. Mi trattava come una sorella.
Mi piaceva quando venivano tutti, perch gli altri bambini erano molto invidiosi. Conoscere qualcuno con una macchina conferiva una certa posizione. Pensavo di scoppiare di gioia quando vedevo la Chevrolet nera che si inerpicava su per la collina e procedeva lungo la strada, per poi fermarsi al George Turner. Tutti gli altri bambini si avvicinavano facendo capannello e speravano che io ne portassi uno con me. Saltavo gi dalla staccionata di legno su cui ero stata a sedere mentre aspettavo speranzosa che arrivasse qualche visitatore, e mi dirigevo lentamente verso la macchina. Ero molto timida, ma anche ben consapevole dell'invidia di tutti quelli che ancora erano seduti sul recinto dietro di me. Era una sensazione di importanza che mi durava per tutta la settimana successiva. Promettevo sempre agli altri bambini che, la prossima volta, ne avrei portato uno con me. Mi faceva essere un re fino alla domenica successiva, quando qualcuno magari riceveva un visitatore con una scatola di cioccolatini. Purtuttavia, i dolci non erano importanti quanto una gita in macchina, perch era molto difficile far durare un dolce per tutta la settimana.
Spesso pregavo Dio che mi desse una famiglia. Facevo finta di avere una madre, un padre, fratelli e sorelle. Facevo finta di vivere in una grande casa sfarzosa come Ivanhoe e di andare al St. Hilda's Girl School, come Judy e June.
In quel periodo era importante per me avere un padre. Ogni volta che chiedevo a Mamma di mio padre, lei diceva: - Lascia perdere,  morto quando tu eri molto piccola, ma ti voleva molto bene -. Capiva che avevo
bisogno di appartenere a qualcuno, ma ignorava tutte le prese in giro che mi toccava subire perch non avevo un padre, o i commenti che mi arrivavano a proposito di quelle ragazzacce che facevano figli. Sapevo che avevano a che fare con me, ma ero troppo piccola per capire.
Sul petto avevo una grande ferita dove, diceva mia madre, mio padre aveva fatto cadere la cenere del sigaro. Mi sforzavo di immaginarmelo mentre mi cullava, con un grosso sigaro in bocca. Me lo immaginavo sempre con l'aspetto di un divo del cinema, come uno di quelli nelle foto delle ragazze grandi.
La ferita mi dava la sensazione che un padre, dopo tutto, ce l'avevo avuto. La guardavo e ne ero quasi contenta. Solo quando fui pi grande mi resi conto che si trattava di una ferita di iniziazione. Mia madre me l'aveva fatta a scopo di protezione.
All'Istituto facevamo sempre molte uscite. Andavamo al cinema e organizzavamo concerti in vari posti per raccogliere denaro.
Una mattina eravamo tutti molto eccitati, perch ci avevano detto che saremmo andati allo zoo. Era un momento in cui ci voleva proprio qualcosa che mi tirasse su, non vedevo mia madre da secoli ed ero triste. In realt non ero solo io. Quasi nessuno dei bambini aveva ricevuto visite e si sentivano tutti depressi. Non c'erano neanche state persone che volevano adottare bambini.
Certi a volte venivano all'Istituto alla ricerca di bambini da adottare. Non credo che capissero quanto questo potesse creare agitazione in tutti quanti. Ci eccitavamo tutti e ci chiedevamo chi sarebbe stato il fortunato che avrebbe trovato una Madre e un Padre. Quelle visite di solito non portavano a nulla, i bambini venivano rifiutati e tutti di notte piangevano fino allo sfinimento.
Una mia amica venne adottata. Erano tutti sorpresi perch, di solito, una volta arrivati all'et di otto o nove anni, nessuno ti voleva pi. Questa ragazzina aveva otto anni, era molto carina e con i capelli biondi. La prese una famiglia ricca e secondo noi era stata molto fortunata. Era andata via solo da un paio di settimane quando mor. La faccenda scaten un grosso caso giudiziario. Era morta per avvelenamento d'arsenico. Dopo quella volta nessuno di noi voleva pi essere adottato.
Andare allo zoo tir su il morale a tutti quanti. Dopo colazione andammo alla stazione. Quando arriv la vecchia locomotiva che procedeva sbuffando, avevamo tutti cos paura di essere lasciati l, che saltammo sul treno mentre era ancora in marcia, ignorando le urla delle Madri della Casa. Il primo che sal occup un posto per gli amici e tutti speravano che il loro gruppetto sarebbe finito in un vagone senza la Madre della Casa. A quel modo avremmo potuto strillare quanto volevamo quando saremmo passati sotto la galleria di Swanview.
Lo zoo era davvero eccitante, e lo erano soprattutto gli elefanti. Avevo visto delle foto di elefanti addobbati d'oro e con dei principi indiani in groppa. In quella situazione mi ci vedevo bene anch'io. Mi ricordai di sorridere sempre agli elefanti, perch avevo letto in un libro che loro non dimenticano mai, e c'era una storia di un uomo che con loro era stato crudele e loro l'avevano schiacciato a morte. Era meglio andarci piano.
Dopo quella giornata con gli animali mi sentii molto pi felice. Quando tornammo al traghetto, oltrepassammo una casa vicino al fiume dove sapevo che vivevano Zia Mary e Zio Ted. Ero stata a trovarli con Mamma durante le vacanze di Natale e, per una qualche ragione, la cosa me la fece sentire vicino.
Prendemmo posto sul traghetto che ben presto, scoppiettando, ci riport indietro lungo il fiume. Il mio posto era proprio davanti, vicino all'acqua, e osservavo le piccole onde che uscivano da sotto la barca e poi lentamente scomparivano. Poi vidi un altro traghetto che arrivava dall'altra parte, cos mi sporsi per vedere quanto si sarebbe avvicinato alla nostra barca. Con grande sorpresa vidi mia madre seduta sul traghetto, bella come mai con il suo vestito azzurro. Non ci potevo credere. La chiamai, gridai e agitai le braccia. Doveva sapere che stavo andando allo zoo, pensai, ma aveva sbagliato l'ora; non ci saremmo incontrate. Forse sta andando allo zoo
per vedere me e io non ci sar. Saltai su e gi e continuai a strillare. Mia madre sedeva dritta sul traghetto, e non gir mai la testa nella mia direzione.
In pochi minuti le nostre barche si sorpassarono e mi resi conto che non aveva sentito che la stavo chiamando. Mi rimisi a sedere sul sedile di legno e mi lasciai cadere in un angolo. Gli altri bambini mi guardarono e non dissero niente. Dimenticai ogni cosa circa gli elefanti, gli orsi e i leoni. Non riuscivo a pensare ad altro che a mia madre. La tristezza che avevo dentro era cos grande che non riuscivo neanche a piangere.
Erano ormai un paio d'anni che mi trovavo al George Turner quando cominciai a essere avventurosa come gli altri ragazzini. Divenni una specie di capo e avevo la mia piccola banda.
Inoltre, di notte non avevo pi paura. Anzi, cominciai ad amare quella parte della notte quando i cavalli selvatici passavano al galoppo. A quei tempi ce ne erano un sacco tra le colline. Quando li sentivamo arrivare, ci sporgevamo dalla veranda e gridavamo. Erano bellissimi; alcuni erano argentati, altri bianchi, altri neri e marroni. Erano diretti ai campi erbosi dall'altra parte della collina. Suppongo che in un certo qual modo fossero come noi bambini, non appartenevano a nessuno.
Il venerd sera proiettavano un ciclo di film di Tom Mix(38), ed eravamo stati rapiti tutti dal Selvaggio West. A volte facevamo finta che il carro di spurgo dei pozzi neri fosse un vecchio carro del cuoco. Avevamo una grande fantasia.
Il nostro entusiasmo per il Selvaggio West condusse a un nuovo interesse verso i cavalli indomiti. Decidemmo che se dovevamo veramente essere come i cow-boy, ci serviva un cavallo, quindi pensammo di prenderne al laccio uno quando passavano di notte. Unico impedimento: non avevamo una corda.
L'unica corda di cui eravamo a conoscenza era quella della
bandiera della scuola che veniva issata a ogni Anzac Day. Sapevamo in quale armadio si trovasse quella corda, cos facemmo a chi estraeva il bastoncino pi lungo per vedere a chi toccasse rubarla. Questa era la pratica con cui di norma risolvevamo i nostri problemi. Se pescavi il bastoncino pi lungo, dovevi accettare il tuo destino, anche se eri spaventato a morte.
Perse Harry. Povero Harry, veniva sempre messo in mezzo. Era il suo destino.
Dopo che Harry si fu intrufolato nella scuola ed ebbe rubato la corda della bandiera, ci sporgemmo dal parapetto della veranda e aspettammo al buio l'arrivo dei cavalli. Eravamo molto eccitati. Purtroppo passavano sempre molto tardi, vicino alla mezzanotte, cos molti dei ragazzini pi piccoli si addormentarono sul parapetto della veranda.
Verso le undici e mezza, sentimmo il boato dei loro zoccoli e capimmo che stavano arrivando. Harry mont sul parapetto e prepar il suo lazo. Quando i cavalli ci sfrecciarono accanto, gett la fune il pi in alto e il pi lontano possibile, ma quando la fune scomparve, scomparve pure Harry. Noi, atterriti, restammo a guardare mentre lui, urlando, volava gi dal parapetto. Passati i cavalli, corremmo gi e lo trovammo lungo per terra con un braccio rotto. Prendemmo la corda e la nascondemmo, poi andammo a svegliare Miss Moore.
- Camminava nel sonno - le dicemmo con tono innocente -  caduto gi dalla veranda e si  rotto il braccio.
Si rivel una buona scusa. cos da quel momento la usammo spesso quando venivamo sorpresi fuori dal letto, a giocare alle sfide.
Le avventure cominciavano a piacermi, e sapevo che dovevo sempre fare la coraggiosa. Non conveniva perdere la faccia davanti ai propri amici.
C'era un cottage disabitato dove viveva la vecchia Suor Fanny. In realt, lei abitava una parte della veranda chiusa da una tela grezza. Era molto sporca e d'inverno doveva farci molto freddo. L'interno del cottage veniva usato per gli ospiti, che a volte restavano per alcuni giorni o solo per passare la notte.
Tutti i bambini avevano paura di avvicinarsi a Suor Fanny. Pensavamo che fosse una strega.
Un giorno, alcuni ragazzini di una banda rivale mi sfidarono ad andare dritto da lei. Volevo ritirarmi, ma, essendo un capo, non potevo. Inoltre, non avevo fatto altro che aprir bocca e dire a tutti di quanto fossi coraggiosa, quindi adesso dovevo starci.
Sgattaiolai molto lentamente verso il cottage finch non mi ritrovai, in piedi proprio fuori la porta di tela che era appesa al vecchio tetto di latta. Il lembo ondeggiava avanti indietro nella brezza e io riuscivo a vedere il pavimento fatto di terra. Sdraiato sul pavimento c'era un grosso gatto nero addormentato. Ero certa che Suor Fanny fosse una strega; lo sapevano tutti che le streghe avevano un gatto nero.
Ero talmente presa a guardare il gatto che non mi accorsi di Suor Fanny. Spost la tenda e cacci fuori la sua vecchia faccia rugosa e disse: - Aaah! -. Feci un salto indietro dallo spavento. Aveva dei capelli lisci, flosci e spettinati, lunghi fino alle spalle, e un aspetto molto sporco. Guardandola in faccia, mi accorsi che aveva davvero un occhio blu e uno marrone. Me l'avevano detto gli altri bambini, ma non ci avevo creduto.
- Volevo solo accarezzare il gatto - dissi velocemente.
- Entra, bambina, entra - disse con voce sottile e tremolante. Entrai e mi misi a sedere e accarezzai il gatto. Pensai che se l'avessi accarezzato, non mi avrebbe fatto del male.
Suor Fanny continuava a biascicare e a camminare su e gi per la stanza. Cominci a farmi pena, era tutto talmente malandato. Non c'era niente di bello; per mobili aveva giusto un letto di ferro e degli scatoloni. A quel punto capii che non era una strega, ma semplicemente una debole vecchietta.
Dopo qualche minuto, mi alzai, salutai e raggiunsi gli altri bambini. Non riuscivano a credere che fossi veramente entrata; tutti pensarono che fossi una dura.
- Hai visto la strega - dissero - hai visto la strega. Che ne pensi,  una strega vera?
- No - risposi - e smettetela di tirare sassi alla sua casa.  soltanto una vecchietta.
- Gi, per ha un occhio marrone e uno blu - disse Tommy - solo le streghe hanno gli occhi in quel modo!.
Non potevo negarlo, ma in cuor mio sapevo che lei era solamente una vecchietta.
C'erano diverse persone adulte a cui mi affezionai e che andavo a trovare regolarmente. Scoprii di andare d'accordo con le persone anziane, perch spesso avevano del cibo, di solito biscotti o torte.
Andavo regolarmente a trovare la signora dell'ufficio, Miss Button, che aveva uno stanzino dietro l'ufficio, per chiederle se avesse delle faccende da sbrigare. Mi faceva spolverare la mensola del camino e poi mi preparava una tazza di t e mi dava un biscotto.
Ero molto eccitata quando lei part per un viaggio in Inghilterra. Non faceva altro che parlare dell'Inghilterra. Una volta mi aveva mostrato una cartina del mondo e mi aveva indicato dove si trovava l'Inghilterra. Prima di partire per il suo viaggio, promise che mi avrebbe mandato una cartolina dall'Inghilterra. Quando alla fine arriv, non riuscivo a crederci. Tutti i bambini pensarono che dovevo essere davvero importante per ricevere una cartolina dal paese dove vivevano il Re e la Regina, perch, oltre a Dio, loro venivano subito dopo nella lista di chi ci faceva soggezione.
Fu pi o meno in questo periodo che venni adottata dal Northam Country Women's Association in quanto bambina bisognosa. Decisero che mi avrebbero mandato un regalo a Natale e nel giorno del mio compleanno. Il giorno del mio compleanno arriv un pacco, non troppo tempo dopo la cartolina di Miss Button. Raccontai a tutti i ragazzi che Northam si trovava veramente in Inghilterra e che il pacco me l'avevano mandato il Re e la Regina. Fui molto fortunata perch il mio regalo consisteva in una bambola, e sembrava inglese. Fu il miglior compleanno che avessi mai avuto, anche se i bambini pi grandi dicevano che mentivo e che Northam non si trovava in Inghilterra.
Mentre Miss Button era in Inghilterra, passai molto tempo da Miss Lindsay, un'altra signora anziana che viveva all'Istituto. Lei aveva un minuscolo cottage fatto di tavole a met strada tra l'ultima casa e L'Ospedale. Aveva sempre fatto parte di Parkerville, nessuno si ricordava di quando fosse arrivata la prima volta. Era inglese e, ogni volta che l'andavo a trovare, le portavo un fiore che avevo rubato in giardino, perch Miss Moore mi aveva detto che agli inglesi piacevano i fiori.
Quando Miss Lindsay aveva finito di lodare il mio fiore, andava alla vetrinetta e tirava fuori un piatto di tortine glassate. La prima volta che ne presi una da Miss Lindsay, ci affondai i denti senza perder tempo, ma con grande orrore mi accorsi che dentro la mia bella tortina rosa c'erano le ragnatele. Mi ero presa una bella paura e mi veniva da vomitare. Avevo ingoiato un ragno? Sarei morta? La ringraziai ffettolosamente e corsi fuori.
Nei giorni seguenti pregai che, nel caso avessi ingoiato un ragno, almeno non fosse velenoso. Alla fine della settimana ero ancora viva, quindi decisi di riprendere le mie visite a Miss Lindsay.
Ormai, con un po' di esperienza in pi, continuavo a sperare, sebbene con molta cautela, nelle sue torte. Adesso non mangiavo pi la tortina davanti a lei. La ringraziavo e filavo di corsa nella boscaglia, dove attentamente sezionavo la torta prima di mettermela in bocca. Non so perch continuavo ad andarci, dato che dentro a ogni torta che mi dava c'erano le ragnatele. Credo che, in fondo, pensassi di beccarne una buona prima o poi. Io continuavo a tornarci, lei continuava a darmi le tortine e queste erano sempre con le ragnatele. Non voglio neanche pensare a quanto potessero essere vecchie. Ci misi un bel po' prima di smetterla. Il cibo mi faceva impazzire.
Fui molto contenta quando Miss Button torn dal suo viaggio. Lei aveva sempre e soltanto biscotti molto semplici, ma almeno erano freschi.
Dall'altra parte dell'Istituto, rispetto a dove viveva Suor Fanny, c'era una fattoria. Ci viveva Mr. Pratt, un
altro dei miei vecchietti preferiti; e comunque non per il cibo, ma perch possedeva un cavallo e un calesse. Il cavallo si chiamava Timmy, era grosso, nero e bello. Quando era attaccato al calesse, procedeva impettito come un gallo, in attesa di essere ammirato e accarezzato. Era l'orgoglio e la gioia di Mr. Pratt, a nessun altro era consentito montarlo.
La vecchia casa colonica era piuttosto fatiscente. Le rose rampicanti si erano inselvatichite e coprivano gran parte del cortile antistante. La sporcizia ricopriva invece il retro. Macchinari arrugginiti, barattoli, finimenti, vecchie lamiere di ferro. Se c'era qualcosa di cui avevi bisogno, lo trovavi di sicuro alla casa colonica.
I ragazzi grandi ci andavano regolarmente per mungere le vacche. Noi gli andavamo dietro. Ci sdraiavamo sulle balle di paglia nel capanno della mungitura e supplicavamo i ragazzi di spruzzarci di latte. Io tenevo la bocca aperta tutto il tempo. Era bellissimo sentire quel latte cremoso e caldo schizzarti in bocca e scivolare gi per la gola. Nelle giornate fredde ti riscaldava veramente.
Ogni volta che Mr. Pratt curava il giardino al George Turner, gli andavo dietro dappertutto, chiacchierando continuamente di questo e di quello. Mi piaceva parlare con gli adulti, e lui era un vecchietto delizioso.
Un giorno stavo giocando a nascondino sulla strada insieme agli altri, quando qualcuno grid che mi cercavano. Salii i gradini di legno ed entrai nella veranda. C'era Little Faye, con la paura dipinta in faccia. - La Moore  infuriata - disse lei. - Che cosa hai combinato? -. Io a Little Faye facevo da madre, e sapevo che era preoccupata per me.
- Andr tutto bene - risposi. Le diedi una carezza sulla testa ed entrai.
- Dov' quella dannata ragazzina? -. La sentivo strillare dalla cucina. Che cosa avevo fatto? Quando la vidi, aveva la faccia stravolta dalla rabbia.
Mi afferr per un braccio e cominci a picchiarmi sulla testa.
Non era niente di nuovo, me le aveva suonate altre volte. A
volte me le dava cos di santa ragione che per un paio di giorni restavo sorda.
Mi trascin al grosso armadio dei vestiti. Cominciai a piangere, non capivo cosa avessi fatto di male. - Prendi i tuoi vestiti, stupida che non sei altro - url lei. Ero proprio sconvolta e avevo gli occhi troppo pieni di lacrime per vedere i miei vestiti. Afferrai un vestito e lei mi colp di nuovo gridando: - I tuoi vestiti buoni -. Poi cominci a scuotermi e a strillare che dovevo essere pronta in quindici minuti per andare via in macchina. Dove dovevo andare? Ero spaventata; mi stavano mandando via? E mia madre? L'avrei mai rivista? Cominciai a tremare tutta.
Miss Moore chiam Pat, la mia amica, per farmi aiutare a tirar fuori i miei vestiti. Sapevo che tutti gli altri ragazzini sarebbero stati di fuori ad ascoltare quello che succedeva. Quando Miss Moore era su di giri, loro si tenevano bene alla larga. Mi sforzai di smettere di piangere, ma non ce la facevo. Cominciai a singhiozzare. -Smettila di piangere - grid lei. - Mica ti ho fatto male!
Mi mand al bagno a vestirmi e a lavarmi la faccia. Riuscii a infilarmi i vestiti, poi mi buttai un po' d'acqua fredda in faccia, ma ancora non riuscivo a frenare il pianto. Era successo tutto cos all'improvviso, non capivo cosa avessi fatto di male. Mi veniva da vomitare. Sentii la macchina suonare il clacson davanti alla casa. Miss Moore mi spinse fuori, prese la mia borsa di vestiti e mi accompagn alla macchina. - Smettila di frignare - disse lei - non hai fatto niente di male.
Saltai davanti accanto a Willie, l'autista, mentre Suor Dora si mise a sedere di dietro. Willie mise in moto, poi mi lanci un'occhiata e disse con tono gentile: - Non piangere pi, tua madre star bene -. A quel punto ebbi veramente paura.
Quando arrivammo a Ivanhoe, Alice Drake-Brock-mans mi condusse sul loggiato dove mia madre giaceva a letto. Aveva un aspetto terribile. Teneva gli occhi chiusi e pensai che fosse morta. Corsi verso di lei, ma Alice mi fren dicendomi: - Shhh,
dorme -. Mi avvicinai in punta di piedi e sfiorai la mano di
mia madre, appoggiata sul copriletto. Apr gli occhi e le lacrime le scesero lungo il viso: mi strinse la mano.
Il giorno dopo mi raccont cosa era successo. Avevano portato mia zia, Helen Bunda, all'Ospedale, ma la sua appendicite era scoppiata e non c'era stato niente da fare. Avevano chiesto a mia madre di donare il sangue. Avevano fatto un primo prelievo, ma per sbadataggine l'avevano fatto coagulare, cos ne prelevarono dell'altro. - Mi hanno quasi ammazzata - disse sussurrando. -All'Ospedale non ci metter pi piede.
Le chiesi di Zia Helen e lei disse: - Zia Helen  morta. Al dottore non importava niente. Capisci, Gladdie, noi non siamo niente, proprio niente -. Fui presa dalla tristezza e da una sorta di disperazione. Non volevo essere niente.
Restai a Ivanhoe per una settimana. Quando gli altri dormivano, io mi infilavo nel letto di mia madre. Lei mi abbracciava e in silenzio le lacrime le bagnavano le guance. Sembrava cos triste che pure io mi mettevo a piangere; adoravo il conforto delle sue braccia, anche se ero triste per le sue lacrime.
Ero sconvolta per la morte di Zia, ma ero felice che Mamma si stesse riprendendo. Alice era molto arrabbiata con L'Ospedale. Faceva mangiare mia madre per farle recuperare le forze.
Un giorno, mentre Mamma era a letto, seduta con la schiena appoggiata al cuscino, quelli del "Daily News" vennero a farle una foto. Eravamo tutti eccitati quando ci arriv il giornale. Judy mostr a Mamma la sua foto e poi le lesse l'articolo ad alta voce. Diceva di quanto fosse stata coraggiosa a sacrificare quasi la sua vita per salvare quella della cugina. Ne ero molto orgogliosa.
Tutti sapevano quello che era successo quando tornai a Parkerville; qualche ragazzino aveva visto la foto di mia madre sul giornale. Miss Moore mi diede una pacca sulla spalla e disse che era contenta di rivedermi, ma non riuscivo a guardarla dopo il modo in cui mi aveva trattata. Mi sentivo tradita.
Non fu molto tempo dopo quell'episodio che mor Timmy, il cavallo di Mr. Pratt. Stavo giocando nel giardino quando vidi passare Mr. Pratt con il calesse e Timmy. Corsi alla staccionata e lo salutai con la mano in maniera esagitata. Lui rispose al mio saluto.
Di colpo, una delle ruote del calesse prese una buca della strada, il calesse si capovolse e il povero Timmy cadde e si ruppe una zampa. Mentre tutto questo accadeva, gridavo. Timmy era steso a terra, appoggiato su un fianco.
Mr. Pratt stacc delicatamente i finimenti e gli parlava affettuosamente per tenerlo calmo. Miss Moore venne fuori e mi trascin dentro. Mi disse che non potevo uscire finch non me l'avrebbe detto lei. Poco dopo udii lo sparo di un'arma da fuoco e capii che Timmy era morto.
Qualche giorno dopo Mr. Pratt stava salendo una scala a pioli alla fattoria, quando improvvisamente cadde per terra, morto. Ho sempre pensato che per lui la perdita di Timmy fosse troppo da sopportare.
Pasqua era sempre un periodo speciale per me; e consideravo il Venerd Santo il giorno pi triste dell'anno. Non riuscivo a comprendere come si potesse fare una cosa tanto orribile come quella di uccidere Ges.
Andavamo a Messa la mattina e la chiesa era completamente spoglia, tranne che per una croce su cui era inchiodato il corpo bronzeo di Ges. La croce era collocata davanti all'altare, e sopra l'altare c'era un'enorme vetrata aperta al cielo.
Dopo la funzione, sfilavamo fuori solennemente. Tornando al George Turner, passavamo accanto ad alcune tombe dei primi pionieri, e questo rendeva il Venerd Santo ancora pi deprimente.
Una volta tornati a casa, non ci era permesso di giocare o di fare rumore, era un giorno solenne.
La domenica di Pasqua cambiava tutto; ci davano uno speciale pasto di mezzogiorno e un uovo di Pasqua. I bambini che avevano i parenti ricevevano solitamente la visita di qualcuno
che gli portava altre uova di Pasqua. Di solito mia madre mi veniva a trovare e mi portava un uovo. Era un giorno molto felice e mi sentivo bene perch Ges era di nuovo vivo.
Le vacanze di maggio generalmente le passavo a Ivanhoe. Willie mi portava in macchina fino a Perth e l veniva a prendermi Alice.
Ero sempre contenta di vedere mia madre e molto eccitata di andare da lei per due intere settimane. Lei mi abbracciava e poi mi portava in cucina per un bicchiere di latte e una fetta di torta.
Adoravo Ivanhoe e davvero adoravo Judy; era bellissima e mi ricopriva di attenzioni. Le piaceva vestirmi bene, ma piangevo quando insisteva per mettermi nei capelli dei grossi fiocchi di raso. Non mi andava di assomigliare a Shirley Temple.
Mi ricordo di una vacanza a Ivanhoe durante la quale rimasi molto sconvolta. Ero in cucina con mia madre. Portava il suo solito grembiule bianco ed era molto affaccendata, quando Alice arriv insieme a June. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da June. Aveva in braccio una bambola bellissima. Aveva i capelli d'oro e gli occhi azzurri ed era vestita di raso e pizzo. Ero molto invidiosa: avrei voluto che fosse mia. Mi faceva venire in mente una principessa.
June mi disse: - C' una bambola pure per te. Ce l'ha Mamma -. Quindi, da dietro la schiena, Alice tir fuori una bambola nera vestita da serva. Aveva un vestito a scacchi rossi e un grembiule bianco, proprio come quello di Mamma. In testa aveva quello che chiamavano copricapo alla schiava. In realt si trattava semplicemente di un fazzoletto annodato ai quattro angoli. Mia madre ne portava sempre uno nei giorni di bucato, perch la lavanderia diventava molto umida con il vapore e il fazzoletto glielo fermava un po' quando le colava sulla faccia.
Fissai questa bambola per un minuto. Ero completamente stupefatta. Sono io, pensai. Volevo essere una principessa, non una serva. Ero talmente sconvolta che quando Alice mi mise la bambola nera in braccio, non
potei fare a meno di scaraventarla per terra e di urlare:
- Non voglio una bambola nera, non voglio una bambola nera -. Alice si mise a ridere e disse a mia madre: -Pensa un po', proprio lei che non vuole una bambola nera.
Mi aggrappai alle gambe di mia madre e non la smettevo pi di piangere. Mi rimprover perch mi ero comportata da stupida e da maleducata davanti ad Alice, ma sapevo che non lo pensava sul serio. Sentivo la tristezza che c'era nella sua voce. Lei capiva perch ero sconvolta.
Raccontarono spesso questa storia a Ivanhoe. Pensavano fosse divertente. Io ancora non riesco a riderci sopra.
Gli anni Trenta furono terribili. C'era la Depressione e la gente era poverissima, soprattutto gli aborigeni.
Loro arrivavano sul fiume e vendevano dei puntelli. Erano dei lunghi paletti di legno che la gente usava per sostenere i fili del bucato. Credo che a loro piacesse passare a Ivanhoe, perch Alice aveva detto che mia madre gli poteva dare una tazza di t e una fetta di torta
o di pane. Alice era sempre generosa in fatto di cibo.
Questi aborigeni mi facevano un po' pena e mi domandavo come mai fossero diventati cos poveri. Non avevano niente, soprattutto i vecchi. Molti di loro erano stati separati dai giovani. Gli erano stati portati via tutti
i bambini e non avevano nessuno che si prendesse cura di loro.
A mia madre piaceva moltissimo quando venivano. Si metteva a sedere sul prato insieme a loro e parlavano dei vecchi tempi. Mia madre gli dava sempre scarpe, vestiti e tutto quello che trovava. Quando se ne andavano, le venivano le lacrime agli occhi. Le faceva male vedere la propria gente ridotta in quel modo.
A Natale andavo sempre a Ivanhoe, dormivamo tutti sul loggiato nel retro della casa; da l c'era una bellissima vista sul fiume Swan.
In cima alla casa c'era una grossa soffitta che June aveva il permesso di usare come stanza dei giochi. Era
una camera bellissima. Ci si poteva sedere sotto la finestra e c'erano bambole e una casa delle bambole. C'erano orsacchiotti e altri giocattoli e un servizio da t di porcellana. Giocavamo a prendere il t mettendo il mignolo all'infuori come facevano gli adulti. Le bambole di June erano molto belle, di porcellana con vestiti di pizzo e raso.
Era proprio strano che all'Istituto nessuno possedesse una bambola. In una credenza ce n'erano alcune rotte, ma quando chiedevi di giocarci, dovevi restare nella sala da pranzo finch non avevi finito. Non te ne facevano mai portare una a letto con te.
Io ero fortunata perch avevo una bambola di pezza che mi aveva dato mia madre e che si chiamava Sally Jane. Mi piaceva da impazzire. Lei restava a Ivanhoe per quando ci tornavo e Mamma mi lasciava portarla a letto ogni sera.
La mattina di Natale, ci svegliavamo presto e controllavamo le federe che avevamo appeso in fondo al letto la notte prima. Alice mi regalava sempre un nuovo vestito, con i fiocchi per i capelli in tinta. Mamma mi faceva sempre dei vestiti per la bambola e io vestivo Sally Jane con uno dei suoi nuovi abiti. Insieme eravamo molto felici, Judy, June, Dick e io. Era come avere una famiglia.
Ogni anno, dopo ogni vacanza, per me era sempre pi difficile lasciare mia madre e tornare a Parkervile. Non riuscivo a capire perch non potessi vivere a Ivanhoe e andare a scuola con Judy e June. Vedi, non avevo ancora capito bene come funzionavano le cose quando tua madre era una serva. Sapevo di piacere alla famiglia, quindi non capivo perch non volevano che vivessi l.
Non posso dire che la scuola mi coinvolgesse molto; passavo molto tempo a fissare fuori dalla finestra. E mi cacciavo sempre nei guai. Non  che fossi una ragazzina sfacciata; era solo che a quei tempi tutti si cacciavano nei guai.
Di solito riuscivo a venirne fuori inventandomi una buona storia, e ci furono solo poche occasioni in cui
non fui abbastanza svelta da farmi venire in mente qualcosa di convincente. Credo che una delle ragioni per cui sono sopravvissuta  che avevo imparato bene a mentire. Capisci, se c'era una discussione o se qualcosa era stato danneggiato, ed era la tua parola contro quella di un ragazzino bianco, tu non venivi mai creduta. Andava da s che noi ragazzini neri avessimo sempre torto. Imparammo che era meglio non dire la verit, perch avrebbe portato solo ad altri guai.
L'Istituto ci insegn inoltre che non bisogna mai dire apertamente di essere aborigeni. Era qualcosa di cui ci facevano vergognare.
Un anno facemmo una recita scolastica che ebbe grande successo. Venne presentata alla gente dei distretti vicini e fu accolta con grande entusiasmo. Venni scelta per interpretare il ruolo di una fatina.
Fu davvero una fortuna che mi scegliessero per fare qualcosa, perch l'anno prima mi ero disonorata pubblicamente. Facevo parte del coro e avevo una voce abbastanza bella, quindi decisero che avrei potuto fare un assolo. Durante il primo concerto in pubblico, mi bast guardare tutti quei volti sconosciuti per rimanere impietrita. Aprii la bocca ma non ne usc niente. Suor Dora, che era la superiora di Parkerville, ci era rimasta molto male.
Suor Rosemary mi aveva scelto per la parte della fatina, e quando Suor Dora fece obiezione, lei disse che non c'era nulla di cui preoccuparsi perch tanto non dovevo dire una parola.
Dovevo indossare un lungo abito svolazzante e una corona incastonata di preziosi sulla testa. Dovevo camminare fino al centro del palco e poi tornare al mio trono, mentre tutti gli elfi mi rendevano omaggio. Mi piacque e decisi che da grande volevo fare la diva del cinema.
La recita ebbe un tale successo che decisero di metterla in scena in una sala accanto al Christ Church Grammar a Cleremont. Fummo tutti caricati su un carro bestiame e partimmo. La recita and bene, con un mucchio di applausi scroscianti alla fine. Ero orgogliosa
perch tutti i Drake-Brockmans stavano tra il pubblico e, ancora pi importante, c'era mia madre.
Quando fu tutto finito, ci fu solo un momento per un veloce abbraccio e poi fummo ricaricati sul carro bestiame e riportati a casa.
All'et di circa undici anni, a Parkerville arriv un nuovo direttore, Mr. Edwards. Era diverso da quello vecchio: lui non strillava cos tanto. Era leggermente robusto con dei grossi baffi folti. Sotto vari aspetti era un uomo gentile, ma quando capitava vicino alle ragazze grandi, non riusciva a controllarsi. Gli dava dei pizzicotti alle gambe e voleva sempre sedersi al loro banco per aiutarle a fare i compiti. Nessuno ci faceva caso. Ed era inutile lamentarsi perch nessuno ti avrebbe creduto.
Lui incoraggi il mio interesse per la poesia e mi fece conoscere l'algebra; mi piacevano tutte e due. Quando si rese conto che avevo letto tutti i libri di poesia della biblioteca e che conoscevo molte poesie a memoria, mi prest alcuni suoi libri personali, compresa una raccolta delle opere di Shakespeare. Le lessi tutte e mi piacquero tutte. Improvvisamente capii che la scuola, dopotutto, non doveva essere per forza pesante; poteva anche essere abbastanza stimolante. Non fui pi una studentessa mediocre, ma migliorai fino a diventare la pi brava.
Credo che fosse merito di Mr. Edwards se fui una delle ragazze prescelte per far visita, per tutta la giornata, al St Hilda's Girls College. Era un grande onore ricevere il permesso di visitare il St Hilda's. Ero molto eccitata, perch sapevo che era la scuola dove era andata Judy.
Le ragazze del St Hilda's avevano il compito di intrattenerci e di offrirci una bella merenda. Ma quando arrivai alla scuola, una delle insegnanti disse che, viste le mie buone maniere, avevo il permesso di andare a fare compagnia a una ragazza malata. Rimasi molto delusa.
I suoi genitori mi vennero a prendere e mi portarono a casa loro. Aveva dei conigli. Li guardammo per un po' e poi restammo a sedere per il resto della giornata. Fu veramente noioso. Pi tardi, nel pomeriggio, mi riportarono
indietro per farmi prendere l'autobus per Parkerville. Mi ero sforzata di fare la gentile ed ecco a cosa mi aveva portato.
Anche se adesso ero cresciuta, continuavo lo stesso a cacciarmi nei guai. Facevamo delle spedizioni con le nostre piccole bande e andavamo a rubare la frutta nei frutteti dei dintorni.
Non dimenticher mai una domenica sera in cui Mr. Tindale, il Pastore, era alle prese con il suo solito sermone tutto fiamme dell'inferno e zolfo, quando di colpo si interruppe e indic la platea. Poi con una voce tuonante disse: - Chiunque sia stato a rubare le albicocche dalla fattoria di Johnson, andr all'inferno! Voglio che la banda responsabile venga da me domani pomeriggio dopo la scuola. Se accettate la vostra punizione, forse per voi ci sar speranza.
Dopo di che continu a declamare e a vaneggiare sul diavolo e sbattere il pugno sul pulpito. Mr. Tindale portava sempre delle lunghe vesti nere svolazzanti, quindi potevo bene immaginarmi che aspetto potesse avere il diavolo.
Suor Dora andava pazza per i suoi sermoni. Quando lui strillava che saremmo andati tutti all'inferno, lei saltava quasi in piedi sulla sedia e ogni qualvolta lui nominava il diavolo, le si illuminavano gli occhi.
Comunque, stavolta ebbi veramente paura, perch ero certa che lui sapeva che era stata la mia banda a razziare la fattoria di Johnson. La mia mente lavorava troppo. Che potevo fare? Detestavo essere bastonata da Tinny; sollevava sempre le vesti delle ragazze prima di colpirle, e la cosa era piuttosto umiliante. In passato ero sempre riuscita a cavarmela a parole, e mi stavo chiedendo che tipo di storia avrei potuto inventare per uscirne anche questa volta.
Mentre sfilavamo fuori dalla chiesa, Margaret, una ragazza di un'altra banda, mi sussurr: - Come ha fatto il diavolo a scoprirlo?
- Boh.
- Sono certa che non ci ha visti nessuno mentre rubavamo la frutta - disse lei. - Non ci resta che farci coraggio e affrontare la situazione. Ovviamente sa tutto.
- Tu - dissi -  stata la tua banda a rubare quelle albicocche?
- S. E non  che aspetti con ansia il bastone - disse con una smorfia.
In quel momento mi sentii molto vicina a lei, e mi sentivo pure molto colpevole. Per compensare le diedi met della gomma da masticare che avevo in bocca. Fu molto contenta perch era difficile procurarsi della gomma.
Quando eravamo in giro a razziare frutteti, ci imbattevamo spesso in vecchi vagabondi nella boscaglia. Alcuni di loro avevano delle capanne di fortuna in cui dormivano.
Uno di questi vagabondi ci fece un'altalena. Lui fece del suo meglio, ma era troppo alta, cos dovevamo arrampicarci sull'albero e poi saltarci sopra facendo finta di essere Buck Rogers o Tarzan.
Un giorno ci proibirono di andare da quella parte della boscaglia. Correva voce che, da quelle parti, ci si fosse impiccato un ragazzo. Le Madri della Casa dicevano che non era vero, ma io credo di si. Loro dicevano che il ragazzo era stato trasferito altrove. La cosa mi rattrist e non andai pi a quell'albero. Credo che potesse essere successo, perch, a meno che uno non badava a se stesso, poteva anche passare un brutto momento. Ti potevi sentire cos depresso da voler morire.
Verso la fine dell'anno scolastico, ci venne concessa la solita gioia annuale del cinema. Andammo a Perth in treno, poi a Plaza Arcade al Royal Theatre di Hay Street.
Ci sarebbero stati pure tutti gli altri Istituti, quello di Suor Kate e Swanleigh. Alcuni dei ragazzini erano eccitatissimi perch negli altri Istituti avevano fratelli e sorelle e quella era l'unica occasione dell'anno per rivedersi.
In quei momenti ero contenta di essere figlia unica; mi
sconvolgeva davvero pensare che tutto quello che riuscivano a vedere del resto della famiglia era appena uno sguardo e un cenno con la mano prima che ci facessero entrare tutti nella sala.
Mentre varcavamo Le Porte del cinema, ci veniva consegnata una busta di carta che conteneva dei sandwich, un dolce e delle caramelle. Era davvero festa grande.
Io cercavo sempre di sedermi in galleria, o sotto la balconata, ma mai in altre parti della sala, perch altrimenti venivi bersagliata con gli avanzi del cibo. Le grida e gli urli bisognava solo sentirli per poterci credere, non c'era nessun controllo. Le Madri della Casa ci provavano, ma era assolutamente inutile che ci strillassero, tanto non riuscivamo a sentirle.
Quel Natale non andai a Ivanhoe. Mi chiamarono in ufficio e mi dissero che non ci sarei andata perch avevano altri ospiti. Era una cosa che non capivo, non occupavo mica tanto spazio. Suor Rosemary aveva le lacrime agli occhi perch io ero veramente sconvolta. - Non importa, cara - disse lei - tu andrai alla spiaggia -. Bella consolazione! Ero davvero ferita, era come se nessuno mi volesse.
L'Istituto aveva una casa a Cottesloe. Era una casa grande e mal costruita e veniva usata soprattutto per le vacanze dei bambini che non avevano altri posti dove andare. Ogni bambino poteva restarci per due settimane. Andammo in treno fino a Perth e poi cambiammo per Cottesloe. Fu il pi lungo viaggio in treno che avessi mai fatto.
Quando ci fermammo a Claremont Station, tirai fuori la testa dal finestrino, con la speranza che per qualche strana combinazione mia madre potesse trovarsi l. Naturalmente non c'era.
La casa di Cottesloe era cos vicina alla spiaggia che ci voleva pochissimo per arrivarci a piedi. Ogni stanza era piena di letti di modo che potesse entrarci il maggior numero di bambini possibile. La sala da pranzo era piena zeppa di tavoli di legno e panche. Ci davano tantissimo cibo, persino la cena, e il personale di cucina ci
permetteva di servirci da soli ogni volta che ci veniva fame.
In quel periodo avevo fatto amicizia con una ragazza di nome Margot: era di qualche anno pi grande di me ed era molto carina. Un giorno stavamo correndo tra le onde e ridendo, quando arrivarono due ragazzi che si unirono a noi. Avevo la lingua paralizzata, non sapevo cosa dire. Margot, che era molto sicura di s, gli sfoder una storia e disse che venivamo dalla campagna ed eravamo l in vacanza. Non si diceva mai a nessuno che stavi in un Istituto, altrimenti ti guardavano come se fossi una specie di criminale.
Quando le altre ragazze vennero a sapere che ci incontravamo con due ragazzi, cominciarono a vedermi con altri occhi. Non ero pi una semplice ragazzina.
Quella notte passai ore ad ammirarmi davanti allo specchio del bagno. Allo specchio del George Turner riuscivo a vedermi solo la testa e le spalle, quindi fu veramente meraviglioso riuscire a vedermi tutta intera in questo specchio lungo. Ero molto sorpresa perch la mia figura era cambiata. Ero pi alta e la pancia mi era quasi sparita. Me l'ero portata dietro per cos tanto tempo che non mi capacitavo che fosse sparita senza che io me ne accorgessi. I capelli erano un po' pi lunghi, ed erano neri e ricci. Di colpo mi accorsi di essere proprio carina, che la gente non lo diceva solo per gentilezza.
Vedendomi sotto questa nuova luce, diventai pi sicura di me stessa, ma smisi di andare alla spiaggia con Margot. Non mi andava pi di rivedere quei ragazzi.
Nell'anno nuovo, dopo essere ritornata da Cottesloe, mi sentivo diversa. Persino Miss Moore adesso mi trattava da ragazza grande. Mi era permesso di stare alzata mezz'ora in pi dopo che i piccoli erano andati a letto. Miss Moore mi lasciava leggere alcune delle sue riviste e portava la sua radio e ascoltavamo il notiziario.
Quando uscivo fuori per andare a letto, rimboccavo le coperte di Little Faye. Era un'abitudine che avevo preso nel corso degli anni. I piccoli del George Turner
mi facevano molta pena. Non mi ero mai dimenticata di quanto fossi stata triste a Babyland. A volte, di notte, avevano bisogno di conforto. Mettevano la faccia sul cuscino e piangevano, perch sapevano che se Miss Moore li avesse sentiti, gli avrebbe dato una sculacciata. Detestava essere disturbata di notte.
Era pi forte di me, se piangevano troppo, li portavo nel mio letto. A volte quando piangevano, bagnavano il letto. E avevano il terrore che questo li avrebbe messi nei guai. Allora mi alzavo e gli cambiavo il letto, nascondevo le loro lenzuola bagnate e i loro pigiami in fondo alla cesta del bucato. Volevano sempre che fossi la loro madre. A volte mi sentivo in colpa perch mi stufavo di loro. Volevano fare i bambini tutto il tempo, e non capivano che anch'io non ero che una ragazzina.
Uno dei miei lavori preferiti era quello di andare a Babyland a guardare i pi piccoli. L c'era la sorellina della mia amica Pat. A Parkerville c'erano quattro bambini della sua famiglia e il brutto era che stavano tutti in case diverse.
La sorellina di Pat credeva che io fossi sua madre. Mi chiamava Mamma tutto il tempo e diceva che avevo lo stesso odore della Mamma che aveva avuto e che era morta.
A volte piangevo per tutti quei piccolini. Non avevano nessuno.
Anche se ormai avevo dodici anni, nessuno mi aveva detto i fatti della vita. Ignoravamo totalmente le cose che potevano succedere al nostro corpo. Le ragazze pi grandi non ti dicevano mai niente: non facevano che ridere e tenere tutto segreto.
Eravamo cos ingenue che chiunque avrebbe potuto portarci a fare un giro. Non avevamo alcuna protezione. Dovevano esserci stati casi di bambini che erano stati molestati; ma fui fortunata, a me non capit mai. E comunque nessuno ti avrebbe creduto se ti fossi lamentata per qualcosa; gli adulti avevano sempre ragione, i bambini non avevano voce in capitolo.
Ero inoltre consapevole che stavo cambiando, che
stavo crescendo, perch i ragazzi con cui un tempo avevo fatto a botte, adesso, in mia compagnia, sembravano a disagio. La vecchia atmosfera rilassata era sparita. Credo che pure loro stessero cambiando.
Una domenica mia madre venne a trovarmi. Non appena la vidi capii che era sconvolta.
Andammo a fare una passeggiata e mi disse che Alice le aveva chiesto di lasciare Ivanhoe. - Ha detto che non possono pi permettersi di tenermi - disse amareggiata. - Quanti anni ho lavorato per quella famiglia, e adesso non possono pi permettersi di tenermi!
Era molto ferita. Ero arrabbiata e confusa. Per certi versi mi ero sentita parte della famiglia e adesso Mamma non avrebbe pi avuto niente a che fare con loro. Mi sentivo molto insicura di me stessa.
Dalle parti di Claremont era risaputo che mia madre era una grande lavoratrice. Credo che alla gente dispiacesse il modo in cui era stata trattata. Una certa Mrs. Morgan offr a Mamma un lavoro come governante a tutto servizio e disse che potevo stare l durante le vacanze. Mamma fu ben felice di accettare l'offerta. Era la prima volta che si ritrovava da sola nel mondo. Mi aveva sempre detto che era a Ivanhoe da sempre, che quella era la sua casa.
I Morgan erano molto buoni con Mamma. Le diedero un aumento di stipendio, aveva una bella stanza e, per la prima volta in vita sua, le ferie.
Andare dai Morgan fu la miglior cosa che potesse capitarle, aveva sviluppato una nuova indipendenza. C'era un'atmosfera diversa; loro non avevano mai avuto una serva prima. Non avevano nei suoi confronti quell'attitudine vittoriana. Inoltre, questo nuovo lavoro si basava su un vero e proprio accordo lavorativo; non era come essere parte della famiglia e non avere mai tempo libero.
Il periodo in cui fu l mi piacque. Significava che poteva venire all'Istituto e passare le ferie con me. Le suore la facevano dormire in una stanza adiacente a uno degli edifici scolastici e permettevano anche a me di dormirci. Un paio di volte port con lei le due giovani
Morgan, June e Dianna. Erano delle ragazze simpatiche a cui piaceva la boscaglia intorno all'Istituto.
La mattina andavamo dal droghiere ai piedi della collina. C'era un torrente profondo che scorreva vicino all'emporio, attraversato da un ponte di legno. Attraversavamo il ponte ed entravamo nell'emporio.
Non riuscivo mai a distogliere lo sguardo dai vasi delle caramelle. C'erano barattoli a non finire e tutti contenevano caramelle di ogni forma e colore. Sul bancone c'erano dei bastoncini duri, a strisce, di zucchero e, accanto a loro, grossi barattoli di biscotti sciolti. Mamma mi comprava una busta di biscotti al cioccolato: sapeva che erano i miei preferiti.
In questo periodo ero molto popolare tra gli altri ragazzini. Mi facevano pena, anche loro volevano una madre. Quando noi eravamo sedute sul prato, loro arrivavano di corsa e volevano sedersi accanto a lei e toccarla, soprattutto quelli piccoli. Lei gli dava sempre una caramella, ma credo che loro fossero veramente felici quando ci parlava o gli dava un bacio. Era quello che in realt volevano. Lei era una persona davvero buona e cercava di coprire di attenzioni tutti quanti.
A Natale andai a stare dai Morgan. Anche se sentivo la mancanza di Ivanhoe, mi piacevano June e Dianna, e adesso Mamma aveva pi tempo per me, dato che c'era meno lavoro da fare. In un certo senso ero contenta per lei, perch ero stufa di vederla lavorare sodo.
Dopo cena mi portava a fare visita a Eileen e Nellie, due sue amiche anche loro serve. Erano sempre felici e sorridenti e avevano anche delle belle stanze da letto. Mi riempivano sempre di attenzioni, mi davano vestiti, latte e biscotti.
Ma dopo essere stata dai Morgan per due anni, Alice chiese a Mamma se volesse tornare a lavorare a Ivanhoe. Volevo che restasse dai Morgan, perch per lei era una vita pi facile, ma credo che Mamma ancora provasse una sorta di lealt nei confronti di quella famiglia. Era facile per gli altri fare in modo che lei si sentisse in pena per loro. Aveva un cuore troppo buono.
La madre di Alice era andata a vivere da loro e non era facile prendersi cura di lei. Credo che quella fosse la ragione per cui volevano di nuovo Mamma. Dovette accettare un taglio al salario e niente ferie, ma ci torn comunque. Disse che sarebbe stato per sempre e che di l non sarebbe mai pi andata via.
Quell'anno, per Natale, andai a Ivanhoe. All'epoca avevo circa quattordici anni. Judy, June e Dick sembravano improvvisamente pi grandi di me. Non era pi come ai tempi della nostra infanzia spensierata. Anche se da bambini ci eravamo voluti tanto bene, qualcosa era cambiato. Non eravamo pi bambini. Judy, June e Dick avevano cominciato a essere pi simili alla madre. Adesso che non era pi la loro adorata tata, trattavano Mamma da serva.
June aveva un'amica che era un po' snob e questa ragazza mi metteva sempre al mio posto perch ero solo la figlia della domestica. Io andavo a sedermi nella stanza di Mamma e piangevo. Improvvisamente non ero pi sicura del mio posto nel mondo. Consumavo ancora i miei pasti insieme alla famiglia nella sala da pranzo, ma mi sentivo un'estranea, soprattutto quando Alice suonava un campanellino d'ottone e mia madre entrava per servirci.
Improvvisamente mi balen in mente che non c'era stato un solo Natale in cui mia madre avesse mangiato insieme a noi. Per tutti quegli anni lei aveva mangiato da sola in cucina. Da allora non volli pi mangiare in sala da pranzo, volli stare in cucina con mia madre.
Dopo le vacanze estive, Mamma mi riport a Parkerville, ma quando arrivai, scoprii che Miss Moore se n'era andata e io avevo una nuova Madre della Casa. Ci rimasi male. Ero vissuta con Miss Moore per nove anni e non avevo avuto neanche la possibilit di dirle addio.
Perch tutto stava cambiando? Avevo molta paura, perch la nuova Madre della Casa era stata una nemica di Miss Moore, e sapevo che se la sarebbe presa con me. Anche se Miss Moore me le aveva suonate molte volte, ero considerata una delle sue cocche. Lo sapevo che per me ci sarebbero stati tempi difficili.
Inoltre, ero preoccupata che mi mandassero a lavorare come domestica e che non avrei pi rivisto mia madre. Tutte le ragazze aborigene, una volta raggiunta l'et di quattordici anni, venivano mandate a fare le domestiche. Solo ai ragazzini davano una qualche formazione.
Non la smettevo pi di piangere e supplicai Mamma di non lasciarmi l. Avevo questa terribile sensazione, che se mi avesse lasciata l questa volta, sarei morta. Ero cos sconvolta che andai con Mamma in ufficio a parlare con Suor Dora.
Mentre Mamma era dentro, dovetti restare fuori, seduta su una panca di legno. Cercai di ascoltare quello che stavano dicendo, ma parlavano a voce troppo bassa.
Finalmente mi chiamarono dentro. Ci fu uno scambio di sguardi tra Miss Button, Suor Dora e Suor Rose-mary, poi Miss Button disse: - Vuoi andartene di qui, Gladys? Tua madre ha detto che vuole portarti con s -. Mi sorrise dolcemente.
- Oh, s - risposi - s, per favore! -. Non potevo crederci, restare con mia madre per sempre; troppo bello per essere vero. Andai al George Turner per fare la valigia.
Ben presto si sparse la voce che me ne stavo andando e tutti i ragazzini mi si affollarono intorno. Presi dei ricordini dal mio armadietto e li regalai. A Pat diedi il mio cappotto azzurro, che a lei era sempre piaciuto, ma che ormai mi andava un po' stretto.
Mentre ci allontanavamo gi per la collina, salutai tutti con la mano. Ero molto eccitata al pensiero che, finalmente, io e Mamma avremmo vissuto insieme a Ivanhoe. Forse si stava per avverare il sogno della mia infanzia e sarei stata come Judy e June. Forse, dopotutto, saremmo stati un'unica, grande, famiglia felice. Era quello che volevo sopra ogni cosa.
Non pass molto tempo prima che i miei sogni mi finirono in frantumi sotto i piedi. Alice si arrabbi molto con Mamma perch mi aveva riportata indietro. Non potevo vivere a Ivanhoe, non ero desiderata.
Mamma ci mise una settimana prima di trovare una
famiglia che mi prendesse. Gli Hewitts avevano tre maschi loro, e spesso prendevano in casa delle ragazze grandi. Andavo d'accordo con i ragazzi e mi iscrissi alla Claremont High School. Mi sforzavo di non pensare a Ivanhoe. Non mi era permesso di andarci neanche per il fine settimana. Tutto questo mi feriva.
Gli Hewitts erano molto religiosi, ma avevano una religione diversa dalla mia. Non dimenticher mai la prima domenica mattina che ci portarono tutti a Fremantle. Credevo ci stessero portando in chiesa, non mi era proprio passato per la mente che volessero tenere un'adunanza revivalista all'angolo della strada.
Eravamo tutti in piedi in cerchio e Mr. Hewitt mi diede un libro degli inni religiosi. Tutti cominciarono a cantare forte, ad alzare le mani in alto e a gridare: Lode al Signore!. Mentre l'adunanza si faceva sempre pi esuberante, una persona o due all'improvviso saltarono in aria gridando Alleluia fratello, Lode al Signore!.
Cominci a farsi intorno un mucchio di gente e io lentamente indietreggiai nella calca, abbassando il libro degli inni mentre mi allontanavo. Finsi di essere uno degli spettatori.
Purtroppo Mr. Hewitt, che in fondo era un caro uomo, si accorse di quello che stavo facendo. Mi afferr per un braccio e mi ritrascin all'interno del selvaggio circolo di adoratori. Mi sussurr all'orecchio: - Canta, Glad, canta. Innalza la tua voce al cielo!
Cantavamo tutti a voce spiegata, e sempre pi gente saltava in aria gridando Alleluia, e tutti noi dovevamo fare eco.
L'adunanza si fece sempre pi frenetica e il Pastore cominci a gridare contro gli spettatori: - Pentitevi prima che sia troppo tardi! -. Tutti i peccatori l riuniti sembravano piuttosto colpiti dall'intero procedimento. All'improvviso sentii un colpo alla schiena e una voce che diceva: - Adesso! - e mi ritrovai di colpo strattonata all'indietro e trascinata via. Rimasi sorpresa quando vidi che il mio salvatore era Warren, il figlio maggiore di
Hewitt. Sgomitammo tra la folla ipnotizzata e ci appoggiammo al muro di un negozio.
- Ho visto che prima hai provato a nasconderti - disse Warren. - Non lo trovi imbarazzante?
- S - mormorai. - Non immaginavo che sarebbe stato cos. Pensavo che saremmo andati in chiesa.
- Lo facciamo ogni domenica, per evitarlo devi morire.
- Oh, no - sospirai. - Spero che non mi veda mai nessuno che mi conosce!
Iniziare la scuola alla Claremont High School mi metteva agitazione. Non volevo che qualcuno scoprisse che ero stata in un Istituto ed ero preoccupata di non riuscire a farmi degli amici.
Ne risult, invece, che andavo molto d'accordo con tutti, soprattutto con Noreen e Doreen, che divennero le mie migliori amiche. Noreen era scozzese ed era in Australia solo a causa della guerra. Era il 1940 e lei ci era stata mandata insieme a un altro mucchio di ragazzini per ragioni di sicurezza. Aveva un incredibile senso dell'umorismo. Trascorrevo moltissimo tempo a casa sua.
A ogni intervallo per il pranzo c'era un'esercitazione per le incursioni aeree. L nei pressi c'era un parco, dove avevano scavato delle trincee in caso di bombardamenti. All'ora di pranzo facevano suonare la sirena e tutti dovevamo correre il pi velocemente possibile e saltare nelle trincee. Immagina la confusione con tutti che saltavano gi, ognuno che buttava la sabbia addosso agli altri. Era un caos.
In realt, in modo buffo, la guerra ha davvero segnato la nostra educazione. Tutti gli uomini si erano arruolati e credo che alcune donne potenziassero la manodopera, cos tutte le nostre insegnanti erano molto vecchie.
Non dimenticher mai Miss Edwards. Il suo fidanzato era stato ucciso durante la Prima Guerra Mondiale e lei era una molto sentimentale. Adorava leggerci vecchi romanzi romantici, soprattutto Cime Tempestose. Si metteva a sedere davanti alla classe con le lacrime che
gli scorrevano sul viso. Ogni tanto doveva fermarsi del tutto, soffiarsi il naso e quindi cercare di ricomporsi.
Durante la pausa del pranzo, io, Noreen e Doreen andavamo fino al Claremont Shopping Centre. Ero sempre l'ultima a tornare e mi fermavo dal fioraio a chiedere se c'erano dei fiori avanzati che potessi portare a una vecchia signora malata. Riuscivo sempre a scroccarne un po' e poi li regalavo a Miss Edwards quando tornavo a scuola. - Scusi per il ritardo, Miss Edwards, ma mi sono fermata a comprarle questi -. E lei diceva: -Va bene, Gladys. Ora puoi sederti -. E le venivano le lacrime agli occhi.
Un giorno ero talmente stanca che mi addormentai in classe, e Miss Edwards se ne accorse. - Credo che faresti meglio a sederti fuori per un po', Gladys - disse lei. - L'aria fresca forse ti sveglier.
Avevo paura, perch se fosse passato Mr. Simms, il Direttore, e mi avesse vista seduta l fuori, avrebbe capito che avevo fatto qualcosa di storto.
Per poco non mi venne un colpo quando vidi il Direttore che avanzava nel corridoio. Rimasi seduta a testa bassa, sperando che non mi notasse. Non sopportavo l'idea di venire bastonata. Mi ricordava troppo Parkerville. Quando mi fu vicino, si ferm e disse: - Che cosa ci fai qui, ragazzina?
Gli diedi una sbirciata dal basso. Era un uomo alto, grassoccio, con degli occhialetti rotondi appollaiati sulla punta del naso.
- Mi sento male - dissi. Il che era vero.
- Povera bambina - mormor. - Non dovresti startene seduta qui fuori. Vieni subito in ufficio -. Lo seguii lungo il corridoio fino al suo ufficio.
- Adesso, ragazzina - disse lui - hai fatto pranzo? So come siete fatti voi giovani, cominciate a parlare e a giocare e vi scordate di mangiare.
Pensai alle fantastiche torte e biscotti che gli insegnanti avevano per l'intervallo del mattino, quindi non potei fare a meno di rispondere: - Non ho mangiato niente.
-  quello che pensavo - disse lui. - Ti credo che ti senti male. Siediti qui -. Mi fece sedere alla sua scrivania e poi mi mise davanti un grosso bicchiere di latte, un piatto di tortine glassate e una scatola di biscotti alla crema. - Mangia! - mi comand. Non avevo bisogno di farmelo dire due volte. Mi ci tuffai subito a capofitto.
- Devo andare - disse. - Ma quando hai finito sdraiati su quel vecchio divano di vimini, e quando suona la campanella, va' a casa.
Circa un'ora dopo, fui svegliata dalla campanella. Mi alzai e me ne andai. Mentre camminavo lungo il corridoio, mi vide Miss Edwards e mi chiam: - Gladys, dove sei stata?
- Mr. Simms mi ha portata nel suo ufficio - le dissi.
- Ti sta bene, Gladys - disse lei. - Non importa se fai tardi, ma quando leggo Jane Austen non devi addormentarti.
La lezione di chimica era sempre interessante. Non c'erano molte ragazze che facevano chimica, ma a me piaceva.
Doreen mi aveva messo in guardia a proposito di questa lezione. - Fa' attenzione a chimica - mi sussurr un giorno mentre varcavamo la porta. Non capivo cosa volesse dire, fin quando un giorno mi trovai in piedi vicino all'insegnante. Non riusciva a star fermo con le mani. Aveva una passione per gli esperimenti che richiedevano la luce spenta, e per aiutante sceglieva sempre una ragazza. Mentre tu tenevi il bruciatore Bunsen, lui teneva qualcos'altro.
Ci prov una volta con Noreen e lei gli moll un calcio agli stinchi. Quando scopr che io e Noreen eravamo amiche, mi lasci in pace. Credo che pensasse che anch'io avrei seguito il suo esempio mollandogli un calcio. Preferiva ragazze leggermente pi passive.
Fu durante quell'anno alla scuola media che Mamma lasci di nuovo Ivanhoe. La cosa mi fece veramente arrabbiare. Aveva lasciato un buon lavoro per tornare da Alice e adesso lei ci aveva ripensato e le aveva detto che non avevano pi bisogno di lei e che doveva trovarsi un altro posto dove vivere.
Mamma era molto ferita; le dovevano dei soldi di paga che credo non vide mai. In passato mi avevano trattata come una di famiglia, ma adesso ero contenta di non farne parte.
Una delle amiche di Mamma le aveva detto che cercavano una cuoca al ristorante Colourpatch. Era un piccolo posto proprio di fronte all'Ocean Beach Hotel, che era un luogo di Riposo e Ricreazione(39) per i marinai americani.
Gran parte del lavoro nel ristorante era di volontariato, perch cercavano di raccogliere un po' di soldi per le forze armate, ma il lavoro di cuoco veniva pagato. Mamma si present e ottenne il posto. Nella zona aveva fama di cuoca eccellente.
Molly Skinner, la scrittrice, aveva una casa proprio dietro all'albergo e disse a Mamma che, se voleva, poteva pagarle l'affitto e abitare da lei.
Molly si sentiva molto vicina agli aborigeni e li trattava con cordialit. Mamma si trasfer da lei. Molly inoltre disse che avrei potuto passare da loro i fine settimana. La cosa mi fece molto piacere, perch negli ultimi mesi avevo visto Mamma a malapena.
Credo che a Mamma sarebbe piaciuto che vivessi con lei tutto il tempo, ma le mancava la forza per portarmi via dagli Hewitt. Temeva che se qualcosa fosse andato storto, sarei stata portata via. Sapeva che agli aborigeni come lei non era permesso avere una famiglia. Ed era per quello che cercava di non dare nell'occhio.
Mi piaceva moltissimo trascorrere con lei i fine settimana. Lei mi viziava e Molly Skinner era sempre contenta di vedermi.
Ogni sabato pomeriggio, Mamma mi dava una moneta da tre penny per andare al cinema con Noreen e Doreen. Ci divertivamo tantissimo. C'erano tutti i ragazzi della scuola e non facevamo che urlare e strillare.
Il Colourpatch era sempre pieno la domenica, cos spesso Mamma mi faceva andare per dare una mano ai tavoli.
Gli americani erano simpatici, mi lasciavano grosse mance sotto al piatto. Tutte le altre cameriere dovevano lasciare le loro mance, ma a me avevano detto che potevo tenerle. Credo che fosse perch Mamma era un'ottima cuoca. Dava sempre a tutti doppia porzione e per lei non era mai troppo. Credo che provasse pena per molti di quei militari, perch alcuni di loro non erano che dei ragazzini. Quella per me fu un'epoca felice.
Una domenica sera, tornai dagli Hewitt e mi trovai davanti l'intera famiglia con delle facce di circostanza. Mrs. Hewitt port Mamma nel soggiorno e io rimasi a sedere fuori nel corridoio.
- Sei nei guai grossi - sussurr Warren. Non capivo cosa avessi fatto di male. Poi arriv il minore degli Hewitt e disse: - Gladys, hai peccato!
Qualche minuto dopo usc Mrs. Hewitt e disse: -Prego, entra, Gladys.
Guardai Mamma: era seduta su una sedia accanto al camino, con in volto un'espressione stupefatta.
- Ora, Gladys - disse Mrs. Hewitt - ti far una domanda e tu risponderai onestamente. Sei andata al cinema, sei entrata in quella casa del peccato sabato pomeriggio? -. Non mi veniva in mente cosa dire. -  inutile negare - disse. - Ti ha vista una delle signore della chiesa.
A quel punto abbassai la testa dalla vergogna. Non mi sentivo una peccatrice, mi ero divertita, ma pensavo che fosse ci che si aspettavano da me. Mrs. Hewitt si rivolse a Mamma e disse: - Non credo che sia opportuno che Gladys rimanga qui oltre -. Sto cercando di trasformarla in una buona cristiana e tu lasci che commetta peccato il sabato pomeriggio!
Mamma mi guard. Prima di allora non aveva mai sentito che il cinema fosse peccaminoso.
Mrs. Hewitt indic l'angolo della stanza e disse: -Gladys, mi sono presa la libert di preparare i tuoi bagagli, credo che sia meglio che te ne vada ora.
Io e Mamma tornammo a Cottesloe. Non sapevamo cosa dirci, a nessuna delle due veniva in mente niente.
Per la prima volta nella nostra vita eravamo insieme. Non credo che Mamma sapesse come sbrogliarsela. Era troppo spaventata per rendersi conto di cosa fosse veramente successo. Lei era mia madre e io sua figlia e ora potevamo essere una famiglia. Credo che avesse paura di abituarcisi nel caso mi avessero portata via da lei un'altra volta. Lei conosceva degli aborigeni che non avevano mai pi rivisto i loro figli.
Miss Skinner fu molto felice di avermi l con loro.
Terminai la scuola alla fine del 1943, all'et di sedici anni. Tutti i miei amici sarebbero andati all'istituto per il commercio, ma sapevo che per me non era possibile.
Passavo il tempo aiutando Mamma al ristorante. Mi venne dato l'incarico di fare i milkshake al negozio di dolciumi annesso al Colourpatch. Ero molto orgogliosa del mio lavoro e la gente faceva miglia intere per venire a prendere un milkshake da me. Facevo continuamente esperimenti con gli ingredienti e ci mettevo enormi cucchiaiate di gelato. A volte ci mettevo talmente troppa roba che il frullatore non girava. Alla fine mi tolsero dai milkshake, credo che neanche mi pagarono.
Dopo un po' Alice mi trov un posto in prova da un fioraio a Claremont per sei scellini la settimana. C'era un'organizzazione strana a quei tempi. Se eri gente con i soldi o se avevi un nome, come Drake-Brockmans, era come un Apriti Sesamo. La gente ti correva dietro, si affrettavano a servirti. Credo che fosse una fissazione dell'Inghilterra vittoriana, anche se c' un mucchio di gente che lo fa tuttora.
Ero molto eccitata per il mio nuovo lavoro. Andavo da Cottesloe a Claremont con una vecchia bicicletta.
L'altra apprendista che ci lavorava era fantastica. Era tanto bionda quanto io ero nera. Mi mise in guardia sulla mia nuova datrice di lavoro. -  un po' una vecchia stronza - disse. - Lascia apposta dei soldi sul pavimento per vedere se te li rubi, quindi sta' attenta.
Neanche a dirlo mi ordin di spazzare il negozio e l sul nero pavimento, c'era un pezzo da due scellini. Lo diedi a lei, la quale finse stupore e lo mise in cassa. Una
settimana pi tardi, sul pavimento, c'era un altro pezzo da due scellini. Consegnai pure quello, e in quell'attimo mi fu detto che da quel momento facevo parte del personale e avrei avuto dieci scellini alla settimana.
Mrs. Sales era un caporale. Suo marito faceva il calzolaio e lavorava nel retrobottega.
A me e a Katy faceva venire in mente un topo spaventato. A volte, sgattaiolava fuori e andava a fumarsi una sigaretta nel vecchio gabinetto di legno in fondo al retro della casa. Mrs. Sales disapprovava il fumo, quindi lui stava attento che lei non lo vedesse.
Un giorno, entr come un uragano nel negozio con in mano il mozzicone di una vecchia sigaretta che aveva trovato. Accus me e Katy di fumare durante l'orario di lavoro. Ispezion le nostre borse alla ricerca di sigarette. Io non fumavo, ma Katy s, e le sue le nascondeva sempre dietro la porta di servizio. Credo che non le pass mai per la mente che il colpevole fosse il marito, visto che lei gli aveva proibito di fumare. E lui non metteva mai in discussione la sua autorit.
Mrs. Sales aveva un altro negozio di fiori all'angolo di Broadway. Ci andavo in tram per consegnare i fiori da vendere. L l'apprendista si chiamava Violet. Era una ragazza simpatica e facemmo amicizia.
Io, Katy e Violet avevamo all'incirca la stessa et. Gli americani ci ricoprivano di attenzioni; loro andavano sempre dal fioraio per ordinare mazzetti di fiori per le loro fidanzate. Erano diversi dagli uomini australiani, molto pi gentili.
Circa un anno dopo, Katy si fidanz con un marinaio americano e spesso andavamo al cinema con i suoi amici. Mi divertivo molto fino a quando non si facevano seri. Gli americani si volevano sempre fidanzare. Per la prima volta in vita mia mi sentivo libera. Non dovevo rendere conto a nessuno di quello che facevo. Naturalmente Mamma cercava di essere severa con me. Era molto sospettosa. Era una cosa innocente, ma lei continuava a ripetermi che io non sapevo come era fatto il mondo o gli uomini. Adesso mi rendo conto che aveva
ragione. Avevo avuto una vita molto protetta. Smisi di raccontarle quando uscivo e con chi uscivo, si sarebbe soltanto preoccupata.
Non molto tempo dopo feci amicizia con una cliente del negozio. Era una signora inglese che si chiamava Lois e suo marito era stato catturato dai giapponesi. Era una persona meravigliosa, gentile e sincera, ma non disdegnava la birra e aveva sempre un americano al rimorchio.
Fu tramite Lois che conobbi un simpatico marinaio scozzese. Ci uscii per un po' di tempo, era una bella amicizia. Per una volta, Mamma approvava. Sapeva quanto fossero scatenati gli americani, quindi credo che pensasse che con uno scozzese sarei stata al sicuro.
Ogni fine settimana, gli americani facevano scoppiare una rissa gi al porto e qualcuno chiamava la polizia. Per loro si trattava del solito spasso di routine. Era dura durante la guerra, e molti di loro se l'erano vista brutta. Credo che avessero bisogno di sfogarsi in qualche maniera.
Ricordo che un pomeriggio stavo aspettando l'autobus per andare da un'amica, quando arriv una signora. Doveva prendere il mio stesso autobus, quindi cominciammo a chiacchierare.
- Che bella ragazza che sei, cara - disse lei. - Di che nazionalit sei, indiana?
- No - dissi sorridendo. - Sono aborigena.
Mi guard scioccata. - Non pu essere - disse lei.
- Invece s.
- Oh, poverina - disse mettendomi un braccio intorno alle spalle. - Che cosa farai mai?
Non sapevo cosa dire. Mi guardava con tale piet che mi metteva a disagio. Mi chiedevo cosa ci fosse di male a essere aborigena. Mi chiedevo cosa si aspettava che facessi.
Lo raccontai a Mamma, la quale mi disse che non dovevo mai dire a nessuno quello che ero. Mi mise una bella paura. Credo che fu da quel momento che iniziai a desiderare di essere qualcos'altro.
Per Mamma era pi difficile, i suoi lineamenti erano cos marcati che non poteva passare per niente altro. Cominciai a fare caso che, quando uscivamo, la gente la fissava. Non me ne ero mai accorta prima.
Quella conversazione con la signora alla fermata dell'autobus mi aveva veramente confusa. Di colpo mi sentivo come una criminale. Non capivo perch mi sentissi cos male. Ripensandoci adesso, credo che lei ne sapesse pi di me sul modo in cui venivano trattati gli aborigeni. Probabilmente sapeva che non avevo futuro, che non sarei mai stata accettata, che non mi avrebbero mai permesso di arrivare a niente.
Dopo quell'episodio, per un po' di tempo, cercai di far parlare Mamma per farmi dare delle spiegazioni, soprattutto sul passato e sulle sue origini. Era un caso disperato. Eravamo state separate per troppo tempo per poter ora essere veramente vicine. Sapevo che mi voleva bene e io ne volevo a lei, ma per tutta l'infanzia lei non era stata altro che una persona che vedevo durante le vacanze. Non riuscivo a confidarle i miei timori. Lei continuava a dire: - Ti accadranno delle cose terribili se dici alla gente quello che sei -. Per il suo bene e per il mio, sentivo che era meglio tacere. Ero molto intimorita dalle autorit. Non ero certa di quello che poteva capitarmi.
Molly Skinner vendette la sua casa, cos dovemmo trovare un'altra sistemazione. Riuscimmo ad affittare un altro posto vicino all'Ocean Beach Hotel. Era una graziosa casetta di legno.
Io e Mamma cominciammo a litigare sempre pi spesso. Con lo stipendio mi compravo alcune cose che poi lei regalava alle amiche senza neanche chiedermelo. Se dicevano che gli piaceva qualcosa, lei diceva: - Oh, tanto Glad non lo vuole, pu comprarsene un altro. Prendilo -. Arrivava qualcuno e indicava apposta qualcosa di mio e lei glielo dava immediatamente, soprattutto se si trattava di persone bianche. Credo che cercasse di far colpo su di loro. Cercava di comprarsi l'amicizia dei bianchi. Era una cosa che mi dava veramente ai nervi. A quei tempi c'erano molte cose che non capivo.
Al Colourpatch arriv un altra signora per aiutare in cucina, e io feci amicizia con una delle figlie. Andavamo insieme in un mucchio di posti e spesso restavo a dormire da lei. Aveva fratelli e sorelle, una cosa che invidiavo veramente.
Una delle sue sorelle si fidanz e io fui invitata alla festa di fidanzamento. Fu l che conobbi Bill.
Fu davvero strano perch, per tutti gli anni della mia adolescenza, avevo sognato quest'uomo che un giorno avrei incontrato e sposato: fu dunque uno shock quando lo vidi a questa festa. I sogni che avevo fatto su di lui erano sempre stati confusi e ricorrenti. A volte si trasformavano in incubi. E cos si sarebbe rivelato il mio futuro matrimonio, sarebbe stato brutto e bello, solo che allora non lo sapevo.
Non appena fui presentata a Bill, capii che i giorni della mia spensieratezza erano finiti. Non ero pronta per sposarmi e sistemarmi, ma sapevo che non avevo scelta, cos doveva essere.
Bill era diverso dagli altri uomini con cui ero uscita, era pi maturo e pi di mondo. Sapevo che era stato un POW in Germania, ma in quel momento non capii quanto se la fosse passata male.
Bill non piaceva a nessuna delle mie amiche, e anche Mamma disapprovava. - Beve troppo - mi disse - non ti vorrai certo sposare uno che beve. Le mie amiche cercarono di mettermi in guardia dicendo che era uno scatenato, addirittura un folle, ma io non le stetti a sentire.
Il giorno dopo averlo conosciuto, Bill mi disse: - Tu mi sposerai.
- Non credo - dissi.
- Invece s.
All'epoca stavo con un altro, cos pensai, beh, forse riesco a tenerlo a freno per un po', ma non sarebbe andata cos. Ci frequentammo per un anno prima di sposarci. Mamma non cambi mai idea su di lui. Gli dissi che ero aborigena, ma lui disse che non gli importava. E credo che allora non gli importasse veramente, fu dopo che cambi.
I suoi genitori non mi approvavano, non volevano che sposasse una persona di colore. Allo stesso tempo erano contenti di lavarsene le mani di lui, perch non erano stati capaci di controllarlo. Erano stufi di lui che andava accartocciando furgoni addosso ai pali del telefono.
Riuscii a far bere Bill di meno. Speravo che fosse un cambiamento per il meglio e che sarebbe durato. Mamma non voleva venire al matrimonio e neanche la famiglia di Bill, cos ci sposammo negli uffici del comune. Avevo ventun anni. Credo che Mamma avesse sperato che andasse tutto all'aria e mi interessassi a qualcun altro. Non le feci sapere quando mi sarei sposata, ma andai e lo feci. Ne avevamo parlato altre volte ma finivamo solo per litigare. Era sempre stata molto gelosa di chiunque avesse potuto distogliere la mia attenzione da lei. Voleva che restassi a casa per il resto della mia vita a prendermi cura di lei.
Dopo esserci sposati, andammo a vivere con Mamma. Ero molto felice. Continuavo a lavorare nel negozio di fiori. Mrs. Sales
aveva venduto l'esercizio a Mrs. Richardson e lei mi aveva
tenuta perch il mio lavoro lo sapevo fare. Richie, cos la chiamavamo, era un vero personaggio; se ne stava sdraiata fuori nel retro su sof e sorseggiava vino tutto il giorno. Lasciava a me la completa conduzione del negozio. Alla fine della giornata, la svegliavo e poi andavo a prendere l'autobus per tornare a casa.
Le cose con la famiglia di Bill non migliorarono. Erano delusi che di fatto fosse andato fino in fondo e mi avesse sposata. La madre di Bill era di vedute molto strette e parlava male di me con Bill alle mie spalle. Sapevo che non mi avrebbe mai accettata come pari. Di quanto fosse preoccupato il padre di Bill del mio colore, non ne so molto. Era sempre un po' malaticcio. A volte mi faceva un sacco di feste perch gli passavo sottomano qualche scellino.
Sapevo che Bill aveva ricevuto una strana educazione. In confronto a lui ero proprio un'ingenua.
Nonno Milroy stava sempre in giro a installare pompe di benzina per la Shell Oil Company, e la madre di Bill mandava sempre Bill ai giacimenti auriferi per tirare il padre fuori dai pub e riportarlo a casa. Il padre di Bill sperper una fortuna al gioco e fece bere birra a Bill sin dagli anni della sua adolescenza.
All'et di quattordici anni, Bill scapp di casa e trov un lavoro da mandriano su al nord. Diceva a tutti che aveva sedici anni, e ci si poteva anche credere perch era alto. La vita di lass gli piaceva tantissimo e quando il padre lo ritrov e lo fece ritornare a Perth, lui ne rimase molto turbato.
Trovavo difficile familiarizzare con i fratelli di Bill e i loro amici. Avevo ricevuto un'educazione rigida, mentre loro vivevano in un mondo nuovo e impavido. La societ, gi a quei tempi, si stava facendo permissiva.
Bill era diverso dai fratelli. Aveva delle idee energiche e un cuore generoso. Aveva dei principi religiosi. Da giovane avrebbe sempre voluto farsi prete; sua madre era una cattolica fervente. Bill possedeva quello che si potrebbe chiamare uno sguardo universale sulla vita, e credo che fosse perch lui aveva visto molte cose che gli altri non avevano visto. Non parlava mai dei suoi principi religiosi, ma sapevo che c'erano, che si trovavano in profondit dentro di lui. A volte, quando parlava della guerra, avevo la sensazione che dentro di lui ci fosse una forza spirituale che l'aveva aiutato a tirare avanti. C'erano state molte occasioni in cui avrebbe potuto lasciarci la pelle, ma era sopravvissuto. Era destino che tornasse.
Ero molto euforica quando scoprii di essere incinta. Bill era estatico, si aspettava un maschio, ma nacque Sally. Non riuscivo a crederci che finalmente avevo una famiglia mia. Anche Mamma era molto contenta. Credo che in qualche modo la facesse sentire pi sicura, adesso era una nonna.
Non molto tempo dopo Bill fece domanda per una casa popolare gi a Beaconsfield, dove faceva l'idraulico.
Dopo la guerra c'era mancanza di alloggi ed erano stati costruiti un mucchio di questi isolati di case di legno. Erano principalmente affittate dagli inglesi che erano emigrati qui con la speranza di una vita migliore. La zona era molto bella e in principio era stata una fattoria e tutti ancora la chiamavano Mulberry Farm. Davanti al nostro appartamento c'era un enorme gelso e ulivi sparsi dappertutto.
Durante i primi tempi del nostro trasferimento, eravamo sempre al verde, e quando si deve pagare l'affitto, la differenza si nota. Quando rimasi incinta fui costretta a lasciare il lavoro. Inoltre, c'era sempre qualcuno che veniva a chiedere soldi in prestito. Mi facevano pena e gli davo quello che avevo, ma non restituivano mai niente. A quanto pare, questa era la norma, ma io non lo sapevo. Dovetti dare un taglio a questi prestiti.
C'era gran trambusto a Mulberry Farm. Liti domestiche e strane cose che succedevano tutto il tempo. Mi ci facevo sempre una bella risata sopra.
Da piccola, Sally era sempre molto malata, e un paio di volte abbiamo rischiato di perderla. A volte, durante la notte, mi svegliavo e vedevo la sagoma di una suora in piedi accanto al lettino. Ma non mi spaventavo. Sapevo che qualcuno la stava proteggendo, proprio come era successo a me da bambina. Sapevo che non sarebbe mai stata una persona energica, ma sapevo anche che non sarebbe morta giovane.
Bill ricominci ad avere incubi. Ne soffriva da quando era ritornato dalla guerra. Di notte strillava a pi non posso e provavo per lui grande pena. Prima di sposarci, avevo pensato che essere un POW era un qualcosa di molto eroico e romantico, ma adesso la vedevo in modo differente.
Cercavo di farlo parlare dei suoi incubi, lo aiutava un po', ma lui non scendeva mai troppo nei dettagli a proposito di ci che gli era successo. Credo che alcune cose fossero per lui troppo umilianti per poterle condividere con qualcuno. Sapevo che c'era stato un comandante tedesco che l'aveva trattato molto male. Bill lo odiava
con tutto se stesso. Credo che se gli si fosse presentata l'opportunit, l'avrebbe ucciso. Bill non mi disse mai cosa era successo. Gran parte dei suoi incubi avevano a che fare con questo tizio. Sognava che non riusciva a liberarsi.
Una volta pass da noi la madre di Bill. Disse che voleva chiedere a Bill una cosa. Certe sere lavorava alle corse dei cavalli e gli disse che un uomo alto, con un accento straniero, era andato da lei e aveva detto: - Lei aveva un figlio che era un POW durante la guerra in Germania?
- S - disse lei - come lo sa?
- Sono gli occhi - disse lui. - Lei ha gli stessi occhi. Riconoscerei quegli occhi dappertutto -. Poi, a quanto pare, si dilegu nella folla.
Non dimenticher mai l'espressione del volto di Bill quando lei gli chiese chi potesse essere quel tizio. Divent bianco come un cencio. Lui sapeva chi era, ma non voleva dircelo, si chiuse in camera sua e non voleva uscirne.
C'era una grande confusione dopo la guerra. Credo che un mucchio di tedeschi vennero in Australia facendosi passare per altre nazionalit. Questo tizio era tedesco. Credo che fosse l'uomo che Bill odiava, anzi ne sono certa.
Fu quell'episodio che lo fece ricominciare a bere. Da quando ci eravamo sposati era stato bravo, si era calmato molto; ma adesso, tutto ci che lo interessava era affogare il passato nella bottiglia. Mangiava appena, beveva soltanto. Mamma doveva portarmi del cibo dal ristorante, non avevo mai soldi. A volte lui spariva per giorni interi e io non lo vedevo. Ero preoccupata a morte, gli poteva essere successo di tutto. Sapevo che era soggetto a vuoti di memoria. A volte mi chiedevo se si rendesse mai conto di dove era stato tutto quel tempo.
La situazione peggior talmente tanto che, alla fine, non ce la feci pi. Presi Sally e tornai da Mamma. Lei era contenta di riavermi con s, credo che fosse stata in pensiero per quello che Bill avrebbe potuto fare.
Ormai ero da Mamma da circa dieci giorni e di lui neanche l'ombra. Non potevo fare a meno di pensare a tutte le cose che mi aveva detto della guerra, e meditavo su tutto quello che non mi aveva detto. Cominciai a preoccuparmi e a provare tristezza per quello che gli avevano fatto. Lo amavo ancora. Non ho mai raccontato a nessuno le esperienze di guerra di Bill, ma forse potrebbero esserti d'aiuto per capire se le scrivi.
Bill aveva combattuto nel deserto con la seconda divisione del sedicesimo Battaglione.
Diceva che trovava difficile ammazzare gli altri. Ricordo che mi disse di una volta in cui tra le dune c'erano i tedeschi, e lui li vedeva. Erano allineati come anatre appollaiate in un baraccone per il tiro a segno. Bill era alla mitragliatrice e gli altri gli gridavano: - Spara finch puoi, bastardo! -. Diceva che non ci riusciva, che era troppo facile. Qualcuno lo stratton da parte, afferr la mitragliatrice e li falci tutti. Ci stette malissimo.
Bill rimase ferito durante una battaglia per la presa di una citt e venne ricoverato all'Ospedale militare. Per questo rimase nel Medio Oriente, perch il resto del battaglione venne imbarcato nuovamente per andare a combattere in Nuova Guinea.
Una volta guarito, venne piazzato nella seconda divisione del ventottesimo Battaglione e continu a combattere nel deserto. Credevo che assomigliasse alla spiaggia, ma Bill diceva che la terra era talmente dura che ci si potevano scavare solo trincee basse.
Bill fu fatto prigioniero a El Alamein e, insieme ad altri duemila prigionieri Alleati, venne ammassato nelle stive della Nino Bixio, una nave da carico italiana. Stavano cos ammucchiati che non potevano neanche allungarsi. Eri fortunato se avevi un posto dove sederti. Gli era permesso solo di tenere leggermente aperto il boccaporto per accedere alle latrine. Molti uomini erano affetti da dissenteria, quindi immagina come poteva essere.
Il secondo giorno in mare vennero silurati da un sottomarino alleato.
Bill disse che lui era seduto nella sua solita posa, gambe divaricate, gomiti sulle ginocchia, e scherzava con l'uomo accanto a lui, quando un siluro gli sfrecci dritto in mezzo; poi esplose e tutti gli finirono addosso.
Quando rinvenne, era coperto di sangue, corpi, braccia e gambe, budella, dita volate via, e non sapeva cosa fosse suo e cosa no. L'intera stiva era ricoperta di parti umane. Pensava di essere spacciato. La nave cominci a fare acqua. Alcuni uomini tentarono di uscire attraverso il buco laterale aperto dal siluro, ma vennero respinti all'interno dai flutti e fatti a pezzi dai bordi squarciati. Le scale d'acciaio che conducevano alla parte superiore della stiva erano state distrutte e non c'era via d'uscita.
I sopravvissuti della parte superiore della stiva gettarono in basso delle funi e il Capitano, un grosso italiano dai capelli rossi, gridava: - Se c' qualcuno vivo laggi, che si arrampichi!
Quando finalmente Bill riusc a emergere da sotto tutti quei corpi, si accorse di essere ancora tutto intero. Aveva dei pezzi di shrapnel conficcati nelle braccia, nelle gambe e sul torace, ma a parte questo stava bene.
Tir su l'uomo pi vicino a lui che sembrava potesse essere tutto intero, e si arrampic sulla fune. Quell'uomo era Frank Potter. Bill disse che il Capitano della nave faceva del suo meglio: correva a destra e a sinistra, urlava e bestemmiava in italiano, e cercava di aiutare i feriti.
Il giorno seguente furono rimorchiati da un cacciatorpediniere italiano. Vennero tirati in secco sulle coste greche e i feriti furono portati a riva e fatti sdraiare sulla spiaggia. Bill disse che nella stiva c'erano pi di cinquecento uomini quando furono colpiti. Al siluro ne sopravvissero solo settanta e molti di loro morirono sulla spiaggia.
Alcuni uomini erano gravemente feriti. A peggiorare le cose, non c'era cibo o medicinali. Gli attendenti passavano per la spiaggia e tagliavano le braccia e le gambe che ormai erano rimaste appena attaccate. Per l'operazione usavano asce da guerra, mentre usavano i pugnali
per estrarre gli shrapnel. Bill sapeva che se avessero cercato di estrarre da lui i pezzi di shrapnel, sarebbe morto sicuramente. Era emofiliaco e aveva un gruppo sanguigno raro.
Quelli che erano in grado di camminare, vennero fatti marciare fino alla citt pi vicina e messi in mostra come un qualche dannato premio importante. Gli uomini gli sputavano addosso e le donne gli tiravano addosso la lavatura dei piatti e orinali pieni di escrementi.
Restarono a Corinto per un po', poi vennero rimbarcati per l'Italia e mandati al Campo 57.
Bill diceva che l il comandante era un vero fascista, non era come la maggior parte degli italiani. Era durissimo e provava gusto nel vederli soffrire. Aveva un cartello attaccato che diceva Gli inglesi sono maledetti, ma ancor pi maledetti sono quegli italiani che li rispettano!
Gli italiani cominciarono a bombardare la zona vicino al campo e fu allora che Bill scapp. Le sentinelle erano cos spaventate che fuggirono lasciando i cancelli spalancati. Dietro di loro scapparono i prigionieri. Bill disse ad Ambercrombe, l'uomo che era con lui: - Non in mezzo alla strada, altrimenti i tedeschi capiscono che ci hanno bombardati e ci riprendono. Gi nel fossato.
Neanche a dirlo, qualche minuto dopo, ecco che arrivano i tedeschi e respingono dentro tutti quanti. Bill e Ambercrombe rimasero nascosti nel fossato fino al calar della notte.
Ambercrombe voleva dirigersi a sud nella speranza di incontrare gli americani, ma Bill lo convinse ad andare a nord, in Svizzera. Viaggiavano soprattutto di notte, rubavano il cibo e dormivano nei campi.
Alla fine arrivarono a una piccola citt e si misero a gironzolare vicino al pozzo al centro del paese, speranzosi che qualche persona amica li notasse. Sapevano che da quelle parti c'erano i tedeschi, ma finora non ne avevano incontrato neanche uno. Speravano, quindi, che la loro fortuna durasse.
Arriv un vecchio e li guard. Bill aveva imparato qualche parola d'italiano e gli disse chi erano. Il vecchio
and a chiamare il capo, che li port a casa sua e gli offr cibo caldo e vino.
Pensarono che fosse un tipo simpatico, finch lui non gli fece delle proposte indecenti. Bill lo afferr per il colletto e gli disse di metterli in contatto con la Resistenza, altrimenti per lui sarebbero stati guai. Disse che dovevano lasciargli fare una telefonata. Bill si mise ad ascoltare attentamente e cap che stava chiamando i tedeschi. Lo presero e gliele suonarono, rubarono del cibo e se la diedero a gambe prima che arrivassero i tedeschi.
Continuarono a dirigersi al nord, ma, da quel momento, con la paura di entrare in qualunque citt. Alla fine erano esausti, disperati. Tennero d'occhio per giorni un'altra piccola citt. Sembrava a posto. Entrarono e, ancora una volta, si misero a gironzolare accanto al pozzo. Quando venne una donna a prendere l'acqua, Bill le chiese se potesse condurli dal capo, che si rivel essere il marito.
Questa volta furono fortunati. Questi italiani qui odiavano la guerra e i tedeschi. Portarono Bill e Ambercrombe in una fattoria sicura gestita da Giuseppe e Maria Bosso e da Edmea, la loro figlia quattordicenne. Bill diceva che erano persone meravigliose, gente di fegato. Lo trattarono come un figlio. Impar a parlare bene italiano e, siccome somigliava a un italiano del nord, a volte si faceva passare per uno di loro, bevendo vino e intonando canzoni insieme ai tedeschi nella taverna, proprio come facevano gli altri italiani. Cercavano di fare gli amici con i tedeschi; in quel modo, quelli del paese speravano che, durante i loro viaggi periodici, questi non avrebbero controllato troppo a fondo.
Durante il giorno Bill lavorava nei campi con gli altri braccianti.
Quando arrivava voce che le fattorie vicine erano state perquisite alla ricerca di uomini POW evasi, Bill e Ambercrombe si nascondevano vicino a un piccolo torrente. A volte passavano giorni prima che potessero essere di nuovo al
sicuro. Durante questo periodo vivevano di rane, serpenti verdi e bacche: era troppo pericoloso persino per gli italiani cercare di fargli arrivare da mangiare.
Alla fine gli giungeva parola che l'orizzonte era libero e l'intero paese festeggiava con un grande ballo in uno dei granai per averla fatta in barba ai tedeschi ancora una volta. Ridevano, ballavano e bevevano troppo vino.
D'inverno faceva troppo freddo per nascondersi al torrente, cos Giuseppe costru un pagliaio con dentro una stanza. I tedeschi infilavano sempre le loro baionette in tutti i pagliai e, se urtavano un palo, o se c'era sangue sulla punta della baionetta, appiccavano il fuoco al pagliaio e bruciavano chiunque ci fosse dentro.
Una mattina, la famiglia Bosso era molto sconvolta perch gli era arrivata voce che le SS avevano incendiato e massacrato un intero paese per aver dato protezione ai POW. Ci fu un'adunanza di citt per decidere cosa avrebbero fatto. Decisero di continuare a proteggere i prigionieri alleati, anche se questo poteva significare perdere l'intero paese. Bill diceva di aver detto a Giuseppe che era un rischio troppo grosso e che loro non glielo consentivano. Tutti i POW del paese erano d'accordo. Decisero di affrontare il rischio e di andarsene.
Giuseppe contatt la clandestinit e gli fecero sapere che era inutile cercare di raggiungere gli americani. Sarebbe stato meglio dirigersi in Svizzera. Mandarono due membri della Resistenza per guidare Bill e Ambercrombe oltre le Alpi
svizzere. Bill pass il suo ventunesimo compleanno tra le montagne. Quando raggiunsero la frontiera, le guardie svizzere gli diedero cioccolato bollente e del cibo caldo. Gli dissero che se entravano in Svizzera, ci sarebbero rimasti per tutta la durata della guerra, e potevano essere anni, ma se tornavano indietro e si univano agli americani, poteva solo essere questione di mesi, perch, a questo punto, gli americani stavano facendo rapidi progressi.
Bill non era molto attratto dall'idea di starsene in Svizzera a non far niente, aveva troppo temperamento, cos chiese alle guide che erano con loro di riportare lui
e Ambercrombe in Italia. Quindi li riportarono dall'altra parte delle montagne e gli indicarono la direzione verso cui gli americani sarebbero dovuti avanzare. Bill e Ambercrombe si misero in marcia.
Quella notte arrivarono a una strada e stavano per attraversare, quando Bill disse: - No, c' qualcosa che non va -. Non c'era nulla in vista, ma Bill aveva come una premonizione di pericolo. Si nascose nel fossato e Ambercrombe fece lo stesso.
A questo punto Ambercrombe era stufo, e disse: -Senti, stupido bastardo, l non c' niente, io vado -. Corse sulla strada, ma a met, venne inondato dalla luce di un riflettore e falciato al suolo da una mitragliatrice. Bill disse che dallo shock rimase pietrificato. Sapeva che doveva muoversi, ma non ce la faceva.
Alla fine si costrinse a muoversi. Cammin per tutta la notte finch non giunse a un grande fiume. Si mise a sedere tra le canne e tir fuori un mozzicone che gli era rimasto delle sigarette che gli avevano dato le guardie svizzere. Si sdrai, mezzo addormentato, quando sent il rumore dei cani che abbaiavano e che si facevano sempre pi vicini. I tedeschi, pens. Prese a correre. Un proiettile gli sfior la testa, mancandolo solo di pochi centimetri. Si ferm e alz le mani in aria.
Con grande sollievo, si trattava della polizia italiana. Parl velocemente e disse che era un operaio che si stava recando al lavoro in una fattoria l nei pressi. Loro dissero: - Non sei un operaio, ma uno stupratore e un assassino. Sei ricercato a Roma per avere commesso l'omicidio di molte donne -. Gli mostrarono un affisso con la foto dello stupratore. Bill disse che non riusciva a crederci, era il suo ritratto. A quel punto fu costretto a dir loro chi era veramente e gli fece vedere le sue piastrine di riconoscimento.
- Non avresti dovuto metterti a correre - gli dissero; -ti avremmo lasciato andare. Adesso non possiamo, perch dobbiamo rendere conto ai tedeschi di ogni proiettile usato. Se ti lasciamo andare, loro se ne accorgeranno. Dobbiamo pensare alle nostre famiglie, ci dispiace.
Bill fu catturato e consegnato alle SS. Lo interrogarono e torturarono giorno dopo giorno, chiedendogli dove era stato, chi l'aveva aiutato, dove si era nascosto. Bill disse che avrebbe preferito morire piuttosto che dire una sola dannata parola. Lui era fatto cos. Era un uomo molto orgoglioso e molto testardo.
Ogni giorno sentiva il plotone d'esecuzione all'opera, e ogni giorno si chiedeva se il prossimo sarebbe stato lui. Passavano sempre con le vittime quasi accanto alla sua cella. Se dopo la sua cella svoltavano a sinistra, sapeva che si trattava di un'esecuzione, a destra invece trasferivano il prigioniero altrove.
Una mattina vennero a prendere lui. Pens, ecco, ci siamo,  la fine. Con lui erano stati veramente spietati il giorno prima e non gli avevano cavato una parola di bocca. cos pens che avevano deciso di rinunciare e di ucciderlo.
In fondo al corridoio, la guardia disse: - Tu conosci la strada -. Bill svolt a sinistra, ma la guardia lo colp alla schiena con il fucile, facendolo cadere a terra. Quando Bill fece per rialzarsi, questi lo prese a calci nelle costole con gli stivali militari. Bill si alz e sent il fucile della guardia ben puntato alla schiena. - Gira a destra! Stai per essere trasferito in Germania.
Venne condotto in ufficio dove fu consegnato a un'altra guardia.
Dirigendosi verso il treno, la guardia disse: - Non cercare di scappare e andremo d'accordo -. Bill era sorpreso che questo tizio parlasse inglese. Era salito a bordo del treno in compagnia di questa guardia e due ufficiali delle SS.
La guardia tedesca gli diede una sigaretta e disse sottovoce: - Parla in inglese, le SS non capiscono -. Disse a Bill che aveva fatto le scuole in Inghilterra e aveva anche combattuto nella Prima Guerra Mondiale. Disse che odiava le SS, lui le definiva degli animali. Disse a Bill di stare attento all'ufficiale pi giovane. - Non tentare di scappare - disse - user qualsiasi scusa per spararti.
Questa guardia fu quella che accompagn Bill al
campo POW. Prima di consegnarlo, diede a Bill un cappotto pesante e dei buoni stivali.
- Non barattarli mai - disse - senza di questi non sopravviverai -. Bill disse che gli dispiaceva non averlo conosciuto in altre circostanze, era un ragazzo veramente simpatico.
Bill fu portato a Stalag 7A a Moosburg, ma ci rest soltanto poche settimane, quindi fu trasferito a Stalag 8C a Sagan. Non sono sicura di quale dei due campi fosse vicino a un campo di concentramento ebreo. Era comunque uno di questi, perch Bill fin per passare da un campo all'altro. Diceva che stare vicino a un campo ebreo era una cosa terribile, a causa dell'odore e del rumore che si sentiva giorno e notte. Sapeva che erano persone, ma il rumore era quello di animali torturati. Era davvero lugubre. Diceva che nonostante le condizioni dei campi POW fossero pessime, non poteva neanche pensare a quello che facevano agli ebrei.
Bill fece amicizia con un altro tizio che era mezzo ebreo. I tedeschi lo trattavano male, non facevano che frustarlo. Bill cerc di prendere le sue difese e loro dissero: - Vuoi prendere le difese di un ebreo, allora ti tratteremo da ebreo. Da quel momento se la pass veramente male.
Nel campo di Sagan dove si trovava, doveva lavorare nelle miniere della zona. Era un lavoro umido e pericoloso con orari lunghissimi. Contrasse una brutta infezione respiratoria, allora dissero che poteva fare un lavoro pi leggero. Lo mandarono a scavare patate nei campi gelati. Bill disse che il lavoro era pi leggero nel fondo delle miniere. L'unico vantaggio di lavorare nei campi era quando riuscivi a rubarti una patata da poter scambiare al campo. Bill diceva che venivano nutriti a zuppe vegetali che erano solo acqua. Una volta al mese, nella zuppa c'era della carne, la testa di un cavallo. Eri fortunato se riuscivi ad avere gli occhi, altrimenti ti ritrovavi con una scodella piena di peli umidi.
Alcune delle guardie di Sagan erano davvero spietate. Amavano
fare irruzioni nel mezzo della notte, e ordinavano agli uomini di spogliarsi nudi e di mettersi sull'attenti in mezzo alla neve. Pi la guerra peggiorava, pi loro si facevano malefici.
Un giorno riunirono gli uomini e dissero che avrebbero distribuito i pacchi della Croce Rossa. Rovesciarono in una sola pila latte condensato, marmellata, t, sigarette e poi schiacciarono tutto insieme. - Adesso -dissero - non potrete lamentarvi di non aver ricevuto i vostri pacchi della Croce Rossa! -. Poi ordinarono ai prigionieri di mangiarlo, per le guardie era proprio un bello scherzo.
Un giorno, verso la fine della guerra in Europa, informarono i prigionieri che avrebbero dovuto marciare verso un altro campo. Nel campo erano circolate voci che i russi stavano avanzando, e quella poteva forse essere la ragione per cui li trasferivano. Vennero fatti marciare per cinquanta miglia fino a Spremberg, dove credevano si sarebbero fermati, ma, invece, furono costretti a marciare per altre trecento miglia fino a Duderstadt.
Faceva molto freddo e loro dovevano dormire all'aperto, sulla neve. Non c'era cibo e gli toccava darsi da fare per trovare qualcosa ai bordi della strada. Bill diceva che pure i tedeschi ormai stavano morendo di fame. Si fermarono nei pressi di un villaggio e quando una vecchia contadina tedesca gli corse incontro e gli cacci in mano un pezzo di pane nero, una guardia le spar alla schiena. Bill diceva che quella guardia era un vero bastardo. Finiva sempre col picchiare qualcuno e ogni scusa era buona per mettere mano al fucile.
Durante quella marcia molti prigionieri morirono assiderati e furono abbandonati ai bordi della strada. Credo che Bill fosse molto felice di non aver barattato il suo cappotto, perch in quel momento gli serviva veramente.
Quando arrivarono a Duderstadt, le condizioni erano terribili. Il campo era infestato di pulci e c'erano escrementi dappertutto. Per pi di mille uomini c'era un'unica latrina alla bell'e meglio. I prigionieri morivano come
mosche di dissenteria e polmonite. Non c'era un posto dove mettere i morti, cos venivano accatastati uno sopra l'altro vicino al cancello.
Dopo essere stato l per alcuni giorni, cominci a girare voce che gli americani erano vicini. I tedeschi si misero paura e diminuirono leggermente le torture.
Una mattina presto, un carro armato sfond i cancelli del campo e un americano dai capelli biondo rossicci salt su e disse: - Qualcuno di voi vuole della torta allo zenzero e del gelato?
Bill diceva che gli uomini a cui era rimasta un po' di forza non la smettevano pi di piangere. Gli americani distribuirono cibo, ma alcuni dei prigionieri che ne erano rimasti per troppo tempo senza, si sentirono terribilmente male e morirono.
L'americano che comandava non riusciva a credere allo stato in cui tutti erano ridotti. E disse: - Non c' uno di questi bastardi tedeschi che vi piacerebbe far fuori? -. Un soldato inglese buttato su uno stuoino alz la mano. Era talmente debole che non riusciva a stare in piedi, cos due degli americani dovettero sostenerlo. Gli tennero la pistola nella mano e lo aiutarono a mirare contro la guardia tedesca che gliene aveva fatte passare di tutti i colori. - Aiutatemi - sussurr l'inglese, e gli americani tirarono il grilletto per lui. Pi tardi, sempre quel giorno, l'inglese mor. Bill diceva che l non c'era nessuno che lui avrebbe voluto ammazzare, ma se avesse mai incontrato un certo ufficiale delle SS, l'avrebbe fatto fuori.
Furono portati con dei camion ai cargo americani e poi aerotrasportati in Francia, dove ricevettero cure mediche prima di essere trasferiti in Inghilterra. Bill pass sei mesi all'Ospedale in Inghilterra prima di essere in condizioni fisiche da poter tornare a casa.
Ripensai a tutto quello che Bill mi aveva detto quando tornai a vivere da mia madre. Sapevo che era solo la punta dell'iceberg, che non mi aveva raccontato la vera storia.
Erano ormai tre settimane che stavo da Mamma,
quando si fece passare la sbronza e venne a implorarmi di ritornare da lui. A quel punto sapevo che, se l'avessi fatto, sarebbe stato per sempre. Non avrei potuto lasciarlo un'altra volta. Dovevo tornare. Non aveva nessuno. Io l'amavo ancora. Pensai che forse avrei potuto essere d'aiuto per rimediare a tutto quello che aveva subito.
Ma si rivel un errore. Non potevo guarire la sua mente, era troppo danneggiata. Non gli avevano spezzato lo spirito o la voglia di vivere, ma gli avevano spezzato la mente. Possedeva anche un lato sensibile; e loro avevano distrutto pure quello, l'avevano umiliato. Non riusciva a liberarsi di quello che era dentro di lui. Non riusciva a fuggire dai suoi ricordi.
Rimasi subito incinta della seconda figlia. Mi ricoverarono in Ospedale per farla nascere, perch dicevano che era troppo grande. Dovevo fare bagni caldi, con l'acqua fino al collo, e bere boccali di olio di ricino e di cascara. Non funzionarono, e cos mi imbottirono di pillole e mi fecero pi di trenta iniezioni; una settimana dopo ancora non era nata. Alla fine il dottore mi fasci, ruppe la membrana e mi lasci con le infermiere.
Quando inizi il travaglio, ero gi esausta. Non sapevo proprio come avrei avuto la forza di partorire. Caddi in una specie di trance e iniziai a parlare una lingua sconosciuta, nessuno riusciva a capire quello che dicevo. Chiamarono il dottore e, quando finalmente nacque Jill, guizz fuori inondandolo con un gallone d'acqua verdastra.
Mi portarono in corsia, mi sentivo a terra. Ero sospesa in aria che guardavo gi il mio corpo sdraiato sul letto. Vedevo la caposala e il dottore che si davano da fare su di me, cercando di farmi rinvenire. Di colpo mi ritrovai dentro al mio corpo e la caposala disse: - Grazie a Dio, pensavamo di averti perduta! -. Mi consigliarono di non fare pi figli, e comunque di aspettare almeno tre anni prima di farne un altro.
Bill ce la metteva tutta per non lasciarsi andare, ma c'erano ancora volte in cui si dava ai bagordi e non lo
vedevo per alcuni giorni. In quelle occasioni Mamma veniva a stare da me per tenermi compagnia.
Adesso faceva lavori domestici e poteva lavorare quando le faceva comodo. Ero contenta perch era pi facile per lei. Comprava vestiti ai bambini e mi faceva la spesa. Sapeva che non avevo soldi.
A Bill venne l'esaurimento nervoso e lo ricoverarono all'Hollywood Hospital. Non riusciva a sopportare nessuna pressione o responsabilit. Stavo malissimo quando lo andavo a trovare, era come se tutti gli uomini l dentro facessero parte di un club. Anzich essere contento di vedermi, mi faceva aspettare finch non aveva finito di giocare a carte con i suoi amici. Mi sentivo un'intrusa. Era come se tutti vivessero in una specie di mondo dei sogni. Alla fine Bill venne rimandato a casa insieme a un paio di flaconi di medicinali che avevano lo scopo di tenerlo calmo.
Jill comp quattro mesi e io ero di nuovo incinta. Andai dal dottore e lui mi disse che non potevo avere il bambino, che dovevo liberarmene. Mi risped a casa con delle pillole da prendere. Raccontai a Mamma quello che mi aveva detto e lei convenne con me che non dovevo prenderle. Le buttai al secchio.
Mulberry Farm venne colpita da un'epidemia di poliomelite, e io la presi. Non potevo muovermi e Mamma si trasfer da noi. A quei tempi Bill lavorava, e io avevo bisogno di qualcuno che si prendesse cura di Sally e Jilly. Per miracolo guarii dalla polio.
Tornai dal dottore quando ormai ero incinta di sette mesi. Era molto arrabbiato con me perch avevo portato avanti la gravidanza. Non gli dissi che mi ero pure presa la polio, potevo immaginare cosa avrebbe detto. A novembre diedi alla luce un bambino. Fu un parto facile.
Quando nacque Billy vidi un angelo dorato che librava su di me e sentii una musica soave. L'angelo era felicissimo che Billy fosse venuto al mondo. Naturalmente, Bill era estatico che, alla fine, fosse nato un maschio.
Bill fece domanda per una casa popolare a Manning.
Ormai Mamma viveva con noi permanentemente. Con tre bambini di et cos vicina e con Bill in quelle condizioni, avevo veramente bisogno del suo aiuto. Ci trasferimmo a Manning quando Billy aveva sei mesi. All'epoca non c'era altro che boscaglia.
Dietro la nostra casa c'era una grossa palude, e non c'era nulla che i bambini amassero di pi di una gita gi alla palude. Pullulava di animali: tartarughe, rane, gamberi, gru grigie. Mi ricordava la boscaglia della mia infanzia. Incoraggiai i bambini a coltivare un interesse per il mondo della natura. Era una buona cosa per loro conoscere la natura e capire quanto fosse importante per la nostra vita.
Eravamo a Manning da appena un mese, quando Mamma cominci a lamentarsi di tutti gli aborigeni che vivevano vicino alla palude. - Hai sentito quella musica la scorsa notte? - diceva. - Ogni notte c' un corroboree. Mi sa che vado gi a dirgliene quattro.
Allora mi sedevo insieme a lei e ascoltavo. Non ero mai stata a un corroboree, ma quella musica era sempre stata dentro di me. Quando ero piccola, mi avevano detto che la musica aborigena era musica pagana. Per me era una musica bellissima. Ogni volta che la sentivo, era come un messaggio, come se qualcuno mi sostenesse, mi proteggesse.
Una sera dissi a Mamma che alla palude non c'erano aborigeni. Si era lamentata che non riusciva a dormire e che era stufa di quei blackfella che ogni notte facevano una festa. Non penso che mi credesse. - Tu l'hai sentita la musica, Glad - disse
- ce ne sono un mucchio laggi.
- Laggi non c' nessuno - le dissi -  una cosa spirituale. Da allora l'accettammo e basta. Lei si metteva fuori a sedere e l'ascoltava, poi andava a letto. Non la sentivamo ogni notte, ma ci fu a intervalli, fino alla morte di Bill. Poi si ferm.
Mamma aveva sentito anche quest'altra cosa. Disse che nella palude c'era un coccodrillo. Sentivamo quel rumore solo di notte. Diceva ai bambini di stare attenti
quando andavamo gi alla palude, di fare attenzione al coccodrillo. Sally e Jilly erano due birbanti che se la svignavano appena potevano. Ricordo che Mamma disse a Sally: - Non hai paura di incontrare quel coccodrillo? -. Non potei fare a meno di ridere, perch sapevo che quello era il motivo che spingeva Sally ad andare laggi: voleva incontrarlo.
Bill sembrava tener duro i primi tempi che eravamo nella casa di Manning. Cominciai a sperare in un futuro migliore per tutti noi. Riusc a trovare un buon lavoro e a ridurre il bere. Il suo abbeveratoio pi vicino era il Raffles Hotel, ci andava dopo il lavoro per un paio di birre e poi tornava a casa. Sapevo che si preoccupava per noi che eravamo da soli, perch all'epoca le strade non erano illuminate.
Durante i fine settimana lavorava a Spearwood per gli ortofrutticoltori italiani. Non si era mai dimenticato della gentilezza dei Bosso durante la guerra. Ritornava a casa carico di frutta e verdura e bottiglie di vino. A volte faceva per loro dei lavoretti gratis. Credo che si sentisse in debito verso tutti gli italiani perch con lui erano stati molto buoni.
Ben presto intorno a noi spuntarono altre case. Una vedova con tre bambini si trasfer dietro casa nostra. Grace era una persona simpaticissima e spesso Mamma prendeva insieme a lei una tazza di t e ci scambiava due chiacchiere.
Una mattina, Bill era seduto sull'autobus mentre andava al lavoro, quando un tizio accanto a lui disse: -Hai un aspetto maledettamente migliore dell'ultima volta che ti ho visto!
Bill disse: - Ci conosciamo?
- Mi hai soltanto salvato la vita, bastardo! - rispose l'uomo. Era Frank Potter, uno degli uomini che Bill aveva tirato su dalla stiva. Venne fuori che lui e la moglie abitavano solo a qualche strada da noi. Da allora cominciarono a frequentarsi spesso.
Bill riprese ad avere degli incubi. Sembrava che le cose stessero prendendo la piega giusta per noi, quando invece ci ritrovammo punto e a capo.
Le cose cominciarono a peggiorare seriamente. Eravamo cos disperati che avevamo esaurito i risparmi di Mamma, e Bill aveva impegnato tutto quello che avevamo di valore e speso i soldi in alcool. I dottori gli avevano aumentato le dosi di pillole e di altri medicinali, ma, combinati all'alcool, non facevano che peggiorare le sue condizioni. Ci furono volte in cui mi scambi per un ufficiale tedesco delle SS; quando mi guardava, i suoi occhi erano vitrei, era come se non mi vedesse affatto. Una notte quasi mi strangol. Strillava SS, SS mentre mi metteva le mani intorno alla gola.
C'erano volte in cui sembrava che qualcosa avesse il sopravvento su di lui. Quelli erano i momenti in cui avevo molta paura, perch non sapevo cosa sarebbe successo. Strillava, urlava e ci ordinava di uscire di casa altrimenti ci avrebbe ammazzati. Io e Mamma correvamo con i bambini a casa di Grace. Lei era molto buona con noi, sapeva che non avevamo altri posti dove andare. A volte ci passavamo la notte. Altre volte sgattaiolavo al recinto sul retro e mi mettevo ad ascoltare per sentire se strillava ancora. Di solito, una volta che si era addormentato, stava bene e a quel punto tornavamo a casa. Quelle poche volte che passammo la notte da Grace, sentivo la sua voce che mi chiamava: - Gla-ad, Gla-ad... - in modo molto tranquillo, come per indicare che non mi avrebbe fatto del male se fossi andata da lui. In quelle occasioni non uscivo mai fuori, sapevo che mi avrebbe uccisa. Ero molto spaventata perch quella voce non era veramente la sua, era come se di colpo si fosse trasformato in uno sconosciuto.
Quando tornavamo alla mattina, Bill non aveva idea di cosa fosse successo. Quando glielo dicevo, si spaventava molto e ritornava all'Hollywood. Un giorno mi disse che pensava che avrebbe potuto veramente ucciderci e quel pensiero non lo poteva sopportare, perch noi gli volevamo bene e lui voleva bene a noi.
Era un inverno molto freddo e Bill era appena uscito dall'Ospedale. Sally aveva avuto la difterite, il fiume era straripato e l'acqua aveva ricoperto pi della met del
nostro cortile. Non c'erano fognature, quindi rimaneva l e basta. La casa era umida fino al midollo, anche se avevamo il fuoco acceso notte e giorno. Diverse case intorno a noi erano state evacuate e avevano dato alla gente un alloggio alternativo. Persino Grace, dietro a noi, era dovuta tornare da sua madre, era stufa di vedere i funghi che crescevano sulle pareti.
- Dobbiamo comprare le coperte per i bambini -dissi a Bill. Il Canteen's Trust Fund non d soldi agli ex soldati in circostanze tragiche?
Non avevamo i soldi per le coperte, cos di solito finivamo tutti nel lettone. Significava che stavamo al caldo, ma nessuno riusciva a dormire. Mamma riusc a procurarci delle borse per l'acqua calda, ma non bastavano.
Bill era molto orgoglioso e odiava chiedere aiuto. Alla fine cedette e disse che gli avrebbe scritto. Aspettammo ansiosi la loro risposta. Quando arriv, fu breve e cortese, dicevano che non eravamo disperati a sufficienza.
Ero veramente schifata, era la solita vecchia storia. Ci erano voluti anni prima che il Repatriation Department desse a Bill una pensione parziale, perch lo consideravano uno che si fingeva malato.
A quei tempi nessuno capiva. Se avevi perso un braccio o una gamba, non c'erano problemi; ma se avevi problemi di testa, allora eri un lavativo. Quando ci penso, provo pena per i reduci del Vietnam, stanno combattendo contro lo stesso atteggiamento.
Bill divenne sempre pi amareggiato dopo il rifiuto del Trust Fund. Lo faceva sentire come se tutti ci guardassero dall'alto in basso, come se si lamentasse per niente. Aveva la sensazione che fare la guerra non fosse servito a niente.
Billy aveva poco pi di due anni quando rimasi nuovamente incinta. Era un brutto momento per avere un altro figlio. La notte restavo sdraiata a letto, senza riuscire a dormire. Non facevo che pregare ma non ottenevo alcuna risposta. La mia solita capacit di risolvere i problemi sembrava che mi avesse abbandonata. Sapevo
che avrei dovuto lasciare il mio lavoro part-time e mi chiedevo come sarei mai riuscita a portare il pane a casa. Bill era rimasto in Ospedale, a intervalli, per mesi. Sembrava contento dei suoi permessi per passare i fine settimana a casa. cos non aveva pensieri. Scivolava sempre di pi nella protezione dell'Ospedale. Ero troppo spaventata per chiedere aiuto a qualcuno. Non mi lamentavo mai del bere di Bill, pensavo che fossero affari nostri e che non avrei dovuto parlarne con gli altri.
Una sera, ero con il morale a terra e stavo pregando quando crollai esausta nel letto. Quando riaprii gli occhi un po' pi tardi, nella stanza c'era una luce. Al centro della luce si ergevano tre uomini, e dietro di loro, le gialle sabbie del deserto picchiettate da piccoli edifici bianchi. Gli uomini indossavano delle lunghe vesti e la loro testa era coperta. Quello al centro era il portavoce, anche lui era vestito in quel modo, tranne che per il tipo di veste senza maniche e dei colori grigio scuro, nero, giallo o bianco. Mi disse che erano i colori della mia linea ancestrale che risaliva ai tempi antichi. Disse che nella mia casa sarebbe nato un grande capo. Improvvisamente mi sentii molto felice. Era come se serbassi un segreto speciale. Subito dopo mi addormentai serenamente e quando mi svegliai mi sentii viva e in forma.
Non dissi mai nulla a Mamma della mia visione, sapevo che si sarebbe preoccupata, anche se pure lei ne aveva di tanto in tanto. Capii che avevo la forza per fronteggiare qualsiasi cosa.
Smisi di lavorare quando i vestiti cominciarono ad andarmi troppo stretti. Non mi preoccupavo pi, in qualche maniera mi sembrava di riuscire a farcela. Aspettavo solo con ansia la nascita del bambino.
Credo che inconsciamente mi fossi sempre preoccupata di morire e di lasciare i bambini. Sapevo che a mia madre non avrebbero permesso di tenerli, glieli avrebbero tolti e forse non le avrebbero mai pi consentito di rivederli. Sapevo che la cosa l'avrebbe distrutta, non aveva pi la forza di ricostruirsi una vita. Se li avessero presi i genitori di Bill, non che io
lo volessi, con loro sarebbero stati infelici, e quindi poteva significare l'orfanotrofio oppure che i bambini sarebbero stati separati e adottati. Non potevo sopportare che una cosa del genere potesse accadere ai pi bei doni che il Signore mi aveva concesso, cos la promessa di quella visione aveva messo a riposo quel fantasma.
Bill usc dall'Ospedale quando ero incinta di sette mesi, c'era rimasto a lungo. Questa volta cercava veramente di non cedere. Speravo che questa volta tenesse duro un po' pi a lungo e ce la fece. Riprese a lavorare e non vedeva l'ora che nascesse il bambino.
Cominciai ad avere un sacco di dolori e alla fine andai all'Ospedale. Era un dolore diverso da quello che avevo provato con gli altri, era molto pi acuto. Bill mi port all'Ospedale ostetrico e mi lasci l. Era bianco come un lenzuolo. Era buffo, davvero. Lui aveva la nausea se era un maschio, ce l'avevo io se era una femmina, quindi sapeva che sarebbe stato un maschio.
Mentre se ne andava, disse: - Non morire!
Erano circa le nove di sera e si trattava di un piccolo Ospedale privato, non uno di quelli enormi in cui avevo avuto gli altri figli. Ce l'aveva raccomandato una vicina, aveva detto che la caposala aveva fatto nascere centinaia di bambini e che era pi brava di qualsiasi dottore.
Davanti all'Ospedale non c'era nessuno, ma si vedeva una luce che brillava alla fine di un lungo corridoio che si allungava fino al retro. Presi quella direzione, morivo dal dolore. Alla fine del corridoio la porta era spalancata, c'era una stanza da letto e l trovai la caposala sdraiata su un ampio letto matrimoniale insieme al suo enorme cane alsaziano che le dormiva accanto. Dall'angolo della bocca le pendeva una sigaretta e leggeva il giornale. Ero imbarazzata, non sapevo che fare. Bussai timidamente.
- Chi ? - disse. Il cane subito balz su e cominci a ringhiarmi contro. - Zitto ! - disse la caposala e gli diede una botta col giornale. Scese dal letto e si mise una vestagliola a fiori sopra la camicia da notte. - Sono Mrs. Milroy - dissi con un rantolo, il dolore stava peggiorando.
- Da quanto tempo  in queste condizioni? - disse mentre mi portava nella saletta delle visite. - Salga l -disse indicando un semplice tavolo coperto da un lenzuolo. - Voglio darle un'occhiata -. Mi visit e poi disse: - Poveretta, per forza hai i dolori,  un parto podalico. Chiamo il tuo dottore.
Arriv il mio dottore, ma disse che non poteva fare nulla, dovevo fare tutto io.
Non sapevo che potesse esistere un simile dolore. Spingevo e gemevo, grondavo di sudore e perdevo un sacco di sangue. Ero convinta che tutto quello che avevo dentro sarebbe fuoriuscito sul tavolo. Ero esausta e rimasi l, sdraiata.
Il mio dottore se ne stava in un angolo e mi osservava. Non mi disse mai una parola di incoraggiamento n mi tenne la mano. In quel momento mi ricordai che era un cattolico molto rigido. Pensai che stesse aspettando che morissi: rispetto alla madre, davano sempre priorit al bambino.
Sentivo che la caposala gli dava del bastardo, poi mi diede dei colpetti forti in faccia e disse: - Forza, pigra stronza, non smettere di spingere. Mica ti mollo adesso! -. Ero certa che sarei morta. Mi afferr e cominci a strillare, cercando di farmi arrivare il messaggio. - Pigra stronza -strillava -  meglio che cominci a spingere, mica mollerai adesso per colpa di quel bastardo l nell'angolo. Non puoi farlo, forza. Io ancora non ne ho perso neanche uno.
Recepii le urla e ci riprovai, ma era inutile.
Poi, qualcosa mi port l'occhio al lato della stanza. E l, in piedi, c'era l'angelo pi bello che avessi mai visto. Toccai le piume, erano morbidissime e bianche. Il suo volto mi guardava con amore, mi sorrise e disse: -  il compleanno di Sally -. Lo ripetei a me stessa: - E il compleanno di Sally -. Non lo sapevo che ero rimasta in quella stanza tutta la notte e che si era fatta mattina.
Sentii una forza rinnovata, spinsi e David nacque. -Grazie a Dio - disse l'infermiera, e capii che era vero.
Avevo perso tantissimo sangue ed era da tutte le parti. Sapevo che mi sarebbe servita una trasfusione.
Sentii uno strano rumore e mi accorsi che c'erano i gatti dell'infermiera che miagolavano alla porta, erano forse venuti a chiedere la loro colazione. L'infermiera apr la porta e li cacci via. Qualche minuto dopo era di ritorno insieme al marito, Clarrie, con addosso un pigiama di cotone a strisce.
- La barella non ci passa attraverso la porta - mi spieg - Clarrie ti sollever attraverso la porta e poi ti metter sulla barella -. Ero veramente debole, ma per poco non mi misi a ridere. Tutto L'Ospedale, di colpo, mi apparve come qualcosa di veramente buffo.
Pi tardi, quel pomeriggio, venni svegliata da una ragazza che mi port una tazza di t. Chiesi di poter vedere il mio bambino: era bello. Lo allattai per un paio di giorni, ma poi lo dovettero portare al PMH (Princess Margaret Hospital) e lo tennero in osservazione. Erano preoccupati per lui. Anche se sapevo che se la sarebbe cavata, mi sentivo molto infelice. Era terribile che mi avessero separata da lui cos presto.
Bill venne a trovarmi ed era molto addolorato che avessi sofferto cos tanto, e anche molto sconvolto che avessero portato David all'Ospedale pediatrico. Quando le cose andavano male, dava sempre la colpa a se stesso. Sapevo che aveva ripreso a bere, non pesantemente, ma abbastanza da alleviargli le pressioni a cui era sottoposto mentre ero all'Ospedale.
Era bruttissimo stare l da sola mentre tutte le altre madri avevano i loro bambini. Non avevo altro da fare che essere munta come una vacca per le scorte di cibo per il bambino, che venne portato al PMH in taxi.
Decisi di offrire una mano a Elsie, la cuoca di mezza et, si lamentava sempre che aveva troppo da fare. Era una persona strana. Per qualche motivo sembrava avesse problemi con l'elastico dei suoi mutandoni oltre misura. Erano sempre penzoloni sotto la sottana e lei non faceva che tirarli su.
Per colazione Elsie ci dava Weeties, pane tostato con marmellata e una tazza di t. Morivo di fame, sapevo che avevo bisogno di pi cibo per rimettermi in forze. Avevo l'itterizia ed ero gialla come una giunchiglia.
Una mattina le dissi: - Voglio uova per colazione.
- Non  possibile - disse lei. - Se le do a te, tutte si mettono a strillare che le vogliono.
- Ma hai un sacco di uova - dissi. - Gi nel retro, ci sono uova sparse per terra dove le hanno deposte le galline. Senti, me le preparo da sola, non devi farlo tu.
- D'accordo - disse - ma non farti vedere dalle altre.
Uscii nel giardino che si trovava sul retro dell'Ospedale. Clarrie era ancora addormentato sul suo vecchio letto di ferro, adorava dormire all'aperto. Tutte le galline gli stavano appollaiate lungo il corpo. Cercai di muovermi in silenzio per non svegliarlo. Doveva per aver percepito che c'era qualcuno, perch improvvisamente balz su e tir via la coperta grigia. Le galline svolazzarono per aria, stridendo e agitandosi. - Scusa, Clarrie -dissi. - Devo solo prendere qualche uovo -. Lui grugni, si ritir la coperta addosso e riprese a dormire.
Non riuscii a trattenere una risata. Mi feci una bella infornata di uova con un bel po' di pane tostato e una tazza di t fumante, poi tornai nella corsia e dissi: -Guardate che cosa mangio per colazione -. Da quel momento anche tutte le altre madri vollero le uova. Elsie era molto arrabbiata con me.
Non c'era neanche una donna che venisse a pulire le corsie, la caposala diceva che costava troppo. Per permetteva a Bob, il suo cane alsaziano, di perlustrare le corsie. Giornali o libri lasciati sul pavimento venivano rapidamente spazzati via dalla sua enorme bocca e portati fuori.
Non ti toccava mai le pantofole, perci credo che sapesse quali fossero i suoi doveri. Teneva alla larga anche i gatti. Elsie incoraggiava sempre i gatti a entrare dentro. Gli dava un po' della nostra cena mentre la preparava. Loro saltavano sul tavolo della cucina per cercare di vedere cosa stava cucinando Elsie. Lei gli lanciava pezzi di quello che aveva nelle pentole.
Non appena Bob sentiva l'odore della cena che stava sul fuoco, si precipitava in cucina, perch sapeva che Elsie era l con i 
ogni sera. Elsie cominciava a imprecare e a colpire Bob, i gatti strillavano e graffiavano e urtavano ogni sorta di cocci nella lotta che ne derivava. Quella rissa durava appena qualche minuto. Una volta che i gatti erano nuovamente all'esterno, Bob veniva e si metteva in cima alla corsia e ringhiava, come se ci volesse sfidare a buttare qualcosa sul suo pavimento bello pulito.
Quando arriv sabato mattina, Elsie ci disse che il pranzo non sarebbe stato pronto prima delle tre del pomeriggio.
- Ma per quell'ora saremo morte di fame - dissi.
- Potrete avere uno spuntino a tarda mattinata - ci inform e poi se ne and. La seguii in cucina. - Che cosa sta succedendo? - domandai. - Perch si pranza cos tardi?
-  il giorno delle scommesse - disse lei. - Siamo tutti troppo occupati a scegliere i cavalli per preoccuparci di voi. Il sabato qui non nasce nessuno.
E infatti la radio rimase accesa, a tutto volume, per tutta la mattina, e la vecchia Chevrolet gialla di Clarrie, sfrecciava avanti e indietro per andare dall'allibratore al Como Hotel. Alle tre in punto, Elsie serv il pranzo. Davvero super se stessa. Era un grosso pasto a base di arrosto con un meraviglioso dolce e un grosso pan di spagna alla crema per merenda. Elsie ci disse che aveva avuto una buona vincita.
Ero ancora molto gialla, cos la caposala decise che avevo bisogno di una trasfusione di sangue. Assunse un'infermiera che venisse a sedere insieme a me, mentre me ne stavo sdraiata a leggere con il sangue che mi scendeva lentamente nella vena.
Improvvisamente cominciai a sentirmi malissimo. Guardai l'infermiera e dissi: - Penso di stare per morire -. Lei mi infil un termometro in bocca. Quando lo tir fuori disse: - Dio, Dio, centoquattro!(40)
Mi tolse i tubi dal braccio e il sangue spruzz tutto sulle lenzuola. - Mi dispiace - disse - credo che questo non sia compatibile!
Il giorno dopo riportarono David dal PMH. Fu meraviglioso poterlo cullare e dargli da mangiare come tutte le altre madri. Dopo un paio di giorni, stavo abbastanza bene da poter tornare a casa. Inoltre, sentivo la mancanza dei bambini e sapevo che Mamma aveva troppo sulle spalle.
Quando David era molto piccolo, il fratello di Mamma, Arthur, sua moglie, Adeline, e i loro figli vennero a trovarci. Era la prima volta che rivedevo Arthur dopo moltissimi anni. Io e Mamma eravamo eccitatissime.
In quel momento Bill era sdraiato sul letto e andai a chiedergli di venire fuori a conoscerli. - Vieni a conoscere Arthur e la sua famiglia - dissi. - Ti piaceranno.
- Non voglio conoscerli - disse. - Non voglio conoscerli.
Ero molto ferita, sapevo che se fossero stati bianchi, sarebbe uscito fuori di corsa. Bill era un uomo strano, non aveva pregiudizi verso altri gruppi etnici, solo verso gli aborigeni.
Non gli era mai piaciuto che facessimo venire la nostra gente in casa. Dovevamo tagliarli fuori. Credo che dipendesse dalla sua educazione. Un'amica di nome Jean White veniva a trovarci e qualche volta restava con noi: lei non gli dispiaceva, perch era molto chiara di pelle. Jean poteva passare per qualsiasi razza.
Bill aveva trascorso gran parte della sua infanzia in paesini di campagna, credo che da questo dipendesse il suo atteggiamento verso gli aborigeni. Gi nel sud, gli aborigeni venivano veramente guardati dall'alto in basso. E Bill era venuto su con quello spirito.
Bill torn in Ospedale e ripresi ad andare a trovarlo regolarmente. Mi portavo sempre Sally, lei era la pi grande, e a volte, portavo anche Billy e Jill.
Ogni volta che l'andavo a trovare, notavo che mancavano alcuni visi familiari mentre ne avevano ricoverati dei nuovi.
Me lo sentivo sempre se qualcuno si era suicidato: la corsia era pervasa da un senso di depressione e non
c'era il solito saluto allegro rivolto ai bambini. Bill rimaneva in silenzio. In quei giorni non restavo mai a lungo. In quei momenti Bill non voleva visitatori, e neanche gli altri uomini. Volevano semplicemente starsene l, insieme, tra di loro. Credo anche che molti di loro ci avessero pensato a togliersi la vita. In quelle occasioni provavo grande tristezza e insicurezza. I bambini sapevano che c'era qualcosa che non andava, ma non capivano cosa.
Inoltre, i dottori sperimentavano vari medicinali e cure, e questo poteva portare a evidenti cambiamenti emotivi e di personalit. Chiedevano agli uomini di fare da volontari per nuove forme di terapia. Bill ebbe un bel po' di cure shock e venne sottoposto a molte altre cose, senza che gli giovasse a nulla.
Suppongo che molti si chiederanno perch mai non avessi preso i bambini e me ne fossi andata. Beh, in molte occasioni l'ho quasi fatto, ma Bill mi minacciava. Diceva che se l'avessi lasciato, avrebbe fatto in modo che i bambini mi fossero stati tolti. Diceva: - Nessuno permetter che una come te allevi dei figli e tu lo sai. Sono io quello che ne otterr la custodia, e li dar ai miei genitori.
Sapevo cosa voleva dire. Ogni volta che me lo diceva avevo come una sensazione che mi affondava nello stomaco. Alle donne aborigene non era consentito tenere i bambini generati da padre bianco. Aveva ragione e non potevo permettermi di correre il rischio di perderli; dovevo restare e, in qualche modo, cercare di tirare avanti. Erano tutto quello che avevo.
Ci fu un anno in cui Bill rimase in Ospedale per quasi dodici mesi. Quello fu l'anno in cui presi a frequentare degli incontri spiritualisti.
Mrs. Davies era la responsabile di quegli incontri ed era una persona meravigliosa, buona e gentile. Mi piacque a prima vista e anch'io piacqui a lei. Mi disse che possedevo un'aura meravigliosa e che, se avessi voluto, avrei potuto aiutare la gente.
Guarivo con le mani. A volte, una persona veniva guarita
mentalmente, a volte spiritualmente, a volte fisicamente.
Sentivo un potere che mi nasceva dentro, mi cresceva nelle mani e poi fluiva fuori di me e in chiunque toccassi. Il potere viene da Dio ed  una cosa molto positiva.  amore puro, amore per la gente. Io amo la gente, mi interessa tutta la gente.  per quello, credo, che Dio mi ha dato quel dono. Anche lui ama la gente.
Dopo un po' lasciai perdere, perch mi lasciava stremata e, nonostante volessi aiutare gli altri, avevo la mia famiglia a cui pensare. E poi c'erano delle donne ricche che venivano e mi trattavano benissimo, mi offrivano regali e denaro. Ma era una cosa che odiavo, era talmente superficiale.  sbagliato accettare soldi per una cosa di quel genere.
Nell'aprile del 1959 nacque mia figlia Helen.
Anche se era malato tutto il tempo, Bill riusc a portarmi all'Ospedale. Aveva l'aspetto malato e mi rattristava. Gli dissi di non venirmi a trovare, bastava che telefonasse. Sapevo che, altrimenti, per lui sarebbe stato troppo. Cominci a piangere, si sentiva inutile, come se per noi non fosse buono a niente. Quella dannata guerra, pensavo. Gli diedi un bacio sulla guancia e gli accarezzai la mano. Cercai di fargli passare il messaggio che comprendevo, che non gli addossavo nessuna colpa. Sapevo che con Helen non avrei avuto pi figli.
Non dimenticher mai la vigilia di Capodanno del 1960. Mi svegliai di colpo, spaventata. Nell'angolo della camera da letto c'era una luce, era lo spirito di Cristo. Non l'avevo mai visto prima sotto forma di spirito, aveva le braccia tese, come se fosse venuto per qualcuno. Gli urlai contro e gli dissi di andarsene, sapevo che stavo guardando la morte. Sapevo che non avrei avuto Bill ancora per molto, ecco cosa era venuto a dirmi. Ero troppo spaventata per continuare a dormire quella notte, e mi chiedevo quando sarebbe successo.
Una notte di ottobre, dieci mesi dopo, Bill venne nel salotto dove me ne stavo a sedere da sola. Sentivo che avevo bisogno di piccoli momenti tutti per me per rigenerare la mia energia e, di solito, quei momenti li trovavo quando i bambini si erano addormentati per bene.
- Mi sento strano, Glad - mi disse. - Non riesco a riscaldarmi. Mi sento come se non fossi veramente qui;  come se stessi svenendo -. Saltai su e lo toccai, era freddo. Sentivo che il suo spirito aveva abbandonato il corpo.
Capii allora che stava per morire. Dio mi stava preparando concedendoci questo momento insieme da soli.
Bill si mise a sedere e parlammo fino alle prime ore del mattino. Era strano, di colpo era come se fosse il vecchio Bill di una volta, come se si fosse liberato di qualcosa. Parlammo dei bambini e ridemmo. Bill disse che era un sacco di tempo che non si sentiva cos bene. Disse che sapeva che domani sarebbe stato per tutti noi un nuovo inizio.
La mattina mi chiesi se fosse il caso di telefonare alla madre e di dirle che Bill stava per morire. Decisi di non farlo, sapevo che avrebbe pensato che ero matta. Non potevo dirlo a nessuno.
Bill era di ottimo umore a colazione e non mand Billy a scuola: lo tenne a casa con s, cos lui, David e Billy avrebbero potuto giocare a calcio insieme.
Andai a lavorare.
Una vicina mi telefon quel giorno alle dodici per dirmi che Bill era morto. Ero scioccata. Andai a casa di corsa, ma non riuscivo a farmi forza, camminavo stordita. Se non fosse stato per Mrs. Mainwaring, una vicina, non so cosa avrei fatto. Disse ai bambini di loro padre. Non so se capirono o no. Gi per un adulto  piuttosto difficile capire la morte.
Pi tardi, quella sera, uscii e andai nella camera di Bill. Sembrava vuota. Notai di colpo che il flacone dei suoi medicinali era vuoto; mi sentii male. Sapevo che in fondo non si sarebbe mai tolto la vita, ma ero tuttavia preoccupata. A Parkerville mi avevano fatto entrare in testa che quelli andavano dritti all'inferno. Io non volevo che lui andasse all'inferno. Cominciai a piangere, ero in preda alla depressione.
Supplicai Dio di dirmi dove era andato, dovevo saperlo. Non potevo andare avanti senza saperlo. Chiusi
gli occhi. Quando li riaprii, ero avvolta da una luce. Riuscivo a vedere Bill in un giardino in piedi accanto a un albero; sembrava confuso. Poi, vidi Ges, con una lunga veste bianca, che lo chiamava con un cenno. C'erano altre persone l, sedute sul prato, tutte ad ascoltare quello che Ges aveva da dire. Parl a Bill e improvvisamente Bill non fu pi disorientato, era felice. Si un agli altri sul prato. Quando quella visione termin, mi ritrovai avvolta da un bagliore di puro amore, ero felice. Sapevo che Bill stava bene.
Se non fosse stato per quella visione, non ce l'avrei mai fatta a sopportare il funerale di Bill. La madre di Bill non venne, non era d'accordo con la cremazione, anche se era quello che Bill aveva sempre detto di volere.
Ogni volta che al funerale veniva a parlarmi un amico, mi dava un goccetto di brandy. L'impresario delle pompe funebri pure continuava a darmi sorsi di brandy. Mi sentivo sospesa in aria, di solito non bevevo. Qualcuno mi fece annusare dei sali e per poco non svenni, erano fortissimi. Quando fui a casa, Mamma mi mise a letto. La mattina seguente avevo un pazzesco mal di testa.
Quindici giorni dopo la morte di Bill, tornai al lavoro. Avevo un sacco di conti da pagare.
Ci venne assegnato un Legatario che fu davvero un dono del Cielo. Fu in grado di farmi incassare il premio della polizza d'assicurazione, una somma che copr gran parte dei nostri debiti. Feci domanda per una pensione di guerra e mi venne concessa. In realt, se non fossi stata cos disperata, l'avrei rifiutata. Avevo la sensazione che l'intero Dipartimento fosse stato assai meschino con Bill. Non avevano fatto nulla per lui finch era vivo. Perch mai uno doveva morire prima che gli venisse riconosciuta la gravit del problema?
Nonostante fossi ancora in lutto per Bill, era come se mi fossi scaricata di un grosso peso sulle spalle. Ero molto pi rilassata, non dovevo preoccuparmi per i soldi e i bambini
potevano fare tutto il rumore che volevano. Li lasciavo
correre e strillare per tutta la casa, giorno e notte. Mi sembrava che ne avessero bisogno. A volte li facevo venire tutti a letto con me, poveri piccoli, avevano bisogno di tutto l'amore possibile.
Avevano molto da sopportare. I ragazzini a scuola gli facevano domande e gli insegnanti parlavano di loro. Sally mi aveva detto che aveva sentito due insegnanti parlare e l'avevano fatta arrabbiare. - Chi si credono di essere? - mi domand. - Non ci serve la loro piet. Non capiscono che  meglio che se ne sia andato? -. Lei era molto affezionata al padre, ma sapeva pure come era fatto. In un certo qual modo si somigliavano, erano entrambi dei ribelli.
Bill era morto da poco quando un'assistente sociale venne a farci visita. Ero molto spaventata, perch sapevo che se si fosse resa conto che eravamo aborigeni, avrebbe potuto togliermi i bambini. Avevamo solo due stanze da letto e una stanza annessa e c'erano cinque ragazzini, oltre me e Mamma.
Questa donna si rivel una vera infame. Mi fece ogni genere di domanda e camminava per casa con il naso per aria come una vera snob. Chiese dove dormivamo, e quando le dissi che Helen dormiva con me, and su tutte le furie. Disse: - Devi togliere assolutamente quella bambina dal tuo letto,  una cosa che non tolleriamo. Inventati un'altra cosa, i bambini non devono stare in camera con te. Torner ancora per controllare se ti sia procurata un altro letto.
Non le dissi mai che a volte dormivamo tutti insieme, o che ancora allattavo Helen. Acconsentii a tutto quello che diceva. Non volevo che trovasse una scusa per togliermi i bambini.
Fu dopo la visita dell'assistente sociale che io e Mamma decidemmo di non dire mai ai bambini che eravamo aborigeni. Tutte e due eravamo convinte che altrimenti avrebbero avuto la vita difficile. Inoltre, se si spargeva la voce, sarebbe potuta venire un'altra persona del Welfare per portarceli via. E una cosa del genere ci avrebbe uccise entrambe.
Mamma disse che non voleva che i bambini crescessero con la gente che li guardava dall'alto in basso. Capivo ci che intendeva dire. Gli aborigeni venivano trattati come il fondo del fondo. Era come se fossero l'unica razza sulla faccia della terra senza nulla da offrire.
Quando ero piccola, Mamma mi strizzava il naso e diceva: - Tirati il naso Glad, tiralo forte. Non vuoi mica finire con un nasone come il mio -. Tirava sempre pure il naso dei piccoli. Voleva che crescessero assomigliando ai bianchi.
Suppongo che, ripensandoci adesso, sembrer terribile averli privati del loro patrimonio, ma all'epoca pensavamo di fare la cosa giusta. Senza Bill, avevamo adesso qualche speranza per il futuro e sapevo che lui avrebbe voluto che i bambini se la cavassero bene nel mondo.
Prendevo qualsiasi lavoro che mi capitava, il lavoro non mi faceva paura. A volte facevo quattro lavori contemporaneamente. Mi sforzai di imparare a guidare, anche se il solo pensiero di mettermi sulla strada mi pietrificava. Sapevo che quell'indipendenza mi sarebbe servita e sapevo che voleva dire che potevo portare i bambini a fare delle gite. Fino a quel momento non avevano avuto molto.
Dopo essere riuscita a pagare tutti i conti in pi, la nostra vita cominci a cambiare. Adesso non dovevo pi preoccuparmi da dove sarebbe venuto il pasto successivo, e potevo comprare ai bambini caramelle e frutta. A volte andavamo pure al cinema.
Trovavo anche che, adesso che eravamo da soli, ero meno preoccupata per Mamma. Con me avrebbe sempre avuto una casa, e c'erano abbastanza soldi per tirare avanti tutti quanti. La cosa pi bella era che, adesso, lei aveva la sua famiglia. Per tutta la vita aveva dovuto fare da madre ai figli degli altri, adesso aveva il sangue del suo sangue. Speravo che questo avrebbe posto rimedio a parte del suo passato.
Quando si present l'occasione di comprare la mia attivit di fioraia, l'afferrai al volo. Avevo sempre voluto
essere il padrone di me stessa. Ebbi un prestito dalla mia amica Lois, sapeva che glielo avrei restituito. Ben presto il negozio fu ben avviato e incassavo il doppio rispetto ai proprietari precedenti. Mi conferiva una nuova indipendenza e qualcosa di cui essere orgogliosa. Ci forniva, inoltre, quei soldi in pi che ci servivano per far fronte agli anni dell'adolescenza dei bambini.
Sono molto orgogliosa dei miei figli e di quello che sono diventati.
Provo imbarazzo adesso a pensare che, una volta, volevo essere bianca. Da bambina speravo persino di venire adottata da una famiglia bianca, naturalmente una famiglia ricca. Da allora sono cambiata.
Sono ancora una vigliacca, quando un estraneo mi chiede di che nazionalit sono, a volte dico di essere un prodotto della Heinz. Quando lo faccio poi sto male. Lo faccio perch ci sono volte in cui, ancora dentro di me, sono spaventata, spaventata di dire chi sono veramente.
Ma, se non altro, ho iniziato. E spero che i miei figli saranno orgogliosi del loro bagaglio spirituale da cui hanno avuto origine. Se continuiamo tutti a dire che siamo orgogliosi di essere aborigeni, allora forse gli altri australiani capiranno che siamo un popolo di cui essere orgogliosi. Credo che ogni madre voglia che i propri figli raggiungano la grandezza, o quanto meno uno di loro. Tutto quello che desidero che i miei figli facciano,  trasmettere il loro patrimonio aborigeno.
Credo che tra cento anni non sar rimasto neanche un aborigeno nero. Il nostro colore si estingue. Ci mescoliamo con altre razze e perdiamo alcune delle caratteristiche fisiche che adesso ci contraddistinguono. Mi piace pensare che, a dispetto di quello che diventeremo, il nostro legame spirituale con la terra e le altre qualit uniche che possediamo, in qualche modo si intrecceranno con le future generazioni di australiani. Cio, questa qui, dopo tutto,  la nostra terra, e di certo abbiamo qualcosa da offrire.
Non  stato un compito facile quello di mettere a nudo la mia
anima. Avrei piuttosto preferito tenere nascoste cose che adesso hanno visto la luce del giorno. Ma, come ogni altra cosa nella mia vita, sapevo che dovevo farlo. A volte mi sento imbarazzata per quello che ho detto, ma so che non posso ritrattare quello che  stato scritto. Non mi appartiene pi.
L'unico modo in cui posso spiegarlo  per mezzo di una delle mie regole preferite, che per non sempre ho seguito. Lasciatemi percorrere questa strada una sola volta e fare il bene che potr; questa strada non la percorrer mai pi. Forse qualcun altro sta camminando su una strada simile alla mia.

Note.
35. Macropus. Canguro di taglia piccola.
36. Dacelo gigas. Uccello simile a un grosso martin pescatore il cui canto assomiglia a una risata rauca.
37. Suora anglicana che fond un istituto per bambini semi-aborigeni negli anni Trenta. Inizialmente, questi bambini le erano mandati dalle autorit governative dell'Australia occidentale responsabili per gli aborigeni. Suor Kate resta tutt'oggi un centro di accoglienza e di sostegno per i bambini aborigeni e le loro famiglie (n. d. a.).
38. Attore. Interprete di numerosi western.
39. R and R nel testo. Cio Resi and Recrealion, una sorta di dopolavoro.
40. Gradi Fahrenheit.


Capitolo XXX.
QUALCOSA DI SERIO.

Ci vollero diversi mesi per portare a compimento la storia di Mamma, e per tutto quel tempo vennero versate molte lacrime. Diventammo molto vicine.
Nonostante avesse finalmente condiviso con me la sua storia, ancora non riusciva a raccontarla ai miei fratelli e sorelle. Di conseguenza mi ritrovai io a fargliela arrivare a pezzi e bocconi nel modo che sembrava pi adeguato. Per noi era, e lo  tuttora, sconvolgente. Eravamo vissuti cos a lungo in una specie di bozzolo che ora trovavamo difficile confrontarci con le esperienze che aveva vissuto Mamma.
All'inizio del 1983, la salute di Nan non era troppo buona.
- Devi portarla dal dottore - dissi un giorno a Mamma. - Non sta bene.
- Lo sai quanto li odia i dottori.
- Ma se  qualcosa di grave? Devi forzarla ad andare.
Qualche giorno dopo, Mamma port Nan dal nostro
medico di zona. Prescrissero a Nan una radiografia al torace, la quale rivel che uno dei polmoni era collassato.
Quando Mamma mi comunic la notizia per telefono, le dissi delicatamente: - Credo che devi cominciare a prepararti, Mamma. Non la sto facendo tragica, ma credo che sia grave.
- Intendi dire che potrebbe morire?
- S.
- Non sai quello che dici, Sally!  solo un polmone collassato. Possono curarlo.
- Ma devono scoprire la causa del collasso, o no?
- Beh... s. Deve andare all'Ospedale tra due giorni per degli esami.
La notte prima del ricovero, Nan rimase a casa mia. Mamma aveva organizzato settimane prima di fare da baby-sitter agli altri suoi nipoti e non poteva disdire questo impegno.
Feci a Nan una tazza di t e ci sedemmo nel salotto a parlare.
- Vorrei che ascoltassi una storia, Nan. Sono solo un paio di pagine. Va bene se te la leggo?
- Oooh, s. Mi piacciono le belle storie.
- Dimmi se ti piace.
- D'accordo.
Le lessi la parte sui tempi del pugilato di Arthur. Quando mi fermai, lei disse: -  una storia meravigliosa, davvero una bella storia. Mi  piaciuta. Da dove l'hai presa?
-  il libro che sto scrivendo io, Nan - e sorrisi. -  la storia di Arthur.
- No! Non ci credo! E quella sarebbe la storia di Arthur?
- Proprio cos!
- Non sapevo che avesse una storia cos bella. Devi averne cura. Leggimene ancora un po'.
Gliene lessi ancora un po', poi cominciammo a parlare dei vecchi tempi e della vita a Corunna Downs Station. Per qualche ragione, Nan aveva voglia di parlare. Mentre andava avanti, il suo respiro si trasformava sempre pi in brevi rantoli. Le parole cominciarono a ruzzolare una sull'altra, come se la lingua non potesse pi pronunciarle abbastanza rapidamente.
Quando mi accorsi che era molto stanca le dissi: -Vuoi sdraiarti un po'?
- S, credo di s - disse con un sospiro. - Ora sono un po' stanca.
il nostro divano era molto vecchio, era basso e toccava il pavimento, quindi dovetti issare Nan per farla alzare.
- Dovrai trovarmi un posto migliore per farmi sedere - si lament.
- Lo so, prender qualcosa da Mamma.
Portai Nan nella mia stanza da letto e lei mont sul letto matrimoniale.
- Gladdie non arriver fino a tardi - mormor.
- Puoi dormire finch non arriva. Vuoi un'altra tazza di t.
- No, grazie. Me ne star qui sdraiata per un po'.
- Okay. Vado a mettere a letto i bambini. Se vuoi qualcosa, strilla.
Dopo aver sistemato i bambini, passai senza far rumore accanto alla porta della stanza da letto di Nan. Mi aspettavo che dormisse, invece no.
- Sally - mi chiam. - Vieni qui.
- Che c'?
- Voglio raccontarti qualcos'altro a proposito della stazione - disse sorridendo. Stavo per fermarla, riusciva appena a respirare, ma come potevo dirle di non parlare quando le ci era voluta tutta la vita per arrivare a questo punto?
Ascoltai in silenzio mentre lei parlava delle anatre selvatiche e degli uccelli, delle colline azzurre e di tutta la frutta che cresceva lungo il torrente. Aveva negli occhi uno sguardo distante e aveva il volto sereno. Continuavo a sorriderle perch lei sorrideva a me, ma dentro di me avevo voglia di piangere. Avevo gi visto quello sguardo, sul volto di Arthur. Sapevo che stava per morire. Alla fine Nan si mise gi e chiuse gli occhi. Le rimboccai di nuovo le coperte.
- Umm, questa si che  una coperta buona - disse assonnata. - Dove l'hai trovata?
- Me l'ha data Mamma - mormorai. Spensi la luce e tornai in cucina.
- Sta per morire, Paul - dissi piena di tristezza.
- Aah, sei semplicemente preoccupata perch domani deve andare all'Ospedale - rispose lui nella sua solita maniera pragmatica. - Una volta che le hanno sistemato il polmone e che le hanno tolte le cataratte, star bene.
-  qualcosa di pi. Ho gi visto quello sguardo, sul volto di Arthur. Diventano sereni. Cominciano a parlare di cose che hanno tenuto nascoste per anni.
Mamma arriv un paio d'ore dopo e port Nan a casa. Aiut Nan a scendere le scale della nostra veranda; ma a met delle scale, Nan si ferm, poi si gir e disse: -Dammi un bacio, Sally, potresti non rivedermi pi -. Le diedi un bacio sulla guancia.
Le accompagnai alla macchina, l'aria era fredda e umida. Di solito le salutavo con un cenno dal portico, ma stasera qualcosa mi spingeva ad andare con Nan il pi lontano possibile.
Mentre Mamma metteva in moto, Nan tir gi il finestrino e mi diede un astuccio di vinile rosso e nero.
- Tieni questo - disse.
- Cos' che di a Sally? - chiese Mamma.
- Niente. Qualcosa per i bambini -. Gli occhi le brillavano. Sapevo che dentro c'erano dei soldi.
Quando andai a trovare Nan all'Ospedale la sera seguente, era molto allegra. Mamma aveva passato, a intervalli, tutto il giorno l.
- Ciao, Nan - dissi mentre mi avvicinavo al letto. -Come ti trattano?
- Le infermiere sono deliziose. E quella vecchietta accanto a me, ora se ne  andata, mi ha ordinato la cena e mi ha fatto vedere dove sono i gabinetti.
- Aah, ti stanno viziando!
- Era una vecchietta deliziosa, ma adesso  andata a casa. Che persona deliziosa - disse facendo una smorfia. La faceva sempre ogni volta che diceva di quanto qualcuno fosse delizioso.
- E il cibo com'?
- Molto buono - rispose, come se fosse sorpresa. -Mi hanno dato carne in casseruola e una zuppa e un ottimo dolce al caramello -. Interruppe la sua descrizione e si rivolse a Mamma dicendo: - Gladdie, ti ricordi che lo facevo anch'io un dolce cos?
- S, giusto - rispose Mamma. Sembrava stanca.
- Una di quelle buone vecchie ricette, eh? - commentai.
- S, e davvero buona.
- Beh, sono contenta che ti trattino bene, Nan. Ho
portato ancora un po' della storia di Arthur da leggere. Vuoi sentirla o sei troppo stanca?
- Leggila!
- Sei sicura di non essere troppo stanca?
- No - Incroci le mani sul grembo, si appoggi indietro sui cuscini e attese che cominciassi. Era un capitolo lungo, cos gliene lessi soltanto met. Mentre leggevo, Nan faceva ooh e aah nei punti giusti.
- Ti leggo il resto domani sera - dissi.
- Buona idea.
- Sembri stanca, vuoi dormire adesso?
- Forse  meglio. Domani mi mettono quella cosa gi per la gola.
- Lo so, ecco perch ti serve una bella dormita, devi essere forte domani.
- Non sentirai niente - la rassicur Mamma. - Ti danno una medicina cos non la senti scendere.
- S, me l'hai gi detto.
- Ci vediamo domani, Nan - dissi. - Ho ancora quell'astuccio che mi hai dato.
Lei sorrise. - Quei vecchi foglietti che ci sono dentro ti saranno utili - e si mise a ridere. Nan parlava in codice. Non le era mai piaciuto far sapere a Mamma quanti soldi aveva dato a chicchessia.
Dovemmo aspettare un giorno per i risultati della broncoscopia. Decisi di passare la giornata da Jill perch era vicina all'Ospedale, e volevo essere l quando avremmo avuto la notizia.
Fummo fortunate, il sogno di Mamma si era esaudito e nostra sorella Helen stava facendo tirocinio all'Ospedale, cos fu in grado di farci avere i risultati immediatamente. Alla fine un dottore in famiglia ce l'avevamo.
Io e Mamma eravamo in cucina a mangiare qualcosa per pranzo, quando Jill torn dopo aver risposto alla porta.
- Credo che dovrai prepararti - disse a Mamma. - Helen  appena tornata in lacrime,  nella sua stanza.  meglio che tu vada da lei.
Io e Mamma ci precipitammo nella stanza di Helen. Jill port tutti i bambini nel soggiorno e li coinvolse in un gioco dell'oca.
Helen era seduta sul bordo del letto e piangeva. Quando ci vide, mormor: - Ha un tumore. L'ho sempre sospettato, ma speravo fosse un'altra cosa.
-  maligno? - chiese Mamma.
- Beh, alla sua et e con la sua storia di fumatrice accanita, certo che  maligno! - disse Helen con tono arrabbiato. Era sconvolta.
Mamma cominci a piangere. Non riuscivo a trovare dei fazzolettini, cos le passai un asciugamano.
- Quanto tempo? - chiesi.
- Non hanno ancora terminato gli esami. Non lo sapremo prima di domani pomeriggio. Dipende se  un tumore lento o rapido, ma dato che avverte gi tutti i sintomi, dovrebbe essere piuttosto grande.
Diedi la notizia a Jill, poi feci una tazza di t a Mamma e a Helen. Mamma tracann la sua e poi torn nella stanza di Jill a piangere in solitudine.
La lasciai sola per mezz'ora, poi entrai e la trovai ancora abbandonata sul letto che piangeva disperata.
- Mi aspetta oggi pomeriggio - disse Mamma singhiozzando quando mi vide. - Le ho detto che sarei andata.
- Vuoi che ci vada io?
- Sei sicura che starai bene?
- Star bene.
- Allora, va' tu. Per stasera forse star bene. Ci andr poi. Helen vorr venire con te?
- Glielo chiedo.
Ci mettemmo solo cinque minuti per arrivare all'Ospedale. Mentre salivamo le scale che conducevano alla corsia di Nan, Helen ricominci a piangere.
- Starai bene? - le chiesi.
- Star bene - mormor lei.
Quando arrivammo al letto di Nan, lei era sdraiata sulla schiena con addosso una sorta di camiciola d'Ospedale. Era molto calda e, sotto la maschera dell'ossigeno, la respirazione procedeva con difficolt.
Il dottore era l. Quando vide Helen, disse: - Pensiamo che quando le abbiamo inserito il broncoscopio, qualche batterio sia entrato in circolo, e c' rischio di una setticemia.
Helen prese la mano di Nan e ci sedemmo accanto al letto. Sembrava che Nan dormisse e avesse perso coscienza. Per Helen era troppo, le lacrime le cominciarono a scorrere in silenzio sulle guance. Cerc un fazzolettino e, proprio mentre si asciugava la faccia, Nan apr gli occhi e disse: - Che hai, Helen?
- Niente - rispose lei, e distolse lo sguardo. Nan mi guard dritto in faccia. Risposi allo sguardo. Le stavo confermando quello che gi sapeva dentro di lei.
Restammo alcune ore e quando Nan si addorment ce ne andammo.
Gli altri risultati furono pronti il pomeriggio seguente e Mamma fu chiamata all'Ospedale per parlarne. Ci tornai quella sera. Con mia sorpresa, trovai Nan seduta sul letto che cenava. Aveva un aspetto di gran lunga migliore.
- Caspita, quella cena sembra proprio buona - dissi avvicinandomi al suo letto. Sembrava comunque una cosa molto sciocca da dire. Stava morendo, non avrei forse dovuto dire qualcosa di pi profondo?
-  deliziosa, Sally - disse Nan con un sorriso. - C' talmente tanta roba che non riesco a finirla.
Lanciai un'occhiata a Mamma, sembrava che si stesse facendo forza. Nan ci ignor entrambe e continu a mangiare. Passavo lo sguardo dall'una all'altra. Silenzio.
Stava succedendo qualcosa e nessuno mi diceva niente. Alla fine dissi: - Allora, che sta succedendo? -. Nan prese a mangiare pi velocemente.
Mamma, sulle difensive, disse: - Viene a casa per il fine settimana, poi ritorna qui luned per la radioterapia.
Dalla mia espressione, Mamma capiva che non approvavo. Abbass lo sguardo.
- E tu cosa ne pensi, Nan? - domandai.
- Ooh, tu mi conosci, Sally. Ho paura. Ne farei proprio a meno -. Fece spallucce e guard Mamma. Era un gesto che rivelava confusione.
- Se la fai, potrai respirare meglio - disse Mamma decisa.
- Perch deve farla? - chiesi.
- Oh, Sally - disse Mamma seccata - ha paura solo perch si tratter di una quantit sconosciuta. I dottori dicono che le far bene.
E poi tutti pensano che i dottori la sappiano lunga, pensai arrabbiata.
- Che ne pensi, Nan? - le domandai. Lei scosse la testa. - Sai cosa ti fanno?
- No.
Ero certa che i dottori glielo avessero detto, ma cercai di spiegarle nel modo pi semplice la macchina e i raggi e i vantaggi che ne potevano derivare.
Quando ebbi finito, Mamma disse: - Se non altro dovrebbe provarci, Sally.
- Vuoi provarci, Nan? - chiesi.
- Ho paura, Sally. Glad ha detto ai dottori che ho le gambe deboli. Non riesco a muovermi. Non lo so. Helen dice che dovrei farlo. Lei  un dottore, suppongo che lo sappia.
- Beh, Nan - sospirai - se  quello che vuoi, provaci una volta. Ma se non ti piace, diglielo, e fatti sentire. Se non ti piace, digli che basta!
- Penso che non dovrei provarci proprio - rispose lei.
Ero d'accordo con lei con tutto il cuore, ma vedevo che Mamma riceveva pressioni da tutte le parti e non volevo renderle le cose pi difficili, quindi non dissi nulla.
- Provaci almeno una volta - la incoraggi Mamma. - Poi, se non ti piace, non te lo facciamo fare pi.
- Promesso?
- Promesso.
Quindi ci mettemmo a ridere, a chiacchierare e a scherzare sui vecchi tempi per pi di un'ora. Ridemmo del fatto che Nan nascondeva i soldi sotto il materasso e delle volte in cui cerc di dare da mangiare a Curly dalla parte sbagliata.
Parlammo dell'uomo delle bibite fresche e di come, se l'uomo del tagliaerba non veniva presto, l'erba sarebbe stata cos alta che non si sarebbe pi vista la casa.
Infine Mamma disse: - Beh, meglio andare adesso. S' fatto tardi.
- Vai pure tu, Sally? - chiese Nan. Mi lanci uno dei suoi sguardi, facendomi capire che voleva parlarmi da sola.
- Adesso devo andare, Nan - le dissi - ma ti prometto che ci faremo una bella chiacchierata durante il fine settimana.
Quella sera, io e Mamma parlammo. Ci sentivamo entrambe molto emotive, era difficile essere razionali. Le nostre opinioni divergevano soprattutto sul fatto se Nan dovesse sottoporsi alla terapia oppure no. Ero totalmente contraria perch sapevo che Nan temeva pi gli ospedali che la morte. Mamma pensava che potesse essere una buona cosa, perch i dottori avevano detto che poteva prolungare la vita di Nan di sei mesi, anche se non potevano garantirlo.
Ero anche molto arrabbiata perch nessuno aveva detto a Nan l'intera verit sulla radioterapia. Aveva l'impressione che non ci fossero effetti collaterali e che un'infermiera stesse l a tenerle la mano per tutto il tempo in cui si trovava nella macchina. Niente di tutto questo era vero. Ma confermava l'idea sui dottori in generale che Nan mi aveva inculcato nel corso degli anni.
Alla fine, disperata, dissi a Mamma: - Sai cosa ha detto Nan a Margaret lo scorso febbraio? -. Margaret era mia suocera.
- Cosa?
- Le ha detto che sapeva che non le restava molto da vivere. Capisci, ormai vive da tempo con la morte.  dell'Ospedale che ha paura.
- Come fai a sapere che l'ha detto?
- Me l'ha detto Margaret al telefono ieri sera.
Questa rivelazione colse Mamma di sorpresa. - Sto
semplicemente cercando di fare ci che  meglio - disse con un flebile sospiro.
- Lo so, ma non capisci che riguarda solo Nan quello che succede al suo corpo e a nessun altro? Falle fare quello che vuole, non quello che pensiamo sia giusto.
Nan doveva uscire dall'Ospedale la mattina seguente. Helen disse che sarebbe passata a prendere Nan in corsia alla fine del suo turno alle dieci, e che l'avrebbe portata da Jill. Mamma sarebbe passata a prenderla alle undici e l'avrebbe portata da me per pranzo.
All'una non erano ancora arrivate. Cominciai a stare in pensiero, mi domandavo se improvvisamente Nan non fosse peggiorata.
Arrivarono finalmente verso l'una e mezza. Sembravano tutte e due sconvolte. Nan entr lentamente e in silenzio, si mise a sedere nel soggiorno e rest a guardare il pavimento. Qualcosa mi fece balenare nella mente l'immagine di uno dei nostri cani dopo che si era fatto male. Sto per impazzire, pensai, scuotendo la testa.
Andai in cucina e misi il bollitore sul fuoco e Mamma mi venne dietro.
- Che  successo? - sussurrai. - Nan ha un aspetto terribile.
- Non ci crederai mai - rispose Mamma. - E spaventoso. Sono sconvolta -. Guardai Mamma; aveva la stessa espressione di Nan.
- Che diavolo  successo? - chiesi con vigore. Sapevo che c'era qualcosa di terribile.
Mamma si asciug una lacrima dagli occhi e disse sottovoce:
- Sai che Helen doveva passare a prenderla in corsia alle dieci? - S.
- Beh, quando  andata, Nan non c'era.
- Stai dicendo a Sally quello che  successo? - interruppe all'improvviso una voce rauca dal soggiorno.
- S, cara - replic Mamma.
- Andiamo a parlare in soggiorno - dissi. - Credo che Nan voglia che parliamo l -. Mi misi a sedere davanti a Mamma e a Nan e aspettai che mi raccontassero la storia.
- Che  successo, Nan? - chiesi dopo essere rimaste sedute in silenzio per qualche secondo.
-  stato terribile, Sally - disse. - Non ci torno pi. Ti trattano come un animale.
Rimasi a sedere paziente mentre Nan si asciugava la bocca e gli occhi con un grosso fazzoletto da uomo. Poi dissi: - Ma Helen non ti  venuta a prendere?
- Oh, s,  venuta. Ma io non c'ero! Ero l, tutta vestita, in attesa che venisse a prendermi, quando arriva questo dottore. Mi dice di salire sulla sedia a rotelle. E perch?, dico io. Sto per andare a casa!. Deve vedere il dottore per un minuto, dice lui.
- Dove ti ha portata?
- Oh, in una stanza. Ho dovuto togliermi i vestiti, non c'era neanche un'infermiera, e non mi hanno fatto mettere neanche uno di quei camici d'Ospedale. Mi hanno fatta sdraiare sul letto e poi quest'uomo e quell'uomo hanno cominciato a battermi sul torace. Mi facevano davvero male.
- E il tuo dottore c'era?
- No! Erano tutti sconosciuti: uno sconosciuto dopo l'altro che entrava e mi batteva sul torace. Dovevo stare l sdraiata senza niente addosso, niente addosso per coprirmi!
- Mi avevi promesso di dirgli che non volevi studenti di medicina! - ringhiai a Mamma.
- L'ho fatto! L'ho fatto! Non erano studenti, erano medici ospedalieri!
- Erano tutti sconosciuti - interruppe Nan. - Sconosciuti, Sally! E io stavo l senza niente addosso per coprirmi. Mi vergognavo.
- Che bastardi - dissi arrabbiata. - Perch diavolo non gli hai detto di smetterla, Nan?
- L'ho fatto! - li ho supplicati di fermarsi, ma, nonostante fossi in lacrime, non mi hanno lasciata in pace. Mi facevano veramente male. Ho il torace indolenzito. C'era uno con delle manone e la barba, lui mi ha fatto molto male. Diceva che non poteva fermarsi, perch doveva scoprire cosa c'era che non andava in me.
- Stupidaggini! Te l'hanno detto ieri cos'hai!
- Sono spietati, Sally, davvero spietati. Ho detto a
uno di loro: Me lo fate perch sono nera, vero?. E lui ha risposto: Ooh, non deve neanche pensarlo. Stiamo cercando di aiutarla. Non stavano cercando di aiutarmi. Lo facevano solo perch sono nera! Ecco cos'era, Sally, era il mio colore!
Mi veniva da piangere. Ero ferita. Ero cos arrabbiata che volevo urlare, strillare, e suonarle a tutti quei dottori.
- Ecco perch siamo in ritardo - disse Mamma. -Povera Nan, riusciva a malapena a camminare quando Helen l'ha portata da Jill.
- Perch l'hanno fatto, lo sai?
- Helen ha detto che pensa fosse un esame pratico per gli ospedalieri. A quanto pare vengono sottoposti a finti esami e scelgono sempre dei pazienti con buoni indizi medici. Non fanno schifo?
- Non avrebbero dovuto farmelo, vero, Sally?
- No, non avrebbero dovuto, Nan. Hai ragione, ti hanno trattata come un animale. Dovrebbero vergognarsi. A loro mica piacerebbe essere trattati cos. Hai reclamato, Mamma?
- No.
- Perch no? Dio, qualcuno gli deve tirare una bomba e lo faccio io!
- Tu non ci devi andare, Sally - disse Mamma arrabbiata. - So come sei fatta, sei una terribile attaccabrighe, vai l e perdi la calma. Renderai le cose difficili per Helen, lei l ci lavora.
- Nessuno tratta mia nonna in quel modo!
- Scommetto che ai bianchi non glielo fanno - disse Nan.
- Cosa fai? - chiese Mamma mentre mi dirigevo al telefono.
- Telefono a quei bastardi! E questo  solo l'inizio. E non sanno neanche cosa li aspetta quando avr finito!
- No, non farlo! - grid Mamma saltando su dalla sedia. Mi strapp il telefono di mano e lo ributt gi. - Non t'ho mai chiesto niente - disse in lacrime - ma ti chiedo questo, di lasciare perdere. Per il bene di tua sorella,
falle finire il corso. Far in modo che sia Helen a reclamare e che gli dica cosa pensiamo, ma tu lascia perdere, Sally. Mi spaventa quello che potresti dire.
Mi ribolliva il sangue. - Ma  una cosa disumana. Dovrebbe finire in televisione e sui giornali! Quante altre persone anziane hanno subito la stessa esperienza? Nessuno vuole piantare grane perch sono dottori. Ma non sono mica Dio!  per questo che detengono il loro potere, sai, restano uniti come la colla e contano sull'apatia e il silenzio della maggioranza!
- Sono d'accordo, Sally, davvero, ma penso a Helen. Era sconvolta quando ha portato Nan a casa. Tocca a lei protestare, non a te!
Tirai fuori un gemito sonoro. Quando si trattava di questioni simili, ero una persona d'azione. Chiedermi di lasciar perdere, era come se Mamma mi chiedesse di tagliarmi il braccio destro. Abbassai lo sguardo su Nan, aveva un aspetto leggermente migliore. - Nan - sospirai - decidi tu, cosa pensi che dovrei fare?
Ci pens seriamente per un momento e poi, lentamente, disse:
- Hanno fatto male a trattarmi come un animale. Sono stati dei bruti. Questa cosa mi fa sentire marcia dentro, Sai, davvero marcia; ma credo che Glad abbia ragione. Non  colpa di Helen, non dovresti renderle le cose difficili. Lei  quella che l ci lavora, facciamo reclamare lei.
- Sei sicura che questo  quello che vuoi?
- S. Ma l non ci torno. La terapia non la faccio. Non si sa quello che potrebbero farmi.
- Sia lodato il Signore! - dissi. - Starai molto meglio senza di loro, Nan.
- Proprio cos!
- I dottori ti mettono strizza, vero?
Nan rise. - Ooh, non farmi ridere, Sally, mi fa male il petto.


Capitolo XXXI.
BUONE NOTIZIE.

Il luned seguente, Mamma arriv di buon'ora insieme a Nan. Avevamo deciso che durante la settimana, mentre Mamma era al lavoro, era meglio se Nan passava il giorno da noi.
Nan arriv con la sua borsa nera carica di biscotti e caramelle per i bambini.
- Ho una sorpresa per te, Nan - dissi. - Paul e io abbiamo pulito la stanza annessa.
- E con tutta quella robaccia che ci hai fatto?
- Mica era robaccia! L'abbiamo messa gi al capanno. Ci abbiamo messo un letto e un tavolo. cos potrai farti un pisolino pomeridiano senza che i ragazzini ti diano fastidio.
- Posso vederlo?
- Certo, vieni.
- Ooh, non  una meraviglia? - disse con un sorriso mentre faceva capolino oltre la porta della stanza da letto. - Chi se lo sarebbe mai immaginato che tutta quella robaccia nascondesse una stanza cos bella?
- Ci sono i lucernai, cos ti entra tutta l'aria fresca che vuoi.
- S, i lucernai sono una bella cosa.  per questo che mi piace la stanza annessa della casa di Glad.
Quando quel pomeriggio Mamma venne a riprendere Nan, disse:
- Allora, hai passato una bella giornata?
- Una splendida giornata di tranquillit, Gladdie.
- Sei pronta per andare a casa, allora.
Nan spost lo sguardo da me a Mamma. - Credo che rester qualche altro giorno.
Mamma rimase stupefatta. - Non puoi stare qui tutto il tempo, Sally ha un bambino piccolo di cui occuparsi. Non pu tenere pure te.
- Non  un problema, Mamma. Pu restare.
- Allora resto - disse Nan.
Portai Mamma di fuori per farle vedere la stanza annessa. Nan ci aveva gi messo la sua borsa.
- Sei sicura che non sar troppo lavoro per te?
- Nooo, andr bene. E comunque non sar per molto.
- I dottori non sono stati in grado di dire esattamente quanto tempo, potrebbe essere sei mesi, nove mesi.
- No, Mamma, credo che se ne andr molto prima di Natale.
- Non mi piace quando parli cos.  come se volessi che morisse.
- In un certo senso credo di s, ma solo perch  quello che vuole lei.
- Nessuno vuole morire.
- Forse si arriva al punto in cui lo si desidera.
- Mica avrai parlato in questo modo a Nan, vero?
- No.
Tornammo nel soggiorno.
- Che ne pensi? - chiese Nan.
- Molto bella - rispose Mamma. - Quand' che vuoi che venga a riprenderti?
- Oh, facciamo mercoled. Va bene, Sally?
- S, quando vuoi.
Quando Mamma ritorn il mercoled, Nan le disse che non tornava a casa.
- Questa mica  casa tua - ribatt Mamma - questa  casa di Sally. I cani sentono la tua mancanza, e pure i gatti.
- Oh, se la caveranno.
- Sally, dille che deve tornare a casa.
- Pu restare qui se le va.
- Ora, Nan... - cominci Mamma.
- Senti, Glad - interruppe Nan. - Cullo il bambino quando piange e ho rastrellato un po' il giardino. Sally non pu fare tutto da sola. Rester fino alla fine della settimana e poi vengo a casa per il fine settimana.
Accompagnai Mamma alla macchina. - Non stare in pensiero per lei, Mamma - dissi - qui sta bene.
- Lo vedo. Che cosa fa tutto il giorno?
- Oh, non molto. Si gingilla per casa. Mangia come un cavallo. Fa degli spuntini notturni. Devo prepararle una tazza di Weetbix e lasciargliela fuori. La mattina  sempre vuota.
-  sempre stata di buon appetito.
- Mi ha detto di dirti di portarle la sua poltrona di vimini.
- Se non stai attenta si trasferisce per sempre -. Nan mantenne la parola e per il fine settimana torn a casa. La domenica telefon Mamma.
- Ciao, Mamma, che c'? Non  mica peggiorata Nan, vero?
- No,  arzilla come un grillo. Senti, mi sento un po' stupida, ma mi  stata addosso tutto il fine settimana. Le ho detto che poteva stare un paio di giorni da te e un paio da Jill, ma lei dice che da Jill non pu avere una stanza sua. E non vuole andare da Ruth e David per la stessa ragione.
- E che cosa vuole fare? - dissi ridendo.
- Vuole sapere se pu stare da te tutta la settimana e venire da me il fine settimana.
- Come no, va bene - risposi - scommetto che t'ha fatto passare le pene dell'inferno.
- Beh, sai come  fatta.
Nel sottofondo sentii una voce e poi Mamma che diceva: - S,  tutto a posto, puoi stare da Sally.
- Sai, Mamma - dissi - credo che le piaccia stare qui cos pu lamentarsi di te.
Nel corso delle settimane successive, le nostre vite si modellarono secondo uno schema che ruotava intorno a Nan e al piccolo. Amber e Blaze adoravano avere Nan da noi. Non solo facevano scorte illimitate di dolciumi, che venivano elargiti generosamente, ma avevano davanti anche un uditorio avvinto a cui recitare tutte le pubblicit della televisione che avevano imparato a memoria.
Ogni sera Amber leggeva a Nan una favola. Erano storie che parlavano di bambini aborigeni del Deserto
occidentale. A Nan piaceva ascoltarle e, quando Amber aveva finito di leggere, lei le raccontava alcune delle cose che aveva fatto da bambina.
Blaze rimase particolarmente inorridito una sera quando gli disse di come fossero gustosi i witchetty grubs(41). - Uhmm. Te li butti gi uno dietro l'altro. Davvero ottimi. Cibo ottimo -. Blaze torn da me in cucina pallido in faccia.
- Hai sentito cosa ha detto? - mi chiese.
- L'ho sentito.
- Tu li hai mai mangiati, Mamma?
- No, ma quando tu eri piccolo ti mangiavi le lumache.
- Che schifo! Non dirmi altro!
- D'accordo - e risi. Qualche minuto dopo, Blaze torn in cucina e sussurr: - Non dire niente a Nan delle lumache. Me le potrebbe dare al posto delle caramelle.
Nan e i bambini diventarono molto uniti. Tutti e tre passavano ore rinchiusi nella stanza di Nan. Anche se Blaze aveva solo cinque anni, trattava Nan come una dama, preoccupandosi di dove dovesse sedersi e che fosse abbastanza al caldo. Ogni volta che cercavo Blaze, sapevo dove trovarlo - in fondo al letto di Nan.
- Blazey - gli dissi un giorno. - Nan  stanca. Lei dovrebbe farsi il suo pisolino pomeridiano e tu sei l a parlare.
- Lei sta bene cos, Mamma - rispose con tono sicuro - vero, Nan? Le sto raccontando delle storie.
- Vuoi che lo porti fuori?
- No, fa il bravo. Mi ricorda di Bill quand'era piccolo. Lascialo qui.
Un pomeriggio, dopo la sua solita sessione con Nan, venne in cucina e farfugli una serie di istruzioni in quello che, a me, pareva una lingua straniera.
- Che roba era?
-  quello che mi ha insegnato Nan - disse sorridendo. Era ovviamente molto orgoglioso di s. - Sai che noi parliamo inglese, no; beh, lei no. Questo  quello che parla lei.
- Capisco. E che significa?
- Significa dammi da bere! Sto ancora aspettando, sai?
Risi e gli versai un bicchiere di cordiale. Lo tracann cos di corsa che met gli fin sul maglione. - Adesso devo andare, Mamma. Era solo per fare pratica. Mi insegner dell'altro.
Poi, un pomeriggio, subito dopo pranzo, Nan disse: -Stai ancora facendo quel libro?
- S.
- Chiss se servir a qualcosa.
- Forse no - sospirai - ma  meglio di niente.
- La storia di Arthur era davvero buona.
- La tua potrebbe essere come quella.
- Ooh, no. Io ho dei segreti, Sally. Non voglio che li sappia nessuno.
- Tutto pu essere un segreto.
- Tu non sai cos' un segreto.
- I segreti non mi piacciono. Non quando sono quel genere di segreto che potresti usare per aiutare la tua gente.
- Non farebbe alcuna differenza.
- Questo  quello che dicono tutti. Nessuno parla. Non capisci, Nan, che qualcuno dovr pur parlare. Altrimenti le cose rimarranno cos come sono, non miglioreranno.
- Certo che non parlano, Sally. Hanno paura. Tu non sai come era. Sei troppo giovane.
- Non sono troppo giovane per capire. Basta che me ne racconti un po'.
-  cos, scrivendo questo libro non sai quello che fai. Potrebbero succederti delle brutte cose. Se io ti dico delle cose, subito dopo tu le dirai a qualcun altro, so come sei fatta.
- Non devi preoccuparti per me. So badare a me stessa.
Nan si ferm e mi guard in modo penetrante. Rimase in silenzio per qualche minuto, poi aggiunse: - Forse ti racconter delle cose.
- Davvero? - non riuscivo a crederci.
- Non voglio dirti tutto.
- Non devi. Mi accontento di qualsiasi cosa, Nan, di qualsiasi cosa -. Mi andava bene tutto.
- Posso tenere i miei segreti?
- Certo.
- Va bene, ti racconter qualche cosa, ma  tutto.
- Vuoi cominciare adesso?
- Aah - sospir - adesso sono stanca. Domani.
- Okay.
Quando, quel pomeriggio, Blaze torn a casa dall'asilo, la prima cosa che disse a Nan fu: - Dai, Nan, andiamo nella tua stanza.
Nan rise. -  che vuoi le caramelle - disse lei.
- No, Nan, davvero. Voglio dirti quali novit ho detto stamattina.
- Perch non posso sentirlo anch'io? - chiesi.
- Okay. Sai, Mamma, mi sono messo in piedi davanti a tutti e ho detto: Stamattina ho delle belle novit. Vorrei farvi sapere che c' una parte di blackfella in me.
Nan scoppi a ridere e pure io.
- Perch ridete?
- Non ridiamo mica, tesoro, certo che no - e sorrisi. - Proprio delle belle novit. E che hanno detto i bambini?
- Ah, niente, ma pi tardi Stewart voleva sapere quale parte, ma non sapevo che dire.
Quella sera Mamma fece la sua solita telefonata per controllare come stesse Nan.
- Sta bene - dissi. - E ho buone notizie.
- Cosa?
- Ha acconsentito a parlare.
- Stai scherzando.
- No. Comincia domani. Per dice che si terr comunque i suoi segreti, ma qualsiasi cosa  meglio di niente.
- Sai, credo che sia perch durante il fine settimana abbiamo avuto una discussione.
- A proposito di cosa?
- Oh, la solita vecchia storia, a proposito del passato. Le ho detto che non si  mai accorta di che ragazzina sola fossi. Le ho detto di raccontarmi di mia nonna e lei ha detto: Di lei non vuoi sapere niente, era nera!.
- E tu che hai detto?
- Ho detto che non mi importava di che colore fosse. Di lei non avevo saputo mai niente finch non cominci a parlare Arthur. Ho sempre voluto una famiglia e lei mi ha negato persino di sapere che avevo una nonna.
- Pensi che ci abbia pensato, eh?
- Non so se ci ha pensato oppure no. Ho cominciato a piangere, capisci, e non riuscivo a smettere. E questa cosa l'ha turbata. Forse ci ha pensato sopra.
- Forse. Le hai chiesto ancora di tua sorella?
- Si, naturalmente, ma lei si sconvolge ogni volta che glielo chiedo.
- Quindi non ti ha detto niente?
- Neanche una dannatissima cosa. Mi dirai quello che dice, vero?
- Naturalmente.
La mattina seguente preparai il mio registratore e, dopo una tazza di t, ci sedemmo a parlare.
- Cosa vuoi che dica? - mi chiese Nan.
- Qualsiasi cosa. Di' semplicemente quello che vuoi dire. Forse potresti cominciare con Corunna Downs.
- Giusto -. Aspettai con pazienza mentre Nan sedeva fissando il registratore.
- Sei sicura che quell'affare  acceso? Non lo sento.
- Lo senti solo quando riproduce qualcosa.
- Oh. Sei sicura che prender la mia voce? -. Scoppiai a ridere.
- Che ti ridi?
- Rido per te! Qualche settimana fa minacciavi di nascondere
quel registratore, mentre adesso sei preoccupata che non ti registri.
Nan sembr un po' impacciata. - Ah, beh, cos  andata! - e si mise a ridere.

Note.
41. Larve o bruchi che costituiscono un alimento fondamentale nella dieta degli aborigeni del deserto o della boscaglia. Vengono consumati crudi o arrostiti tra le ceneri ardenti. Il loro sapore si avvicina abbastanza a quello delle mandorle.


LA STORIA (1900-1983) DI DAISY CORUNNA.

Mi chiamo Daisy Corunna. Sono la sorella di Arthur. Il mio nome aborigeno  Talahue. Non so dirvi con precisione quando sono nata, ma mi sento vecchia. Mia madre mi diede alla luce a Corunna Downs Station, appena fuori Marble Bar. Disse che venni alla luce sotto un grosso e vecchio eucalipto e che la levatrice si chiamava Diana. Ovviamente, quello doveva essere il suo nome bianco. Tutti i nativi avevano dei nomi bianchi. Non so quale fosse il suo nome tribale. Mentre venivo al mondo, un branco di ragazzini stavano fermi l intorno in attesa di vedermi. Scommetto che si sono presi un bello spavento.
Ero felice su al nord. Avevo mia madre e c'era Old Fanny, mia nonna. Gladdie mi ricorda Old Fanny, hanno lo stesso sorriso storto. Hanno pure la stessa faccia tonda a luna. Ricordo che Old Fanny portava sempre in testa un fazzoletto con dei piccoli nodi tutt'intorno. A volte me la ricorda anche mia nipote Helen. Entrambe basse, con le gambe magre e pronte a ridere. Aah, con lei una bella risata ci usciva sempre, con Old Fanny.
Le piaceva cercare lo stagno nella terra. Tutti i vecchi cercavano lo stagno. Lo vedevi l, in mezzo alla terra, pesante e scuro, come pietre nere. Old Fanny diceva che avevo gli occhi buoni e a volte mi portava insieme a lei per portarle fortuna. Barattavamo lo stagno con zucchero e farina. Non ci davano mai soldi.
Un giorno Old Fanny and pink-eye fino a Hillside. Non la vidi mai pi. Si dice che sia morta a Hillside, forse sapeva che stava per morire. Era davvero una cara vecchia nonna.
Il mio nome alla stazione era Daisy Brockmans.  stato solo in et matura che ho preso il nome Corunna. Ora, c' della gente che dice che mio padre non era Howden Drake-Brockmans, che era invece quest'uomo che veniva da Malta. Che posso dire? Non ne avevo mai sentito parlare prima di questo uomo di Malta. Credo che sia un bello scherzo.
Aah, capisci, questo  il problema con noi blackfella, non sappiamo di chi siamo, nessuno lo confesser. Devo stare attenta a quello che dico. In un libro non ci si possono mettere bugie.
Naturalmente ebbi un altro padre, che non era il mio vero padre, ma si prendeva cura di noi allo stesso modo. Il suo nome era Chinaman. Era molto alto e forte. La gente lo rispettava. Incuteva timore. Era pure il padre aborigeno di Arthur. Era un uomo potente.
La mia povera madre perse molti bambini. Avevo due sorelle che sopravvissero, Lily e Rosie. Loro erano, come si dice? Germane, ecco. Io ero quella di colore pi chiaro, la piccolina con i capelli biondi. C'era Arthur, naturalmente, ma lo portarono via che era appena un neonato.
Ricordo Old Pompee, il ragazzo che si occupava dell'orto, che mi disse che mia madre non la smetteva pi di piangere quando portarono via Arthur. Lei continuava a chiamarlo. Lo chiamava per farlo tornare. La gente credeva che stessero dando un'istruzione ad Arthur per poi, un giorno, fargli gestire la stazione. Pensavano che fosse buona cosa che a gestire la stazione fosse un blackfella. Si sbagliavano tutti. La mia povera vecchia madre non lo rivide pi.
Io e Rosie eravamo molto vicine. Lily era pi grande di me. Passavo molto tempo insieme a Rosie. Fui molto triste quando mor. Era giovane. Mia madre la cur, fece di tutto per lei, ma la perdemmo. La cara, vecchia Rosie, sai, ultimamente l'ho pensata. Era quello che si potrebbe definire uno spasso.
Ti racconter una storia sui nostri nomi bianchi. Mia madre si trovava a Hedland con noi tre, quando un'infermiera inglese ci vide accanto al pozzo. Disse: - Hai un nome per le tre bambine?
Mamma disse: - No.
Lei disse: - Allora te li do io dei nomi, dei nomi bellissimi. Questa qui la chiamiamo Lily, questa Rosie e la piccolina Daisy -. Io ero la bassa della famiglia. Non ci dispiaceva essere chiamate cos, pensavamo di essere dei bei fiori.
Ancora non ti ho detto di mio fratello Albert. Anche lui era di pelle chiara. Mi faceva sempre i dispetti. Mi rincorreva e poi si nascondeva dietro a un grosso cespuglio, non si faceva vedere e poi saltava fuori facendo finta di essere il diavolo. Uuh, era dispettoso con me. Portarono via Albert quando portarono via Arthur, ma Albert si ammal e ritorn alla stazione. Era un gran lavoratore. Gli piaceva giocare con me. Mi chiamava la sua sorellina.
A Corunna c'era della brava gente. Proprio della brava gente. Ultimamente penso molto a loro. C'era Peter Linck, lo scavatore di pozzi. Credo che fosse tedesco e viveva in un campo fuori dalla stazione. Aveva con s Rosie, non mia sorella Rosie, un'altra. E poi c'era Fred Stream; perbacco, se ce n'erano di figli suoi in giro. Lui stava con Sarah, e i suoi bambini erano davvero chiari, quasi bianchi.
Aah, quest'affare del colore  proprio una cosa strana. Il nostro colore svanisce. Ti mischi con i bianchi e ben presto non ci rimarr neanche un blackfella. Certi bianchi che vedi in giro, sotto sotto sono neri. Capisci, non si pu mai dire. Io sono vecchia ormai, e guardami, guarda la pelle delle mie braccia e delle mie gambe, guarda! Sta diventando bianca. Una volta ero molto pi scura di adesso. Non so mica cosa  successo. Forse  il sangue bianco che prende il sopravvento, o le medicine che mi hanno dato all'Ospedale, non lo so.
La grande casa di Corunna fu costruita dai nativi. Lavoravano tutti insieme per costruire questo e quello. Se non fosse stato per i nativi, non si sarebbe fatto niente. Loro fecero la stazione, non l'hanno mica fatta i Drake-Brockmans da soli.
Nel retro della casa colonica c'era un grosso buco
profondo con dentro la calce. Era densa e grassa che si poteva tagliare con un coltello. Noi ragazzini la mescolavamo con l'acqua e ci facevamo una specie di tinta. Poi ce la mettevamo addosso e giocavamo a fare i corroboree. Ogni sabato pomeriggio giocavamo a fare i corroboree. Mischiavamo la sabbia rossa con l'acqua e ci dipingevamo addosso pure con quello. Una volta finito, non sapevamo pi di che colore eravamo.
Ricordo la cucina di Corunna. C'era una finestrella minuscola alla quale i blackfella dovevano mettersi in fila per il cibo. A mia madre non piaceva mai farlo. Ci davano un po' di t, di farina e di carne, ecco tutto. Quando erano pronti per noi, suonavano una campana. Perch ai bianchi piace proprio tanto suonare le campane.
Ogni mattina ci svegliavano con una campana. Erano solo le cinque del mattino, o poteva anche essere prima. Dormivamo tutti al campo, a un bel po' di strada dalla casa principale. Ogni mattina c'era qualcuno che accendeva una lampada, andava gi al canale e suonava la campana. Quando ero molto piccola, mi spaventavo. Credevo fosse il diavolo che veniva a prendermi.
A Corunna c'era un campo da tennis. Te lo immagini? Mi sa che si credevano di essere la famiglia reale, a metterci un campo da tennis. Quello  un gioco da inglesi. Lo dipinsero con la calce, ma non rest bianco a lungo, te lo dico io. Una volta provai a colpire la palla. Da quella volta lasciai perdere, era un gioco stupido.
Lass ho visto pure un sacco di tifoni e cicloni. Perdinci, i cicloni sono una cosa terribile! Quando ce n'era uno in arrivo, mia madre mi metteva al riparo. Mi proibiva di muovermi. Si preoccupava che potessi rimanere uccisa. Portata via dal vento. Ero piccola. Mi ricordo che una volta ci riparammo nella cucina. Mentre mia madre non stava guardando, sgattaiolai alla finestra e sbirciai fuori. Avresti dovuto vederlo! C'erano cappelli da uomo, cespugli d'erba, serbatoi vuoti, tutto che volava ovunque. Buffo, ma quei vecchi serbatoi finivano sempre sul campo da tennis.
A Corunna c'era un emporio alimentare. Aveva le pareti di latta, tetto di latta e una finestrella vicino alla sommit, coperta da un paramosche. Non puoi immaginare la quantit di cibo che c'era l dentro: sacchi di albicocche, patate, tabacco, tutto. Mi viene l'acquolina in bocca solo a ripensarci. Durante l'ora della siesta, i ragazzini mi issavano su e mi facevano passare dalla finestrella. Cadevo dentro in silenzio come un topo quando il gatto gli sta dietro. Poi prendevo il cibo e lo tiravo fuori dalla finestra. Se sentivano arrivare qualcuno, facevano un colpo di tosse e poi scappavano. Mi nascondevo dietro ai sacchi di patate e aspettavo che tornassero a prendermi. Mangiavo bene a quei tempi.
A volte la gente aveva veramente fame, poveretta. Non gli davano abbastanza cibo, capisci. E lavoravano sodo. Dovevi lavorare sodo. Altrimenti, per farti lavorare sodo, potevano chiamare la polizia. Quando le cose si mettevano cos, uno degli uomini mi faceva passare di nuovo attraverso la finestra. Forse dovrei sentirmi in colpa per avere rubato quel cibo. La fame  una cosa terribile.
Aah, capisci, il nativo  diverso dall'uomo bianco. Lui non lascerebbe un cane senza cena.
Naturalmente gli uomini volevano pure il loro tabacco. I bianchi lo chiamavano Rotolo del Negro. Era un rotolo che somigliava alla liquirizia, solo pi spesso. Voglio dire, lo chiamavano tutti cos perch pensavamo che fosse il suo nome.
A volte rubavamo le uova che le galline deponevano nel fienile. Aah, quel vecchio fienile, ha serbato un mucchio di segreti. All'epoca c'erano un sacco di mandriani su al nord, ed erano tutti in cerca di ragazze. Sentivamo tutto questo rumore che veniva dal fienile, il fieno che andava su e gi, le galline che chiocciavano e i galli che cantavano. Poi, di l a poco, usciva fuori un mandriano e una delle ragazze. Erano coperti di fieno. - Stavamo cercando le uova - dicevano.
Ogni tanto ci arrivava un pacco governativo. Conteneva una
coperta, che noi chiamavamo la coperta bandiera, perch sopra c'era la corona della Regina Vittoria. Te l'immagini? Noi ci ridevamo sopra. Capisci, ci avvolgevamo nella regalit.
Poi c'era uno specchio e un pettine, una saponetta e un paio di fazzoletti a fantasia. A volte gli uomini erano fortunati e ricevevano una camicia. Per le donne non c'era mai niente.
Ricordo che mia madre mi mostr la foto di una donna bianca. Era tutta agghindata in un lungo abito bianco. - Ooh, Daisy - disse - se solo potessi avere un vestito cos -. Tutte le donne native volevano assomigliare alle donne bianche, con acconciature eleganti e abiti di lusso.
In seguito mia madre impar a cucire, era molto brava. Sapeva disegnare qualsiasi cosa, adorava disegnare. Mi disegnava sempre delle immagini nella sabbia. Forse hai preso da lei, Sally.
Eravamo furbi da bambini. A Corunna c'era un grosso abbeveratoio per gli animali. Ci si abbeveravano persino i cammelli. Mrs. Stone ci avvisava sempre di non stare a gingillarci nell'abbeveratoio. Noi aspettavamo che lei si addormentasse, poi sgattaiolavamo nel giardino e ci tuffavamo nell'abbeveratoio. Era melmoso e nell'acqua c'era un mucchio di goona(42) ma a noi non importava. Ricordo che trattenevo il fiato e nuotavo sott'acqua. Guardavo in su e vedevo le facce di tutti gli animali che guardavano in basso, verso di me, come per dire: - Che ci fai nella nostra acqua, ragazzina?
Per qualche tempo a Corunna ci fu una brava cuoca, Mrs. Quigley. Era una donna bianca, una brava donna. Credo che Neil e Mrs. Stone, la governante, ne fossero un po' gelose. Neil era la prima moglie bianca di Howden. Erano dei palloni gonfiati e non volevano che lei parlasse con nessuno.
La cuoca aveva una ragazzina di nome Queenie ed era compito mio prendermi cura di lei. Avevamo circa la stessa et; uh, se ci siamo divertite! Ridevamo per
qualsiasi cosa. Eravamo gli spiritelli della risata, ecco come ci chiamava la madre di Queenie.
A Queenie insegnai tutto sulla boscaglia. Dopo un bel temporale andavamo fuori. A volte, su al nord, la pioggia era cos forte che ti faceva male quando ti arrivava addosso. Quello  il genere di pioggia che si ha durante la stagione delle piogge. Un giorno avevi il deserto, il giorno dopo era verde dappertutto. Verde e oro, bellissimo, davvero. Portavo Queenie nella boscaglia e ci mettevamo a guardare un piccolo seme che germogliava. - Guarda, adesso - dicevo a Queenie - sta crescendo -. Quando avevamo finito di osservare, quel germoglio era pi lungo di mezzo centimetro.
La sera mi piaceva stare seduta a guardare i canguri e gli altri animali che venivano a bere all'abbeveratoio. Anche le cornacchie e gli uccelli venivano a bere, e a fare un po' di goona. Mi piaceva tantissimo starmene l seduta a guardarli. Naturalmente, lo sai, Corunna era circondata da colline azzurre. A quell'ora della sera apparivano sempre miti. Anche mia madre a volte veniva a sedersi e a guardare. Allora sapevamo come apprezzare le cose belle.
Ero una gran lavoratrice a Corunna. Lo sono stata per tutta la vita. Quando ero piccola toglievo i bruchi dai cavolfiori e dai cavoli in fondo all'orto. In cambio mi davano una caramella. I blackfella non potevano raccogliere nessun tipo di verdura in fondo all'orto. Se venivi colto sul fatto, ti prendevano a frustate. Old Pompee, lui ci dava di nascosto i pomodori. E mi pare giusto, visto che lui se li mangiava.
Adoravamo gli agnellini orfani. Noi eravamo le loro mamme e i loro Pap. Gli davamo da mangiare con una bottiglia che aveva una penna di tacchino infilata dentro. C'era un agnellino a cui davo da mangiare, poverino, che era cieco. Continuava a sbattere contro il recinto e addosso agli altri agnelli. Poverino. Ero sconvolta e lo dissi alla cuoca e lei mi raccont questa storia.
- Lo sai, Daisy, quando ero bambina a Sydney, ci vedevo malissimo. Un giorno, una vecchia signora venne a
trovarci e chiese a mia madre se voleva provare a curarmi. Mamma disse di s. Si sedettero e mi misero un solo granello di zucchero in ogni occhio. Uuh, faceva male! Strillavo a pi non posso, ma poco dopo ci vedevo. Ti dar dello zucchero, provaci col tuo agnellino.
Feci quello che mi disse e in breve gli occhi dell'agnellino cominciarono a lacrimare tantissimo. Subito dopo cominci a correre come tutti gli altri agnelli, senza andare addosso a niente. Era una donna saggia, quella cuoca.
Aah, facevamo dei giochi stupidi da bambini. Io giocavo sempre con Rosie e Topsy. Quella Topsy era proprio un bel tipetto, lasciatelo dire. Un giorno, Mrs. Stone le diede una saponetta e le disse di farsi un bagno. Sai che fece? Le tir il sapone e disse: - Io il bagno non me lo faccio! -. Te lo immagini tu, parlare con tanta impertinenza a una donna bianca? Aah, era un gran divertimento, la vecchia Topsy.
Durante la stagione delle piogge c'era un torrente che scorreva in mezzo a Corunna. Ci piaceva tantissimo andarci a prendere i pesci. Erano come sardine: le buttavamo sulla cenere ardente e poi ci ingozzavamo. Erano buone, ma bisognava stare attenti alle spine.
Lungo il torrente ci cresceva ogni sorta di frutta selvatica. C'era un albero spinoso con dei frutti simili alle arance, ma pieni di grossi semi. I semi si potevano succhiare. Ce n'era un altro a forma di banana e pure quello era pieno di semi. In quello non c'era molto da mangiare, giusto il succo. C'era un altro albero spinoso con dei fiori gialli simili a quelli dell'acacia, da quell'albero crescevano dei fagioli selvatici. Quando erano gonfi, li raccoglievamo e li buttavamo sulla cenere. Erano buoni.
Il migliore di tutti era uno simile all'arbusto dell'uva spina. Aah, se trovavi una zona con quello, nessuno ti vedeva, ti mettevi l e mangiavi. Di quelli si sentiva l'odore da lontano, avevano il profumo dei meloni maturi. Noi annusavamo l'aria e dicevamo: - Aah, l, da qualche parte, c' qualcosa di maturo -. Alzavamo tutti gli arbusti per trovarli, erano piccolissimi. Quando li
trovavamo, dicevamo: - Ummm, mingimulla, buoni i mingimulla -. Non ho mai assaggiato niente di simile a quei mingimulla. Avevano delle foglie verdi soffici come la flanella, uh, se erano buoni da mangiare.
C'era un altro albero da cui prendevamo la gomma da masticare. Cresceva su piccoli rametti bianchi. Noi la raccoglievamo e la tenevamo in un barattolo. Diventava dura come le caramelle. Sai, le giuggiole mi fanno sempre venire in mente quella gomma. Forse  proprio per quello che le giuggiole mi piacciono cos tanto.
Io e Rosie eravamo molto dispettose. Rubavamo le uova delle anatre selvatiche e rompevamo i nidi. E scavavamo delle buche per prendere le uova delle lucertole. Capivamo dove le lucertole avevano coperto le uova. Le tiravamo fuori, prendevamo le uova e le facevamo scoppiare. Quelle povere creature. Siamo tutte creature di Dio, dopotutto.
Io e Rosie acchiappavamo pure gli uccelli. Prendevamo un po' di rete metallica e ci facevamo una gabbia, poi la portavamo gi al torrente e mettevamo del grano tutt'intorno. Tenevamo la gabbia leggermente sollevata e legavamo un lungo pezzo di spago al legno che stava sotto.
Avresti dovuto vedere tutti quei cacatua, andavano pazzi per il grano. Quando se ne adunavano un bel po', tiravamo lo spago, la gabbia cadeva gi e li avevamo in trappola. Il problema era che non ci potevamo fare niente, ci continuavano a beccare. Alla fine li lasciavamo liberi. A quei tempi ne facevamo di stupidaggini.
Quando diventai pi grande, le mie mansioni a Corunna cambiarono. Cominciarono a farmi lavorare alla casa principale: spazzavo le verande, svuotavo i gabinetti, lavavo tavolini, pentole, padelle e pavimenti. A quei tempi si lavava tutto. La mattina dovevo pulire le lanterne controvento e poi dare una mano in cucina.
Negli angoli pi bui della cucina c'erano sempre nascosti dei serpenti velenosi. Non li vedevi, ma li sentivi. Facevano sssss, ssssss, ssssss. Proprio cos. Non gli davamo via d'uscita e li uccidevamo con i bastoni. A Corunna c'erano un sacco di serpenti.
Una volta che presi a lavorare alla casa principale, non mi fu pi permesso di tornare al campo. Se l'avessi saputo, sarei rimasta dove ero. Adesso non potevo pi dormire con mia madre e non mi era pi permesso di giocare con le mie vecchie amichette.
Quella era la cosa peggiore che riguardava il lavorare alla casa principale, non poter vedere mia madre ogni giorno. Sapevo che sentiva la mia mancanza. Si svegliava nel campo e chiamava: - Daisy, Daisy - proprio cos. Non potevo parlarle, avevo troppo da fare. Era dura per me allora. Per vedere la mia famiglia e i miei amici dovevo svignarmela alla chetichella. C'erano i nativi del campo, io ero una nativa della casa.
Adesso dovevo dormire sulla veranda della casa colonica. Certe notti, faceva davvero freddo, e una coperta era troppo poco. In quelle notti, i nativi prendevano la lana nei capanni della tosatura e ci dormivano sopra.
D'estate non mi dispiaceva dormire sulla veranda, perch dormivo vicino al vecchio refrigeratore. Era grosso come il camino, ci tenevano burro e latte. Aspettavo che tutti dormissero, poi sgattaiolavo al refrigeratore e rubavo del burro. Mi piaceva tantissimo, ma non potevo mai averne.
Sembra che il cibo mi facesse finire sempre nei guai. Ero come un agnellino denutrito. Ricordo che una volta Neil mi chiese di portare una torta di mele alla casa un po' isolata rispetto alla stazione. Il vero nome di Neil era Eleanor, ma tutti la chiamavano Neil. Comunque, mentre camminavo mi arrivava il profumo della torta. Uh, come profumava! Non ce la feci pi, mi nascosi in un fosso e con le dita scavai un pezzo di torta. Era ottima. Schiacciai la torta in un tutt'uno e cercai di farla apparire intera. Ummm, che cibo fantastico, dissi tra me mentre camminavo.
Quando consegnai la torta a Mrs. Stone, dovetti pure consegnarle un biglietto che le aveva mandato Neil. Se avessi saputo cosa c'era scritto su quel biglietto, l'avrei buttato via. Diceva, se manca un pezzo di questa torta, rimandami il biglietto indietro e la punir.
Mrs. Stone guard il biglietto, poi guard la torta, quindi disse: - Restituisci questo biglietto al tuo ritorno -. Lo feci. E neanche a dirlo me le suon ancora con il bastone per le bestie.
Neil era una donna crudele, aveva un cuore di pietra. Quando a noi ragazzine non ce le suonava con il bastone per le bestie, perch non lavoravamo abbastanza, ci picchiava sulla testa. I nativi non le piacevano. Se uno di noi le capitava tra i piedi e non si levava velocemente di mezzo, lei gli mollava un pugno violento sulla testa, proprio cos. Uh, se faceva male! I bianchi sono bravissimi a darti i pugni in testa, vero? Noi non eravamo altro che ragazzini.
Aah, ma quelli erano bei tempi. Tempi cos non li ho pi vissuti. Quando mi portarono via dalla stazione, quei giorni non li ho pi vissuti.
Dissero a mia madre che andavo a ricevere un'istruzione. Dissero a tutti che sarei andata a scuola. Credevo che sarebbe stato bello andare a scuola. Credevo che sarei diventata molto importante. Mia madre voleva che imparassi a leggere e a scrivere come i bianchi. Poi voleva che tornassi e lo insegnassi a lei. C'erano moltissime persone adulte che volevano imparare a scrivere e a leggere.
Perch mentirono a mia madre? Perch i bianchi dicono cos tante bugie? Dalle loro promesse non ho mai ottenuto nulla. Se era solo per lavorare, mia madre non mi avrebbe mai lasciata andare. Dio gliela far pagare per le loro menzogne. Sotto la frusta finiranno quelle persone l. Avrebbero dovuto dire la verit a mia madre. Lei credeva che sarei ritornata.
Quando andai via, piangevo, e tutta la gente piangeva; mia madre piangeva e si dava delle botte in testa. Lily piangeva. Io chiamavo: - Mamma, Mamma, Mamma! -. Lei disse: - Non dimenticarmi, Talahue!
Tutti pensavano che sarei ritornata. Credevo che sarei stata via solo per un po'. Anche a distanza di miglia sentivo ancora i loro lamenti. - Talahue! Talahue! -. Gridavano il mio nome in continuazione. Non riuscivo
a smettere di piangere. Continuavo a chiamare: -Mamma! Mamma!
Dovevo avere circa quattordici o quindici anni quando mi portarono via da Corunna. Il mio primo giorno a Perth dovetti ripulire il giardino, raccogliere le foglie e spazzare le verande. Poi con una vecchia falce tagliai l'erba. Per tutto il tempo non facevo che chiedermi quando mi avrebbero mandata a scuola. Vedevo che dei bambini bianchi ci andavano, ma non io. Non gli chiedevo mai perch non mi ci mandavano, mi vergognavo troppo.
Strano come fossi l'unica meticcia che portarono via da Corunna. I Drake-Brockmans lasciarono tutti gli altri e presero me. Forse Howden mi prese perch ero sua figlia, non lo so. Continuavo a pensare alla mia povera vecchia madre e al fatto che credeva che mi stessero dando un'istruzione. Volevo dirle quello che era successo. Volevo dirle che non facevo altro che lavorare. Non stavo ricevendo nessuna istruzione. Come facevo a dirglielo se non sapevo scrivere? E non c'era nessuno che potesse farlo per me.
Non era la prima volta che andavo a Perth. C'ero stata con Neil, la prima moglie. Adesso ero con la seconda moglie, Alice. Neil era morta. Quando c'ero stata l'altra volta, avevo dovuto prendermi cura di Jack e Betty, i bambini. Io stessa non ero che una bambina. Avevo circa dieci anni e Jack sei, non mi ricordo di quanti anni avesse Betty. Eravamo tutti bambini, ma il lavoro toccava a me.
Era una donna dura. Era dura anche con i suoi figli. Howden lo comandava a bacchetta. Quando c'era Neil nei paraggi, lui non sgarrava. Era quel tipo di donna sospettosa; non credo che l'amassero in molti. Quando ero a Perth con lei, non mi diede neanche un posto dove dormire. Dovetti cercarmelo da sola un posto. Sulla veranda della casa dove stavamo c'era un grosso baule. La notte mi ci mettevo dentro. Se non altro mi teneva al riparo dal vento.
Vedi, quando ero andata a Perth con Neil, poi ero
tornata a casa. Mia madre pensava che sarei ritornata pure questa volta. Pensava che sarebbe stato come la volta precedente, invece no. Volevano solo farmi lavorare.
Ci trasferimmo a Ivanhoe, una grossa casa sulle rive del fiume Swann a Claremont. Mi occupavo di nuovo dei bambini, c'erano Jack e Betty, Judy, June e Dick. Io dovevo fargli da balia. Sai, come ce l'hanno in Inghilterra. Dovevo giocare con loro, vestirli, dargli da mangiare e metterli a letto la sera. Inoltre mi toccavano anche altre faccende. Non me la prendevo mai con i bambini, non era colpa loro se dovevo lavorare cos sodo. Loro mi facevano pena.
La sera me ne stavo sdraiata sul letto e pensavo alla mia gente. Vedevo i loro fuochi di bivacco e i loro volti. Vedevo il viso di mia madre e quello di Lily. Sentivo molto la loro mancanza. Ogni notte piangevo fino ad addormentarmi. Nei miei sogni, a volte, li sentivo lamentarsi: - Talahue! Talahue! - e mi svegliavo gridando: - Mamma! Mamma! -. Capisci, avevo bisogno della mia gente, loro mi facevano sentire importante. Io gli appartenevo. Pensavo anche agli animali. Ai canguri e agli uccelli. E, naturalmente, c'era Lily; mi chiedevo se avesse un nuovo fidanzato. Mi mancava, mi mancavano tutti.
Alice continuava a dirmi: - Adesso siamo una famiglia, Daisy.
Il fatto era che quella non era la mia famiglia. Oh, sapevo che i bambini mi volevano bene, ma non erano la mia famiglia. Loro erano bianchi; un giorno sarebbero cresciuti e andati a scuola. Io ero nera ed ero una serva. Come potevano essere la mia famiglia?
L'unica amica che avevo allora era la madre di Queenie, Mrs. Quingley. Faceva la governante per i Cruikshanks a Claremont. Ogni volta che potevo me la svignavo e andavo a trovarla. Lei capiva il nord, capiva quanto fosse difficile per me. Non diceva mai molto, ma sapevo che capiva. Non restavo mai a lungo con lei, stavo in pensiero che si accorgessero della mia assenza. E,
naturalmente, a quei tempi c'erano delle volte in cui i blackfella dovevano restare in casa. I blackfella non potevano vivere la loro vita a quei tempi.
Aah, la madre di Queenie era una donna gentile. Raccontava delle belle storie. A volte mi raccontava qualcosa di buffo per tirarmi su il morale.
A Ivanhoe mi occupavo di tutte le faccende. Pulivo, lavavo, stiravo. Non c'era nulla che non facessi. Lavoravo dal momento in cui mi alzavo al mattino fino al momento in cui andavo a letto. In realt era tutto quello che facevo, lavoravo e dormivo.
Perbacco, a quei tempi fare il bucato era un lavoraccio. La vecchia lavanderia si trovava a venti metri da casa e le tinozze erano sempre piene di panni sporchi. Loro tiravano tutto gi sull'erba dal balcone. Io raccoglievo e portavo alla lavanderia e lavavo. A volte pensavo di non finire pi di alimentare quel paiolo. Naturalmente, a quei tempi, si inamidava tutto. Lenzuola, federe, tovaglioli, tovaglie, tutto veniva inamidato. Dovevo persino stirare le lenzuola. Non  una cosa stupida, ti ci devi solo sdraiare.
La casa doveva essere immacolata. Strofinavo, spolveravo, lucidavo. C'erano i pavimenti, le scale, la sala da ballo. Bisognava fare tutto.
Presto mi tocc fare anche da cuoca. Bada bene, ero un'ottima cuoca. Non cucinavo mica porcherie. Aah, i bianchi, hanno certi gusti strani. Schizzinosi, schizzinosi, aaah, se sono schizzinosi. Ricordo che dovevo servire il pane tostato su un vassoio d'argento. Dovevo schiacciare i bordi di ogni triangolo con un coltello. Naturalmente non si dovevano mai lasciare le croste sui sandwich, era malacreanza. Buffo, no? Voglio dire, dopo tutto si tratta solo di pane.
Io cenavo in cucina. Non mangiavo mai insieme alla famiglia. Quando suonavano il campanello, sapevo che mi volevano. Dopo cena, sparecchiavo, lavavo i piatti, li asciugavo e mettevo tutto via. Poi, la mattina dopo, ricominciavo tutto da capo. Vedi, era inutile che dicessero che ero una di famiglia, perch non lo ero. Ero la loro serva.
Ricordo che la mattina e il pomeriggio facevano delle merende elaborate. La famiglia si sedeva sul prato sotto un grosso ombrellone ombroso. Portavo fuori il cibo e li servivo. Sai, in televisione ho visto un film cos. Era in Inghilterra, stavano tutti seduti fuori con i loro bei vestiti e i servi che li servivano. Ho pensato, ma guarda,  quello che facevo io. Mi sa che quelle stupidaggini si facevano in diversi paesi.
Ricordo quelle belle tazze con i piattini. Erano cos delicate che pensavi si potessero rompere solo a guardarle. Uh, mi piacevano da morire. Alcune erano cos fine che sembravano conchiglie marine, erano trasparenti. Avevo soltanto una tazza di latta. Promisi a me stessa che un giorno avrei avuto una bella tazza col piattino. Ecco perch ogni volta che i miei nipoti mi chiedono: - Cosa vuoi per il tuo compleanno? - io gli rispondo sempre una tazza col piattino.
A quei tempi i Drake-Brockmans erano vera alta borghesia. Avevano i soldi e la gente li stava a sentire. Aah, le feste che facevano. Non ho mai visto feste cos. Gli abiti delle signore erano belli ed eleganti. Quando vedevo quei vestiti pensavo sempre a mia madre. A come le sarebbe piaciuto averne uno.
All'epoca Perth non mi era mai piaciuta molto. Avevo troppa paura. Ero anche timida. Non riuscivo a parlare con gli estranei. La gente ti guardava in modo strano perch eri nera. Io tenevo gli occhi bassi. Forse alcune di quelle persone bianche pensavano che la lingua me l'avesse rubata il gatto. Non sto dicendo che erano tutti cattivi. Alcuni erano bravi. Le brave persone le trovi dovunque. Il guaio  che trovi pure le altre. Siccome sei nero ti trattano come immondizia. Vedi, a quei tempi, noi appartenevamo a qualcuno, proprio come una vacca o un cavallo. Sentivo persino qualcuno che diceva che non eravamo come i bianchi. Non  vero, siamo tutti figli di Dio.
Naturalmente quando ai bianchi serviva qualcosa, non facevano mica finta che non ci fossi: si aspettavano che tu arrivassi
di corsa. A volte era tutto quello che facevo, correre avanti
e indietro. C'era sempre qualcuno che suonava quel maledetto campanello.
Adesso mi vergogno di me stessa. Mi vergogno di alcune delle cose che ho fatto. Volevo essere bianca, capisci. La sera me ne stavo sdraiata a letto e pensavo che se Dio avesse potuto farmi bianca, sarebbe stata la cosa migliore. Allora avrei potuto farmi strada nel mondo, diventare qualcuno. Pensa un po', io che facevo quei pensieri. Che c'era di male nella mia gente?
A quei tempi era considerato un privilegio se un uomo bianco ti voleva, per se facevi figli non ti era permesso tenerli. Ti permettevano di tenere solo quelli neri. Quelli bianchi li portavano via perch non ti consideravano idonea ad allevare un bambino col sangue bianco.
Credimi, questo faceva nascere dei contrasti tra la gente. Certi uomini neri si sentivano relegati alla condizione pi umile, e certe ragazze native, con un po' di bianco in loro, un uomo nero neanche lo guardavano. E io ero incastrata nel mezzo. Troppo nera per i bianchi e troppo bianca per i neri.
Mi ricordo di quando a Perth arrivarono altre ragazze native per fare le serve. Stavano tutte attente a me e a Nellie. Nellie lavorava per la famiglia Courthope; erano molto buoni con lei. Le altre ragazze native pensavano che noi fossimo migliori di loro perch in noi c'era del sangue bianco.
Era davvero una grossa cosa se riuscivi a farti sposare da un uomo bianco. All'epoca un mucchio di nativi di pelle chiara si spacciavano per bianchi. Non si pu mica biasimarli, era dura vivere la vita del nativo. Una delle mie amiche spos uno slavo. Credo che si dicesse cos. Comunque, era uno straniero. Venne a salutare me e Nellie. Noi ci mettemmo a piangere. Aveva promesso al marito di non frequentare pi i nativi, di non parlarci pi. Noi non la biasimavamo, capivamo. Altrimenti lui non l'avrebbe sposata.
Nellie veniva da Lyndon Station, era la figlia del gestore
della stazione, Mr. Hack. Mr. Hack non la riconobbe mai. La Famiglia Courthope la prese da Mogumber per farla servire in casa loro. Nellie fu fortunata, perch veniva trattata bene. Lavorava sodo come me, ma loro erano buoni con lei. Lei aveva una bella stanza.
Aah, era uno spasso quella Nellie. Voleva sempre essere bianca. Tutti quei bagni nel perossido di idrogeno e i capelli che si tingeva di rosso. A volte si dimenticava di fare quei bagni e ridiventava nera.
Sai, ho pensato molto a tutto questo. La gente non dovrebbe dire che il blackfella non ha mai fatto niente di buono per questo paese. Conoscevo una donna nera, Tillie, che era una serva ed entr nell'Esercito della Salvezza. La sua era una vita di buone azioni e aiutava la sua gente ogni volta che poteva. Mi faceva sentire in colpa perch non andavo in chiesa la domenica sera quando lei mi ci poteva portare. La chiesa non mi piaceva. La gente l non lo capiva mica come potesse essere per i nativi.
Ricordo che il pastore della Chiesa di Cristo aveva iniziato un circolo del cucito per tutte le serve native. Dovevamo andare l e lui ci faceva un discorso, poi ci mettevamo a cucire. Ci fu una volta in cui non la finiva pi su come dovevamo risparmiarci per il matrimonio. Era molto imbarazzante, non riuscivamo a guardarlo. Molte di noi erano gi state prese dai bianchi. Ci vergognavamo tantissimo.
Un giorno, eravamo sedute nel giardino a cucire, quando alcuni ragazzini della Christ Church Grammar School ci passarono accanto. Ci presero in giro e ci coprirono di insulti. Poi cominciarono a tirarci i sassi. Non ci tornai mai pi, mi vergognavo troppo.
Adesso, Sai, che questo rimanga tra me e te. Non voglio che Amber lo senta,  troppo piccola. Fa' attenzione a lei quando non ci sar pi. Lei diventer bellissima. Tutti gli uomini la vorranno. E di certi uomini non ti puoi fidare. Sono solo dei bastardi. Ti buttano per terra e non ti fanno rialzare. Non permettere mai che un uomo te lo faccia. E fa' attenzione ad Amber. Mica vuoi che la trattino come una nera.
Non avevamo nessuna protezione quando eravamo in servizio. So che un mucchio di serve native ebbero dei figli da uomini bianchi perch furono costrette. Ti viene da piangere solo a pensare come sono state trattate le donne nere in questo paese.  una cosa terribile. Un giorno la pagheranno per quello che hanno fatto.
Ah, i bianchi, ti fa ridere il modo in cui picchiano i neri per non farli rubare. E che mi dici dei loro figli? Ho visto ragazzini bianchi fare di peggio e nessuno li toccava. Dicevano, si sta sfogando, oppure, quel ragazzino  indiavolato, ma nessuno gliele suonava. I poveri vecchi blackfella facevano lo stesso e loro dicevano, voi negri non distinguete il bene dal male e ti frustavano! Credimi, questo mondo  dei bianchi.
L'unica persona che avevo a Perth era Arthur. Se avessi vissuto con il mio fratello grande, lui mi avrebbe protetta. Era un uomo forte. Ricordo che ero in cucina a cucinare, quando sentii questo colpo alla porta. Mi voltai e c'era questo grosso nativo che guardava attraverso la rete antimosche.
- Sei tu Daisy? - disse.
- Chi sei? - risposi.
- Aah, tu non sei Daisy - disse. - Lei ha i capelli chiarissimi. Su, signora, dimmi dov' Daisy.
- Cosa vuoi da lei? mica lo facevo entrare.
- Questo lo so io, a te tocca di scoprirlo - disse. Aah, pensai, quante arie si d.
- Senti qua - gli ringhiai contro. - Non ci piace che degli strani blackfella gironzolino da queste parti. Vedi di andartene prima che la signora torni a casa. Lei prender il bastone -. Stavo cercando di spaventarlo, era un omone.
- Non fare tanto la cocciuta con me, signora - disse lui. - Ti credi di essere migliore solo perch lavori per i bianchi. Ho tutti i diritti di cercare la mia sorellina Daisy. Voglio che lei sappia di avere un fratello che si sta facendo strada nel mondo.
Non riuscivo a crederci. Te lo immagini? Questo grosso, brutto blackfella era mio fratello.
- Tu sei Arthur?
- E adesso come fai a sapere il mio nome, signora?
- Brutto diavolaccio sfacciato - dissi. - Sono io tua sorella Daisy -. Lui rimase l impalato. - Beh, entra -dissi. Non volevo che stesse l fuori a ingombrare la veranda.
- Perch ti sei tinta i capelli? - domand. - Tu eri l'unica di noi con i capelli biondi.
- Non essere stupido. Questo  il colore dei miei capelli!
Quel diavolaccio mi tir i capelli. Forse si aspettava
che venisse via il colore. Forse pensava che sui capelli ci mettessi il lucido delle scarpe, non so. - Perdinci, che diavolaccio! - gli dissi. Avrei dovuto saperlo che era mio fratello, ci stavo litigando, o no?
Dopo non fu cos male. Arthur veniva a prendermi e mi portava fuori. A volte mi portava anche in macchina. Te lo immagini? Noi nativi che giravamo con una vera macchina per Perth? Aah, lui si credeva qualcuno, quell'Arthur. Tutte le ragazze lo volevano. Era l'unico blackfella con un po' di soldi in tasca. Faceva il gentile con tutte loro, furbo no?
Andavamo sempre a vedere i cavalli. Lui adorava i cavalli. Una volta mi port alla Fiera. Perdinci, era un duro. Prendeva di petto chiunque. Gli dissi: - Quando sei fuori con me, cerca di evitare le risse. Altrimenti, se fai lo scemo, vedrai cosa ti aspetta -. Vedi, amava farsi bello, non viveva per altro.
Se non si calmava, gli dicevo: - Non sei che uno stupido, vecchio blackfella.
Dopo si calmava subito. Non voleva che quelle ragazze pensassero che fosse vecchio.
Un giorno mi disse: - Daisy, non parlarmi in quel modo quando siamo fuori. Sono tuo fratello, devi mostrarmi rispetto -. Ummm, il modo in cui faceva il galletto ti faceva pensare che fosse bianco.
Quando non veniva, sentivo la sua mancanza. Insieme ci divertivamo sempre. A volte era troppo occupato con la semina per potersi preoccupare di me. Era un gran lavoratore, faceva tutto da solo.
Quando non poteva venire a trovarmi, mi scriveva. Mi faceva sentire molto importante ricevere una lettera con il mio nome sopra. Purtroppo non sapevo leggere. Non potevo mai avere niente di privato perch dovevo sempre farmela leggere da qualcuno.
Aah, che uomo intelligente. Litigavamo tutto il tempo, ma ero orgogliosa di quell'uomo.
Non vedevo Arthur da molto tempo quando nacque Gladdie.
Prima che Gladdie nascesse, ero incinta di un altro bambino, ma non mi fu permesso di tenerlo. All'epoca andava cos. Ci levavano i figli, in un modo o nell'altro. Non lo dissi mai a nessuno che aspettavo Gladdie.
Ora, come andarono le cose sono fatti miei, io ti dir solo alcune cose. Tutti sapevano chi era il padre, ma tutti fingevano di non saperlo. Aah, lo sapevano, lo sapevano. A quei tempi non si parlava. La verit si teneva nascosta.
Alice mi port un passeggino di vimini per Gladdie. Regal a Gladdie una bambola. Tenevo Gladdie con me nella mia stanza.
Howden mor non molto dopo la sua nascita. Quando tornai a casa dall'Ospedale, lui disse: - Portala qui, fammela tenere in braccio voleva tenere in braccio Gladdie prima di morire.
Dopo la sua morte, non avevo mai tempo per niente. Dovevo occuparmi di Gladdie e degli altri bambini. C'erano volte in cui Gladdie mangiava cos tanto che mi faceva venire in mente quei maialini che giravano liberi per la stazione.
Con lei fu dura. A volte piangeva, piangeva, e non potevo andare da lei. Avevo troppo lavoro.
Quando Arthur la vide, pens che fosse bellissima. Credo che fosse geloso, voleva che fosse sua.
Buffo, vero, a un certo punto stavo per andare a vivere con Arthur. Fu prima di avere Gladdie; mi dissero che non mi volevano pi. Poi cambiarono idea. Arthur mi disse che conosceva un bianco molto simpatico da farmi sposare. Dopo la
nascita di Gladdie, Arthur voleva che andassimo tutte e due da lui. Non potevo andare da nessuna parte. Mi serviva un permesso e loro non mi lasciavano andare. Sapevo che Arthur sarebbe stato buono con Gladdie, gli aveva toccato le corde del cuore. Quando si trattava di bambini, quell'Arthur era un cuore tenero.
Quando Gladdie aveva circa tre anni, me la portarono via. Me lo aspettavo. Alice mi disse che Gladdie aveva bisogno di un'educazione, cos la misero al Parkerville Children's Home. Che potevo fare? Avevo troppa paura per parlare. Volevo tenerla con me, era tutto quello che avevo, ma loro l non ce la volevano. Alice disse che costava troppo in cibo, disse che ero un'ingrata. Voleva che rinunciassi al sangue del mio sangue e continuare a essere grata. Ma, ai neri non  permesso avere sentimenti?
Non feci che piangere quando Alice la port via. Gladdie era troppo piccola per capire, lei credeva di ritornare. Pensava di andare a un picnic. Corsi a nascondermi gi al vecchio bamb vicino al fiume e piansi, piansi, piansi. Come pu una madre perdere un figlio a quel modo? Come poteva farmi una cosa del genere? Pensai allora alla mia povera vecchia madre; le portarono via Arthur, e poi me. Aveva il cuore a pezzi. Che Dio la benedica.
Quando Gladdie era a Parkerville, cercavo di andarci il pi possibile, ma era distante e non avevo soldi. Quando venivo pagata, Alice si tratteneva sempre dei soldi che secondo lei le dovevo. Era una vita dura. Quando ci andavo, portavo a Gladdie sempre qualcosa di buono da mangiare. Il cibo le piaceva, credo che abbia preso da me.
Parkerville non era un brutto posto, c'erano un mucchio di ragazzini con cui lei giocava e boscaglia dappertutto. Sapevo che la boscaglia le piaceva. La portavo a fare una piccola passeggiata, le mostravo gli uccelli e gli animali. Era sempre contenta di vedermi. Sapevo che l non voleva starci, ma che potevo fare? Non  che avessi una casa mia. Non  che potessi metter bocca sulla mia vita.
Fu durante gli anni Trenta che dissero a Gladdie che stavo per morire. Mia cugina Helen Bunda stava molto male. Mi chiesero di donarle del sangue. Dissi di s. Era della mia famiglia, dovevo darle il sangue, ma avevo molta paura.
Non sai mai quello che i dottori ti faranno. Quegli stupidi imbranati persero il primo prelievo, cos me ne presero dell'altro. Ero cos debole che non riuscivo a sollevare la testa. Mi sa che con tutto il sangue che m'avevano levato ero diventata bianca.
Helen mor e io sentii i dottori che dicevano: - Non importa, non  che una nativa -. Poi, mi guardarono e l'infermiera disse: - Credo che pure questa stia per andarsene -. Vedi, ti trattano come un animale. Alice venne a prendermi, era molto arrabbiata. Mi riport a Ivanhoe e si prese cura di me. Era una brava infermiera di campagna.
Fecero tornare Gladdie da Parkerville per farmela salutare. Sembrava molto spaventata quando mi vide. Li ho buggerati tutti. Non sono morta alla fine. Ben presto fui di nuovo in piedi a occuparmi di tutto il lavoro. Fu l'ultima volta che donai il sangue.
Helen era stata una cara cugina. Per era tirchia. Si faceva a piedi cinque miglia per risparmiare mezzo penny. Con le mani ci sapeva fare. Nessuno sapeva cucire come lei. Aveva avuto una vita dura, fatta di lavoro, lavoro, lavoro. L'avevano mandata a Moore River. Non so se ne hai mai sentito parlare, un postaccio. Aveva tre figli e glieli fecero lasciare l per farla tornare a servizio. Credo che tutti quei ragazzini siano morti. Era un postaccio. Nessuno voleva andare a Moore River, stanne certa. Povera vecchia Bunda. Sapevo come si sentiva, era lo stesso per tutti noi.
Quando mor, pensai che le sue cose venissero a me, ero sua parente. Invece non ebbi niente, neanche un penny. Prese tutto la famiglia bianca per cui lavorava. Dissero che aveva fatto un testamento e aveva lasciato tutto a loro. Bunda non ne sapeva niente di testamenti. Non credo neanche che sapesse scrivere molto. Quella
famiglia venne addirittura a richiedermi la spilla che lei mi aveva regalato. Sfacciati. Bunda era parente mia, l'aveva data a me prima di morire e loro vennero a richiederla. - Quella spilla adesso non ti appartiene, Daisy - dissero. - Adesso  nostra, devi darcela -. Rimasi molto amareggiata. Sentivo l'amarezza nel cuore.
Infine, negli anni Trenta, Arthur si spos e persi le sue tracce. Era il periodo della Depressione e sapevo che avrebbe avuto problemi a sbarcare il lunario. Meno male che io e Gladdie non eravamo andate con lui. Saremmo state solo altre due bocche da sfamare. Lui lavorava davvero sodo, faceva di tutto per portare il pane a casa. Credo che durante la Depressione perse la fattoria. Quei bianchi di Mucka stavano sempre dietro alla sua fattoria. Buffo, no? I bianchi hanno avuto i diritti sulla terra per anni, e a noi ancora non  permesso averne neanche un pezzetto. Aah, che mondo strano.
Arthur and a trovare Gladdie a Parkerville un paio di volte. Aveva un debole per lei. Poi cominci ad avere troppo da fare con la sua famiglia per andare a trovarla. Credo che lei ne sentisse la mancanza. Le piaceva ricevere visite.
Gli anni Trenta furono anni duri per tutti. Non si buttava via niente, c'era sempre qualcuno che avrebbe potuto averne bisogno. Mi spezzava il cuore vedere quegli uomini in cerca di cibo. Non solo i neri, ma anche i bianchi. Se sapevo che qualcuno aveva fame, gli davo da mangiare. Diedi via una parte dei miei vestiti e delle mie scarpe, tutto quello che trovavo. Non puoi essere cattivo con la gente quando  nei guai, non  da blackfella.
Gladdie lasci Parkerville a circa quattordici anni. Era stata con me per le vacanze, e quando ce la riportai, non voleva restare. Vedi, aveva scoperto che c'era una nuova Madre della Casa e che era una donna spietata. Gladdie aveva davvero paura. Gli dissi: - Pu venire con me, ormai  quasi grande.
Loro chiesero a Gladdie se voleva lasciare Parkerville e lei disse: - Proprio cos! -. Non voleva stare con una donna spietata.
La riportai a Ivanhoe con me. Pensavo di poterla tenere nella mia stanza, ma dopo due giorni, Alice disse: -Senti Daisy, non puoi tenerla qui. Dovrai trovarle un altro posto -. Ci rimasi malissimo.
Mi avevano gi detto un'altra volta che dovevo andarmene, pensai che non potessero permettersi di tenermi. Dovetti andare a lavorare da Mrs. Morgan. Poi, qualche anno dopo, Alice mi supplic di ritornare. Disse che era per sempre, che Ivanhoe era la mia casa. Pensai che fosse pure la casa di Gladdie. Aah, vedi, promesse, promesse. Le promesse di una famiglia ricca non valgono niente.
Trovai una famiglia per Gladdie. Erano persone religiose e spesso prendevano in casa delle ragazze. Sapevo che con lei sarebbero stati buoni. Lei era proprio sconvolta, non capiva perch non la volessero a Ivanhoe.
Un giorno, gli Hewitt, era cos che si chiamavano, dissero che non potevano pi fidarsi di Gladdie. -  stata al cinema - dissero. - Il cinema  peccato -. Dissero che non volevano che fosse una cattiva influenza per gli altri ragazzi. Le fecero le valigie e dissero che dovevo portarla con me.
A quel tempo avevo una casa mia. Alice mi aveva buttata fuori un'altra volta. Aah, ero stata sciocca a crederle. Mi doveva degli stipendi arretrati, mi aveva fatto lavorare per niente, e adesso mi buttava fuori. Ormai mi avevano consumata. Avevo lavorato per quella famiglia per tutti quegli anni, sin da bambina, e ora mi trattavano in quel modo. Per tornare a Ivanhoe avevo lasciato un buon lavoro. Ero stupida. Avrei dovuto saperlo. Quando dissero di non volere Gladdie l, avrei dovuto capire.
Credo che i soldi li sprecassero con quel tenore di vita alto che tenevano. Tutti pensavano che loro fossero molto importanti. Umm, dei loro soldi io non ho mai visto niente. Howden, lui aveva promesso dei soldi a me e ad Arthur. Aveva detto che ce ne avrebbe lasciati un po'. Ah, ecco come ti trattavano i ricchi, davvero male. Credo che diventassero insaziabili, vivevano per i soldi.
Tutto quello che Alice mi diede fu un paio di cianfrusaglie. E una scopa. Fu tutto quello che ricevetti dopo tutti quegli anni. Ho sentito che adesso, quando lasci un lavoro, ti regalano un orologio d'oro. Che  meglio di una scopa.
Ricordo che c'era un bel quadro di Fremande che era di Alice. A quei tempi mandava un sacco di cose alle case d'asta. Capisci, stavano per andare a vivere a Sydney. Chiesi se potessi avere quel quadro, ma loro dissero che sarebbe andato all'asta. C'erano altri quadri che chiesi, ma loro fecero un grande fal e li bruciarono. Dio gliela far pagare, erano immagini religiose.
Pensai, beh, adesso ho uno stipendio e mi comprer le mie cose.  meglio farne a meno di certa gente.
Il mio nuovo lavoro era in un ristorante e facevo la cuoca. Tutti i soldati e i marinai adoravano venirci, perch servivamo cibo ottimo e abbondante. Non cucinavo mai robaccia. Caspita se mangiavano. Tutti volevano una seconda porzione. Mi facevano pena. Alcuni di loro erano soltanto dei ragazzini. Andare cos alla guerra, non  giusto.
Dividevo la casa con una brava donna. Gladdie le piaceva e con lei era buona. Per la prima volta Gladdie e io vivevamo insieme. Lei stava facendo delle nuove amicizie e pure io. Ben presto cominciai ad andare alle corse e in altri posti. I cavalli mi piacevano moltissimo. Sono come Arthur, ho un debole per tutte le creature di Dio.
Gladdie lasci la scuola e Alice le trov un lavoro da fioraia. Non volevano prenderla perch era una nativa. Alla fine furono contenti di averla presa perch Gladdie piaceva a tutti.
Ora penserai che, dopo tutti quegli anni di separazione, andassimo molto d'accordo. Invece no. Non facevamo che litigare. Perdinci, ci facevamo certe litigate.
A quei tempi Gladdie era una sciocca, voleva sempre conoscere il suo futuro. Non sapeva con che cosa si stava immischiando. Gli spiriti bisogna lasciarli in pace. Rompigli le scatole, e
ci rimani scottato. Si faceva leggere la mano, i fondi del t, non so cosa non si facesse leggere. Non ci andavo mai da quelle indovine insieme a lei. Ti facevano sentire strana dentro. I blackfella sanno tutto degli spiriti. Ci cresciamo insieme. Sta l la stupidit dell'uomo bianco. Crede solo a quello che vede. Ha bisogno di essere educato. Vive solo met della sua vita.
A Gladdie non piaceva la met dei miei amici e a me non piacevano met dei suoi. Forse aveva ragione a proposito di certi e forse no, ma credo che sia vero che in questa vita non si trovano molti amici veri. Non molti ti starebbero accanto nel momento del bisogno. Quelli sono rari. Gladdie non faceva che dirmi che ero troppo sospettosa. Diceva che non mi fidavo di lei. Forse era cos. Forse non mi fidavo degli uomini. Gladdie era ingenua. Non sapeva niente della vita. Non sapeva cosa poteva succedere.
Un giorno prese e and a sposarsi. Aveva solo ventun anni. Credo che non me lo disse perch sapeva che Bill non mi piaceva. Era uno che beveva. Non mi erano mai piaciuti gli uomini che bevevano. E comunque, perch mai doveva sposarsi? Sarebbe dovuta restare a casa, a occuparsi di sua madre.
Comunque,  inutile piangere sul latte versato. Quel che  fatto,  fatto. Trovarono una casa popolare a Mulberry Farm,  vicino a Beaconsfield. Non era un brutto posto. Li andavo a trovare, gli portavo un po' di carne. C'erano delle famiglie povere l. A volte davo della carne pure a loro. Non mi ricordo di nessuno che dicesse grazie. Tuttavia non si pu lasciare la gente affamata.
Ben presto ebbi dei nipotini. Tu fosti la prima, Sally, ma eri cos malata. Jilly non era come te, lei era sana e per niente birichina. Non dovemmo mai metterci a giocare con Jilly nel mezzo della notte.
Mi dispiaceva molto per Gladdie. Non si era resa conto di quanto fosse cattivo Bill quando lo spos. Lui continuava a sparire. E lei si preoccupava a morte. Non sapeva mai dove fosse. Era colpa dell'alcool, capisci. L'alcool si prese il meglio di lui. Non sto dicendo che
fosse un uomo cattivo. Durante la guerra se l'era vista brutta.
Quando Gladdie era incinta di David, si prese la polio. Non c'era una famiglia a Mulberry Farm che non rimase colpita dalla polio. Era una corsa terribile. Ero preoccupata che pure voi bambini vi ammalaste. Fu allora che mi trasferii. Gladdie non poteva camminare, era bloccata a letto. Non c'era nessuno che si prendesse cura di te e di Jilly. A Bill non piaceva che stessi l. Era geloso. Voleva Gladdie tutta per s. Ma lei che poteva fare? Aveva bisogno di qualcuno che guardasse i bambini. Lui in casa non era buono a niente.
Adesso ti dico una cosa, Sai, questa  una cosa sacra, quindi meglio parlare piano. Ho aiutato tua madre con quella polio. Capisci, la nostra famiglia ha sempre avuto dei poteri di quel tipo. Non voglio dire altro. Certe cose te le dico perch non ci sar ancora per molto. Questa  una cosa che dovresti sapere.
A Gladdie e Bill venne offerta una casa a Manning. Era fatta di mattoni e pi grande di quella in cui vivevamo. A quei tempi Billy era un beb e Gladdie aveva superato la polio. Mi piaceva la nuova casa. C'era boscaglia dappertutto. Non si vedeva altro che boscaglia, ed era vicino al fiume. Aah, gli uccelli e la natura, era meraviglioso. Il guaio era che di notte puzzava. Eravamo vicino alla palude. L'aria notturna non ti faceva mica bene, Sally. Ti faceva stare male. Tu avresti dovuto vivere su al nord, non sei fatta per il freddo.
Ora, questa  una cosa che non ho mai detto a nessuno. Potrai anche non crederci. Ricordi quando all'inizio ci siamo trasferiti l? Sei uscita fuori un paio di notti e hai trovato me e Gladdie sedute in veranda, ti ricordi che ti abbiamo mandata via? Tu eri sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Insomma, stavamo ascoltando la musica. Erano i blackfella che suonavano i didgeridoo(43) e cantavano e
ridevano gi alla palude. Tua madre li sentiva. Una notte le
dissi: - Vado gi alla palude da quei nativi a dirgliene quattro. Chi si credono di essere per tenere svegli i bianchi in questo modo -. Fu allora che Gladdie me lo disse. Disse: - Non andarci, Mamma, non c' nessuno, solo boscaglia -. Capisci, sentivamo la gente del passato. La nostra gente che un tempo viveva l prima che arrivasse l'uomo bianco. Strano, smisero di suonare dopo la morte di tuo padre. Adesso credo che ci stessero proteggendo. Pensa, eh? Quella cara, vecchia gente. Vedi, il blackfella sa tutto degli spiriti.
Con Bill era difficile per noi. Non riusciva a stare lontano dall'alcool. Non avevamo soldi. L'alcool  una maledizione. Sono contenta che tu non abbia sposato uno che beve. Mi ricordo di quando Bill vedeva tutti quei diavoletti rossi seduti in fondo al letto. Continuava a implorarmi di portarli via. Non credo che gli facesse bene prendere quella medicina e bere allo stesso tempo. Lo faceva stare peggio. Aah, i dottori non sanno niente. Continuavano a rimandarlo a casa. Lui aveva bisogno d'aiuto. Io e Gladdie non eravamo in grado di aiutarlo.
Con Bill si litigava tutto il tempo. Sai, sempre per quel motivo, quindi non dir altro. Che rimanga tra me e te, ai genitori di Bill non piacevano i nativi. Parlavano di Gladdie alle sue spalle. Dicevano che non era al livello di Bill. Per i problemi di lui davano la colpa a lei. Non era colpa sua, lei faceva del suo meglio.
Ti ricordi che tenevamo voi ragazzini fuori dai piedi? Non volevamo turbarlo. Si turbava per la pi piccola cosa. Avevamo paura di quello che potesse fare.
Questo non l'ho mai detto a nessuno, ma tu eri simile a lui, sapevi come era fatto. Non l'ho mai detto neanche a tua madre. Me lo sono tenuta. Quando Gladdie non era in giro, Bill mi chiamava sporca negra. Sapevo che in guerra se l'era vista brutta, ma non avrebbe dovuto chiamarmi in quel modo. Nessuno dovrebbe chiamare un altro sporco negro. Non ne ho mai fatto parola, perch non volevo piantar grane, ma mi feriva molto sentirlo parlare in quel modo.
Fui contenta quando si ammal veramente. Significava che non poteva alzare neanche un dito su Gladdie.
Eravamo fortunate ad avere tutta quella vecchia gente che ci proteggeva. Bill avrebbe potuto ucciderci.
Una volta mi chiese di nascondere l'ascia. Erano quelle voci che sentiva. Continuavano a dirgli di ucciderci tutti, persino voi bambini. Bill mi disse: - Dais, stanotte nascondi l'ascia. Vogliono ancora che vi uccida tutti e io ho paura di farlo.
Non era un uomo cattivo, era solo molto malato. A volte andava a ricoverarsi in Ospedale. A volte, restava sveglio tutta la notte e andava su e gi, su e gi. Doveva veramente lottare con tutte le forze per non ucciderci. Vedi, quella era una parte di lui che era davvero buona.
Quando mor, io me lo sentivo. Avevo avuto dentro di me la sensazione che presto se ne sarebbe andato. Credo che pure Gladdie lo sapesse. Non ne parlavamo. Non si parlava di quel genere di cose.
Certamente sai che il corpo lo trov il piccolo David. Povero ragazzino, allora aveva circa due anni. Credeva che Bill stesse dormendo e continuava a cercare di svegliarlo.
Tu e David siete molto simili, Sai. Non era dispettoso come te, bada, ma tutti e due avete il senso della spiritualit delle cose. Ricordo che tu giocavi molto per conto tuo. Ma certamente non eri da sola, vero? Gli angeli erano con te. Anche tua madre era cos, e pure io, credo. Vedi, non si sa mai quello che viene trasmesso. La nostra gente era forte nello spirito.
Credo che Bill sapesse che stava per morire. E si mise l'anima in pace. Sapeva dove stava andando. Ti ricordi che giocava a pallone con David e Billy? Aah, fu un periodo triste. Se non fosse stato per l'alcool e la guerra, sarebbe stato un uomo diverso. Un brav'uomo.
I genitori di Bill furono dei bastardi dopo la sua morte. Non aiutarono Gladdie. Si disinteressarono di voi bambini. Noi non avevamo soldi, pi niente da vendere. Non sapevamo cosa avremmo fatto, eravamo disperati. Gladdie scrisse ai Drake-Brockmans, a Sydney, per vedere se potessero darci un
prestito. Dissero che pure loro erano al verde.
Lois fu buona con tua madre allora. Ci diede dei soldi. Anche Frank Potter fu buono. Scoprimmo che aveva un cuore grosso come la sua pancia.
Eravamo preoccupati per voi bambini. Pensavamo che il Governo potesse venire a prendervi e portarvi via. A loro non piaceva che gente come noi crescesse dei bambini in cui scorreva sangue bianco. Sembrava che a nessuno importasse del sangue nero. Voi appartenevate a noi, la famiglia di Bill non vi voleva. Voi bambini adoravate la boscaglia, e alcune cose vi sono state trasmesse da me e da Gladdie. Cose che avete ricevuto solo perch siamo neri.
Dopo la morte di Bill cercai di non essere di intralcio. Gladdie poteva spacciarsi per qualsiasi cosa. Per capire che io ero una nativa, bastava darmi un'occhiata soltanto. Dovevamo stare attenti. - Digli che sono indiani - le dissi. - Non vorrai che abbiano una vita dura.
Tua madre trov un lavoro e ben presto in tavola ci fu roba da mangiare, roba buona. Bill i soldi se li beveva, noi invece ce li mangiavamo.
C'erano degli uomini interessati a Gladdie, era una bella donna. Ma non voleva nessuno. Tutto quello che voleva eravate voi bambini. A questo mondo sono rari gli uomini buoni.
Allora, questo  tutto quello che ti dico. Il cervello non  pi tanto buono, mi si  rovinato. Non voglio dire altro. Ho i miei segreti, e me li porter nella tomba. Ci sono cose di cui non posso parlare. Neanche con te, nipote mia. Le devo sapere io e basta. Non le devi sapere n tu n tua madre.
Sono contenta che non ci sar pi quando avrai finito quel libro. Sono contenta di andarmene. Tu sei una che pianta grane, avrai molto da parlare, vedrai. Non sono capace di difendermi, vedi.  meglio che lo faccia tu. Prenditi cura di tua madre, lei  come me.
Aah, tu sei sempre stata una birichina. Non ho pi paura per te, Sai, avrai protezione. Credo, forse, che
questa che stai facendo sia una buona cosa. Bada, io non volevo farlo. Ma forse adesso credo che sia una buona cosa. Forse  ora di dirlo. E ora di dire come  andata in questo paese.
Voglio che voi nipoti diventiate qualcosa. Avete tutti cervello. Un giorno uno di voi potrebbe diventare come Mr. Hawke, Primo Ministro. Spero che non ti vergognerai mai di me. Quando vedi quei vecchi seduti per terra, ricordati che una volta io ero una di quelli.
Aah, adesso sono stanca di questo mondo. Voglio andare in quello dopo. Ho paura di andarmene prima di essere pronta, lo capisci? Dio ha un posto per me lass, non so com', ma  un posto. Forse un po' di boscaglia, eh? Che ne pensi? Il vecchio Arthur mi star aspettando. Potremmo farci una di quelle belle vecchie litigate. Scommetto che  rimasto un piantagrane pure lass.
Adesso sono molto stanca, Sai, ho perso la voglia di combattere. Non ho pi energia.
Ora mi chiedi del futuro.  una domanda difficile. Non ho nessuna istruzione, come faccio a rispondere a una domanda simile? Credi che sia un'indovina, eh?
Ma ti dir quello che mi sto chiedendo. Mi chiedo se ai blackfella daranno la terra. Se c' una cosa che ho imparato a questo mondo  questa, del Governo non puoi fidarti. Daranno la terra ai blackfella e le compagnie minerarie si prenderanno l'oro. Ecco come andr a finire.
Non mi piace questo termine, Diritti per la Terra, la gente ci si accanisce. Non so cosa significhi. L'ho sentito al notiziario.
Sai cosa penso? Il governo e i bianchi devono ammettere i loro sbagli. Troppo  stato insabbiato. Forse vogliono che moriamo tutti cos nessuno parler.  inutile che mi rimproveri, Sai, non puoi biasimare noi vecchi per non voler parlare. Abbiamo troppa paura.
Insomma, spero che un giorno le cose cambieranno. Se non altro non siamo pi di propriet di nessuno. Io sono stata di propriet dei Drake-Brockmans e del governo e di chiunque fosse disposto a pagare cinque scellini l'anno a Mr. Neville
per avermi. Non molto, vero? So che per te  difficile, Sai,
difficile da capire. Tu sei diversa da me. Io ho avuto paura per tutta la vita, troppa paura di parlare. Forse se tu avessi avuto la mia vita, pure tu avresti avuto paura.
Aah, non so proprio dire cosa succeder. Suppongo che non mi riguardi pi.
Per quanto riguarda la mia gente, alcuni di loro sono cattivi, bevono troppo. L'alcool  una maledizione, ho visto cosa pu combinare. Devono smettere. Devono far vedere all'uomo bianco come sono fatti.
Credi che avremo un po' di rispetto? Mi piace pensare che un giorno l'uomo nero sar trattato allo stesso modo di quello bianco. Sarebbe bello, vero? Perdinci, se sarebbe bello.

Note.
42. Escrementi.
43. Strumento a fiato il cui nome, onomatopeico,  stato probabilmente creato ad hoc dai bianchi ad imitazione del suono che lo strumento produce. Si tratta di un lungo strumento tubolare di legno che produce un suono basso e risonante, con poche variazioni tonali, ma ricco di schemi ritmici complessi (n. d. a.).


Capitolo XXXII.
IL CANTO DELL'UCCELLO.

Quando Nan ebbe finito di raccontarmi la sua storia, ero piena di emozioni contrastanti. Ero contenta per lei perch aveva la sensazione di aver conquistato qualcosa. Voleva dire molto essere ascoltata e creduta. Ma ero triste per me e per mia madre. Triste per tutte le cose che Nan pensava di non poter condividere.
Tuttavia c'era una cosa di cui mi ero accorta e che mi aveva piuttosto sorpresa. La voce di Nan, mentre lei ricordava, era cambiata. Se voleva, sapeva parlare un inglese perfetto, e di solito lo faceva, magari troncando solo ogni tanto l'inizio o la fine di una parola. Ma parlando del passato, la sua lingua era cambiata. Era come se fosse tornata indietro, come se stesse rivivendo ogni cosa. Mi fece capire che a un certo punto della sua vita doveva essere stato difficile per lei parlare in inglese, e quindi esprimersi.
Ma anche questo non fece che aumentare in me la consapevolezza di quante cose ancora non sapevamo. Con la mente tornai pi volte alla storia; ogni parola, ogni sguardo. Sapevo che c'erano dei profondi abissi oscuri, e sapevo che non li avrei mai scandagliati.
Sentivo che, per amor di Mamma, avrei dovuto fare un ultimo tentativo per scoprire qualcosa su sua sorella. cos, alcune sere dopo, quando io e Nan eravamo da sole, dissi: - C' qualcosa che voglio chiederti. So che non ti piacer, ma devo chiedertelo. Poi, se vuoi dirmi qualcosa oppure no, dipende da te.
Nan borbott: - Uh, quelle domande, eh? Allora, chiedi.
- Okay. Mamma ha una sorella da qualche parte?
Rapidamente distolse lo sguardo. Ci fu il silenzio e
poi, dopo qualche secondo, un lungo e profondo respiro.
Quando poi finalmente mi guard, le sue guance erano bagnate. - Ancora non capisci - disse sottovoce - ci sono delle cose di cui non posso parlare -. Con la mano si tocc il petto con quel gesto tipico che indicava che le doleva il cuore. Ma non era il suo cuore di carne e sangue che le faceva male. Era il cuore del suo spirito. Con ci si alz e usc per andare in camera sua.
Andai a letto con il viso coperto di lacrime e mi sentivo completamente in colpa. A volte ero proprio insensibile. Avrei dovuto saperlo.
Il mattino presto port un po' di pace. Non le avrei pi chiesto nulla del passato. E io avevo speranza. Lei non aveva oscurato il mio squarcio di speranza. Ma si, aveva persino ammesso di essere stata incinta prima di avere Mamma. Era una cosa straordinaria. Per il momento doveva bastare. Mi allungai e gridai verso il soffitto: - Non mi arrendo, Dio. Neanche tra cent'anni. Se  viva, la trover, e mi aspetto il tuo aiuto!
Una sera, pi in l, di quella settimana, Nan mi chiam fuori nella sua stanza.
- Che diamine stai facendo - dissi ridendo quando la trovai con entrambe le braccia sollevate in aria e la testa completamente coperta dalla canottiera da uomo che indossava.
- Sono intrappolata - mormor - liberami -. Le tirai via la canottiera e la aiutai a svestirsi. Per lei, ultimamente, era diventato un compito difficile. L'artrite era peggiorata e le cataratte le avevano ormai quasi oscurato la vista.
- Mi puoi massaggiare? - chiese. La vaselina  l. Presi il barattolo e ne applicai un grumo abbondante e oleoso sulla sua schiena e cominciai a massaggiare. Nan adorava la vaselina. Era ottima per mantenere il corpo fresco e idratato, cos mi aveva sempre detto. Aveva un sacco di teorie simili a questa. Continuai a massaggiarla in silenzio per alcuni minuti.
- Uh, che bello, Sally - mormor dopo un po'. Mentre continuavo a massaggiare, lei fece un sospiro profondo e poi disse lentamente: - Sai, Sai... per tutta la vita, sono stata trattata male, molto male. Nessuno si  mai preoccupato se avevo un bell'aspetto. Sono stata trattata come una bestia. Proprio come una bestia da campo. E adesso, eccomi qua... vecchia. Niente pi che una vecchia, sporca blackfella.
Non so quanto ci misi a risponderle. Sentivo il cuore tagliato in due. Effettivamente riuscivo a visualizzare una bestia da campo. Una bestia da lavoro, niente altro.
- Non devi parlare di te in questa maniera - replicai finalmente con tono di voce controllato. - Sei mia nonna e non ti permetto di parlare cos. Tutta la famiglia ti vuole bene. Faremmo qualsiasi cosa per te.
Non ci fu risposta. Le mie parole risuonavano vuote. Vuote e limitate. C'era qualcosa che potevo dire e che sarebbe stato d'aiuto? Speravo che lei percepisse la profondit dei miei sentimenti. E per quello non sono necessarie le parole.
Finito il massaggio, la aiutai a vestirsi per la notte. Questa non era impresa da poco, si metteva talmente tanta roba. Eravamo ormai in pieno inverno e il freddo le metteva pensiero. Le passai sulla testa una canottiera da uomo pulita, poi una camicia da notte lanosa e una giacchetta di lana. Mentre lei si abbassava sulla fronte un berretto da tifoso di calcio del South Fremantle, io le coprivo i piedi con due paia di calzini di lana. Dopo di che, si arrotol intorno al collo due lunghe sciarpe di lana.
- Sei sicura che sarai sufficientemente calda? - le chiesi con sarcasmo.
- Credo che faresti bene ad aiutarmi a infilare quel cardigan - chiese dopo un momento di riflessione -meglio non pentirsene dopo.
Una volta messo pure quello, tirai le coperte e lei si infil dentro sopra la sua pelle di pecora. Mentre le passavo una borsa dell'acqua calda, disse: - Sai che ho fatto? Ho messo una coperta di lana sotto il lenzuolo, terr lontani gli spifferi.
- Bene - le dissi rimboccandole le coperte. - Vuoi che ti accenda il riscaldamento? -. Spesso lo teneva acceso tutta la notte.
- Ne far a meno, consuma l'ossigeno dell'aria.
- Okay. Ti ricordi quando eravamo bambini e tu ti mettevi tutti quei giornali tra le lenzuola per tenerti calda? -. Nan rise. - Ogni volta che ti rigiravi lo sentivamo -. Risi.
- I giornali sono sempre un buon vecchio rimedio. Non dimenticartelo mai.
- Certamente no.
- Lascia la luce accesa stasera, forse mi aiuter a dormire.
- Di solito la tieni spenta.
- Lo so, ma quando  spenta non riesco a dormire; tanto vale provarci con la luce accesa.
Avevo mezzo chiuso la porta quando all'improvviso mormor: - Aah, Sai, sei troppo buona con me, troppo buona...
- Sei mia nonna - risposi sottovoce - come vorresti che ti trattassi?
Non rispose. Aveva chiuso gli occhi.
Subito dopo andai anch'io a letto. Mi raggomitolai e feci finta di essere nell'utero di Dio. Ero ferita. Volevo trattenere quelle emozioni profonde che minacciavano di travolgermi. Per la prima volta in vita mia, il buio mi dava conforto. Ero sdraiata stretta in un gomitolo e pensavo a Nan. Mi chiedevo perch non riuscisse a dormire. Sapevo che non era a causa della malattia. Era una cosa dello spirito. Forse ripensava alla sua vita. Probabilmente c'erano le immagini del passato che ripercorrevano la sua mente. Pregai affinch una di queste non fosse una bestia in un campo.
Mentre si preparava per tornare a casa quel fine settimana, Nan disse: - Terrai al sicuro quello che ti ho raccontato, vero?
- Certamente.
- Ti  piaciuto?
- Davvero molto bello.
- Vedi, Arthur non  mica il solo ad avere una bella storia.
- Certo che no!
- Torno luned e ti porto le caramelle. Qua - mi strinse la mano - compraci qualcosa ai bambini.
- Devi smetterla di darmi soldi - protestai.
- Forza, Nan - grid Mamma dal portico - i cani saranno affamati e vorranno la cena.
- Vengo - rispose Nan seccata. Poi, rivolgendosi a me, sussurr: - Non si  mai preoccupata della cena dei cani prima d'ora, Sally.
- Beh, adesso non ci sei tu a occupartene.
- Le fa bene fare un po' di lavoro tanto per cambiare - e Nan si mise a ridere. Le piaceva tenere una posizione di superiorit nei confronti di Mamma. Ogni volta che Mamma la rimbrottava o le metteva fretta, lei diceva: - Prova a parlarmi ancora in quel modo, Gladdie, e io mi trasferisco per sempre da Sally. Poi te ne pentirai -. Povera Mamma, non l'aveva mai vinta.
Il fine settimana pass rapidamente. Quando vidi che alle dieci del mattino, Nan non era ancora arrivata a casa mia, cominciai a preoccuparmi. Squill il telefono e io mi precipitai a rispondere.
- Sally? -. Era Mamma.
- Che succede?
- Improvvisamente  peggiorata. Il dottore dice che non pu muoversi.
-  cosciente?
- Al momento alterna il sonno alla veglia.
- Arrivo.
- Sta arrivando anche Jill.
- Bene -. Riagganciai. Era successo cos di colpo. Era stata da me per pi di sei settimane. Non sembrava affatto una persona che stesse per morire.
Da quel momento Nan rimase permanentemente a letto. Jill, Mamma e io facevano dei turni di quattro ore per non lasciarla mai sola. Bill e David venivano quando potevano. Bill era di grande aiuto per sollevarla, e anche Helen, quando non era in
servizio, veniva a sedersi accanto a Nan. Povera Helen, Nan non la finiva pi col fatto che i dottori erano inutili. Si trattava di un argomento delicato. Nessuno aveva il coraggio di dissentire.
Una sera, io e Jill eravamo sedute a guardare Nan che dormiva. Jill sussurr: - Non sembra giusto, vero?
- Che vuoi dire?
- Beh, stiamo appena venendo a patti con tutto, stiamo ritrovando noi stessi, ci che siamo veramente. E adesso lei muore. Lei  il nostro legame con il passato e se ne sta andando -. Non riuscivo a guardare Jill. Lei sospir: - Quando lei non ci sar pi, potremo passare per qualsiasi cosa. Greci, italiani, indiani... che razza di scherzo. Adesso che non lo vorremmo.  troppo importante.  come se non fosse mai esistita. Come se la sua vita non abbia significato nulla, neanche per la sua famiglia.
- Stiamo tutti cambiando. So che non ne parliamo, ma sta succedendo.
- Quando tutto questo sar finito - disse Jill - vado a farmi censire.
Mi sentii molto vicina a Jill in quel momento. Restammo entrambe in silenzio a guardare Nan che dormiva tranquilla. Era una promessa. Una promessa del nostro spirito nei suoi confronti. Non avremmo mai dimenticato.
Subito dopo mi ammalai. Secondo Mamma e Jill era un fattore emotivo. Probabilmente era cos. Stavo talmente male che non riuscivo ad alzarmi dal letto senza svenire. La madre di Paul venne da noi per occuparsi di me e dei bambini. Ero molto arrabbiata con me stessa perch stavo male. Sentivo che dovevo stare con il resto della mia famiglia. Loro stavano lottando.
Per tutta la settimana precedente, l'atmosfera era stata elettrica. Eravamo tutti emotivamente esausti. Certi giorni, gironzolavamo senza dire una parola, certi giorni scherzavamo su niente. Ogni tanto litigavamo. Tutti sapevamo che stava morendo qualcosa di pi del corpo di Nan. Lei era un simbolo. Se ne stava andando anche una parte di noi. Non sapevamo spiegarlo. Era un momento in cui nessuno di noi capiva.
Le cose stavano arrivando a una conclusione e Mamma chiese a Ruth, la moglie di David, se volesse fare la notte. Ruth era un aiuto infermiera professionale e aveva assistito molte persone con malattie terminali. Lei fu ben felice di dare una mano. L'aveva sempre voluto, ma sapeva che eravamo tutti molto emotivi, cos si era frenata dall'intromettersi. Era Ruth, pi di chiunque altro, a comprendere il timore di Nan di andarsene prima di essere pronta. Ne parlarono varie volte e Ruth la rassicurava. Nel passato Nan e Ruth avevano avuto degli scontri. Erano entrambe ostinate, ma Ruth si occupava di Nan in modo molto affettuoso e per Nan cominci a essere una persona di grande valore.
Dopo essermi un po' ripresa, ricominciai a fare visita a Nan. ra molto bello sentirla dire: - Dov' la mia infermierina,  ancora qui? Non so cosa farei senza di lei, Sally,  cos buona con me -. Quando parlava cos, mi commuovevo. Sembrava come una vittoria il fatto che Nan potesse accettare l'amore che Ruth le offriva. Speravo che, un giorno, potessi fare qualcosa di speciale per lei.
Quando ormai Nan era confinata a letto da pi di una settimana, cominciai a preoccuparmi che fosse una morte lenta e prolungata. Sapevo che la preoccupava il fatto di perdere le sue facolt mentali prima di morire. Mi aveva sempre fatto promettere di dirle se cominciava a essere un po' strana.
Una sera confidai i miei timori a Ruth.
- I medici ci hanno detto che, nel caso di cancro ai polmoni, pu estendersi al cervello. Suppongo che pi va a lungo, pi ci sono possibilit che questo accada.  una cosa che Nan detesterebbe.
- Credi che dovremmo pregare? - sugger Ruth.
- Io prego ogni sera.
- No, intendo insieme a lei. Potrebbe aiutarla a farla andare.
- Potrebbe essere una buona idea, dovremmo chiederlo, non possiamo fare nulla contro la sua volont.
Ci avvicinammo al bordo del letto di Nan e le prendemmo le mani.
- Nan - disse Ruth sottovoce - mi senti? -. Nan annu. - Sally ti vuole parlare, Nan.
Le strinsi le mani e poi, delicatamente, le dissi: -Nan, ci chiedevamo se volessi che noi pregassimo per te. Chiederemmo a Dio di prenderti rapidamente, se lo vuoi. Sai che Ruth ti ha detto che non te ne andrai finch non sarai pronta? Beh,  vero. Noi non pregheremo a meno che tu non lo voglia. Dipende da te.
Da sotto le palpebre chiuse cominciarono a sgorgare le lacrime. Rimase distesa in silenzio per alcuni minuti, poi strinse le nostre mani e con decisione disse: - Fatelo, per favore, fatelo.
Guardai Ruth. - Fallo tu - disse lei.
Entrambe chinammo la testa. Che cosa avrei detto? Strinsi la presa sulla mano di Nan, mi schiarii la voce e dissi: - Signore... sai che si tratta di Nan. Noi la amiamo e, lo sappiamo, anche tu l'ami. Ormai  stanca di questo mondo,  pronta per andarsene. Sappiamo che hai un bel posto lass. Un grosso e vecchio eucalipto sotto il quale potr sedersi e suonare la sua armonica a bocca. Arthur e gli altri la stanno aspettando. Per favore, mostra la tua misericordia e prendi Nan velocemente -. Quando ebbi finito, non ci vedevo pi dalle lacrime agli occhi. Anche Ruth stava piangendo.
Nan ci strinse la mano e poi delicatamente lasci la presa. Dopo pochi minuti dormiva.
L'infermiera del Sister Chain venne quel pomeriggio. Quando la vidi alla porta, lei disse: - Sua nonna  cambiata. Credo che abbia deciso di morire.
- S - concordai - adesso non ci vorr molto.
Mi afferr il braccio e mi guard con gli occhi pieni di compassione. - Si sbaglia, cara - disse. - Ho visto queste cose succedere molte, molte volte. Cede la loro volont di vivere, ma non muoiono, perch il loro corpo non vuole lasciarli. Lei ha un cuore forte e un buon battito. Potrebbero volerci settimane.
- Per lei non sar cos - risposi con certezza. - Tra poco non ci sar pi.
L'infermiera scroll le spalle in modo comprensivo.
- Non ci conti, cara, ne rimarr solo delusa. Se avesse il polso debole, allora potrebbe esserci una possibilit. Credo che dovrebbe affrontare la possibilit che possa andare avanti ancora per molto.
La mattina dopo il telefono squill molto presto.
- Pronto - dissi alzando il ricevitore.
- Ho sentito il canto dell'uccello -. Era la voce di Jill.
- Quale canto dell'uccello?
- Stamattina, circa alle cinque. L'ho sentito, Sally. Era un suono inquietante, come il canto di un uccello, solo che non lo era. Era qualcosa di spirituale, qualcosa fuori da questo mondo. Credo che lei se ne andr presto.
Dopo colazione mi precipitai l. Tutto il posto era carico di un'aria di eccitazione. La pesantezza che tutti avevamo vissuto sotto la superficie, sembrava di colpo essersi sollevata.
Mamma era perplessa sul canto dell'uccello. Credo che si sentisse un po' esclusa. Jill non capiva come mai Mamma non l'avesse sentito, era stato cos forte ed era continuato per ore.
Quando entrai nella stanza di Nan, non riuscii a credere ai miei occhi: non sembrava pi malata. Aveva il viso radioso ed era seduta dritta nel letto, e sorrideva. Qualcosa era certamente successo, ma nessuno di noi sapeva cosa. Persino Mamma e Jill erano pi felici e si davano un gran da fare come fossero quelle di una volta.
- Nan, hai un gran bell'aspetto - dissi con sorpresa.
- Mi sento bene, Sai.
Rimasi l, impalata, che sorridevo. Sembrava contenta. Quasi come se avesse un segreto. Ero ansiosa di chiederle del canto dell'uccello, ma non sapevo dove cominciare. Mi misi a sedere accanto al letto e le accarezzai la mano.
In quel preciso momento entr Mamma. -  vero che ha un bell'aspetto, Sally - disse con tono felice. -Guarda la faccia,  diversa.
- Proprio cos.
- Portami un po' di pane tostato, Gladdie - disse Nan con un tono un po' insolente. - Ho fame. Mamma corse fuori con le lacrime agli occhi.
- Nan - dissi lentamente mentre mi guardava - a proposito del canto, non hai mica avuto paura quando l'hai sentito, vero?
- Uh, no - disse con tono di beffa - era l'uccello aborigeno, Sally. Dio l'ha mandato per dirmi che presto andr a casa. A casa dalla mia gente e nella mia terra. Lass ho un posto, mi stanno tutti aspettando.
Mi si form un groppo in gola, cos grosso che non riuscivo a parlare, figuriamoci a deglutire. Alla fine, mormorai: -  fantastico, Nan...
Mamma ritorn con t e pane tostato. - Era ora -disse Nan sghignazzando. Mangi un po' e poi si sdrai. - Credo che adesso dormir un po' - disse con un sospiro. Uscimmo in punta di piedi.
- Dimmi ancora di quel canto - dissi a Jill.
Il volto di Jill era un misto di paura, sorpresa e trionfo mentre descriveva a me e a Mamma cosa era successo.
- Magari l'avessi sentito anch'io - sospir Mamma.
- Anch'io - dissi con invidia.
Pi tardi, sussurrai a Mamma: - Sai, Jill deve essere molto speciale per aver sentito quel canto. Mamma era d'accordo. Entrambe ci chiedemmo cosa il futuro avrebbe riservato a Jill.
Quel giorno Nan ebbe una giornata molto tranquilla. Una giornata felice. Quell'intensa sensazione che aveva avvolto la nostra casa per cos tanto tempo era sparita, e aveva preso il suo posto un potente senso di calma.
Alle cinque e mezza del mattino seguente, Ruth chiam un'ambulanza. Nan aveva insistito perch lo facesse.
Mentre la trasportavano fuori, afferr la mano di Mamma un'ultima volta. Mentre diceva: - Lascia la mia luce accesa per qualche giorno - nei suoi occhi c'era un messaggio non detto.
La misero nell'ambulanza e Ruth sal accanto a lei. Mamma
rimase impalata a guardare in silenzio, accettando la decisione di Nan, e sapendo che questo era il suo sacrificio estremo. Voleva la nostra vecchia casa di famiglia libera dalla morte.
Alle sette di quella stessa mattina squill il mio telefono.
- Sally? Sono Ruth. Nan  morta venti minuti fa. In tranquillit.
- Grazie - sussurrai.
Lentamente riagganciai. Ero impietrita, non riuscivo a muovermi. Improvvisamente le lacrime mi inondarono il viso. Per qualche ragione, le parole che Jill aveva pronunciato il giorno prima riecheggiavano dentro di me. Sentivo il canto dell'uccello, sentivo il canto dell'uccello. Tutt'intorno.
- Oh, Nan - e gridai con improvvisa certezza -anch'io l'ho sentito. Nel mio cuore, l'ho sentito.
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FINE.
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NOTA DEL TRADUTTORE.
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Se  vero che una lingua  prima di tutto produzione orale, quella di Sally Morgan rispecchia e rispetta tutte le caratteristiche della comunicazione non scritta. Il ricco testo verbale de La mia Australia poggia su una grammatica essenziale, su una sintassi scarna e su un lessico elementare e ripetitivo che derivano dalla lingua spoglia e diretta di chi narra. Il registro semplice rappresenta la caratteristica principale, e forse pi nobile, dell'inglese australiano, sostenuto da un vernacolo schietto che ben si guarda dall'imitare modelli linguistici complessi e presuntuosi.
La mia Australia  un racconto orale in forma di prosa. La quasi totale assenza di proposizioni subordinate e l'abbondanza di frasi brevi e semplici simbolizzano l'intimit tra i personaggi e la natura colloquiale delle loro conversazioni e del loro interagire, ma spesso, come nel caso di Nan, anche la non volont di parlare. I modelli linguistici dei quattro narratori, intessuti di colloquialismi ed espressioni gergali, variano e forniscono cos un'analisi delle caratteristiche psicologiche ed emotive dei quattro personaggi, nonch un quadro degli elementi che li separano e di quelli che li accomunano.
Nonostante la drammaticit degli eventi narrati, le quattro storie sono ricche di comicit e senso di ironia pungente. Una scrittura immediata, schietta, che con sincerit e indulgenza non risparmia niente e nessuno, il cui punto di coesione  rappresentato dall'esperienza umana.
C' un vocabolo che ricorre frequentemente e che  centrale in tutta la cultura australiana. Il termine bush, da me tradotto con boscaglia, indicava inizialmente uno spazio aperto e incolto. Dalla met del secolo scorso fu usato per indicare i margini delle stazioni bianche o degli insediamenti dei colonizzatori. Il bush, dunque, in opposizione agli insediamenti urbani. Il termine indica anche uno dei temi privilegiati di una letteratura che nasce sotto forma di ballata (Bush Ballads e tocca tutte le forme letterarie fino ai giorni nostri. Nella cultura aborigena il bush assume una serie di connotazioni che vanno al di l del puro e semplice spazio fisico e geografico. Rappresenta uno stile di vita e di pensiero che  strettamente legato alla terra, alla flora e alla fauna del luogo.
Per quanto riguarda l'uso delle maiuscole, l'edizione italiana segue il testo originale. Parole come L'Ospedale, Le Porte, Vecchi Soldati,
Vecchi Rimedi, Mamma, Pap, Nati, assumono all'interno del testo un significato particolare. Sottolineano, il pi delle volte, una dicotomia di fondo sulla quale si fonda la costruzione della narrazione: salute/malattia, mondo incontaminato/mondo tecnologico, spiritualit/razionalismo occidentale.
L'Ospedale, per esempio,  metafora della societ tecnologica dei bianchi. Un luogo dove non si guarisce, dove gli esseri umani non vengono considerati persone, ma semplicemente corpi. Un universo sterile rappresentato dai Vecchi Soldati, uomini mutilati che sono un prodotto della guerra in Europa. Le Porte sono pi che semplici varchi in una parete: rappresentano il passaggio da un mondo fondato su valori spirituali e naturali a uno rigidamente basato sulla scienza e sulla tecnologia. Alla fredda e malsana atmosfera dell'Ospedale, e al mondo che esso rappresenta, si contrappongono i Vecchi Rimedi e l'universo di Nan. Un universo scandito dal tempo ciclico e non lineare.
Desidero ringraziare Marcia Rooney, che mi ha fatto conoscere l'opera di Sally Morgan; David Rooney, che, oltre al sostegno morale, mi ha fornito la chiave d'accesso agli australianismi pi impenetrabili; Anna Onorati e Pasquale Polidori, che mi hanno messo a disposizione il loro tempo e i loro consigli preziosi; Caterina Dell'Anno e Marika Ceracchi per la loro indispensabile collaborazione. A tutti loro va la mia gratitudine.
A Marina Misiti, che ha creduto in questo progetto sin dall'inizio, va un ringraziamento speciale.
Dedico questo mio lavoro alla memoria dijulie Wiggins (1949-1997).
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Maurizio Bartocci
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FINE.